Tema: Fonti e autori

Rubrica: gli autori e le opere documentarie da cui Cornucopia trae le sue fonti.

  • Le uve del Colombaro: il catalogo di Francesco Aggazzotti (1867)

    Nel 1867 l’avvocato Francesco Aggazzotti stampa a Modena il Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro: l’inventario ragionato delle viti del suo podere di Colombaro, sulle colline modenesi. Non è un’ampelografia accademica — è il quaderno di un uomo che quelle viti le aveva sotto casa, e che di ciascuna dice com’è fatta, che vino dà e se valga la pena tenerla.

    È questa franchezza a renderlo prezioso. Aggazzotti non nasconde i difetti: di un’uva scrive che darà vini «pesanti e stitici», di un’altra che va piantata lungo le strade proprio perché non è buona, così chi ruba se ne fa passare la voglia. Nel 1883 aggiungerà alcune voci al catalogo originario.

    Le uve del Colombaro nell’enciclopedia

    Queste sono tutte le voci dell’enciclopedia in cui la fonte attesta o descrive la varietà: 88 in tutto, di cui 88 con scheda consultabile e 0 ancora in lavorazione (⬡).

    Quante uve descrive davvero il catalogo. L’ultima voce porta il numero 102, ma i tipi realmente descritti sono 70. La numerazione è progressiva solo fino al n. 57: da lì salta — la Biancolina è numerata 64 ma è in realtà la 58ª — e i numeri non corrispondono più. Lo stesso Aggazzotti lo spiega in una nota a p. 40: «Nel Catalogo dell’Autore segue un gran numero di varietà di viti, su parecchie delle quali pendono attualmente osservazioni ed esperienze… Di queste ultime si sospende per ora la pubblicazione, ristringendoci a far conoscere nei seguenti numeri le varietà meglio studiate e determinate». I numeri mancanti sono le varietà che l’autore non ritenne ancora pronte per la stampa. Va inoltre notato che la Termarina rossa è descritta due volte.

    Sarebbe, ed anzi è preferibile lungo le vie pubbliche e nelle località esposte a consumo, come quella che non solletica molto il palato.

    F. Aggazzotti, 1867, scheda 5 — sulla Lambrusca del Tiepido

    F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867; con le aggiunte del 1883. Elenco generato dalle schede dell’enciclopedia; aggiornato al luglio 2026.

  • Le uve di Vincenzo Tanara: «L’economia del cittadino in villa» (1644)

    Vincenzo Tanara (Bologna, 1590 ca. – 1667) pubblica nel 1644 L’economia del cittadino in villa, che è insieme un trattato di agricoltura, un ricettario e un manuale di vita in campagna. Ebbe enorme fortuna — ristampato per tutto il Sei e Settecento — e per noi vale per una ragione precisa: è uno sguardo bolognese sulle uve del Seicento, scritto da chi le coltivava e le beveva, non da chi le classificava.

    Le uve di Tanara nell’enciclopedia

    Queste sono tutte le voci dell’enciclopedia in cui la fonte attesta o descrive la varietà: 21 in tutto, di cui 21 con scheda consultabile e 0 ancora in lavorazione (⬡).

    Voci escluse, e perché

    Alcune schede dell’enciclopedia nominano questa fonte senza che la fonte attesti la varietà. Non compaiono nell’elenco qui sopra, e le elenchiamo qui perché l’esclusione sia verificabile:

    • Mela Rosa Romana — è una mela, non un’uva.
    • Uva Besgano Bianco — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Besgano Nero — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Maligia — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Vodorin — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Rebola — la scheda attesta che la fonte non la menziona.

    V. Tanara, L’economia del cittadino in villa, Bologna, 1644. Elenco generato dalle schede dell’enciclopedia; aggiornato al luglio 2026.

  • Le uve di Pietro de’ Crescenzi: l’elenco del Libro IV (1304)

    Pietro de’ Crescenzi (Bologna, 1233 ca. – 1320 ca.), giudice, scrive il Ruralium commodorum libri XII intorno al 1304, dopo una vita passata fra i tribunali e i campi. È il primo trattato di agronomia dell’Occidente cristiano a non limitarsi a ricopiare gli antichi, e sarà il libro di agricoltura più letto d’Europa per tre secoli: ne esistono decine di manoscritti e, nel 1471, la prima edizione a stampa in volgare — uno dei primi libri di agricoltura mai stampati.

    Il Libro IV è dedicato alla vite e al vino. È lì che de’ Crescenzi elenca le uve che si coltivavano nell’Italia del Duecento, ed è l’elenco varietale più antico su cui questa enciclopedia possa lavorare. Le citazioni delle nostre schede sono tratte dal volgarizzamento della Crusca, riportato verbatim.

    Perché è difficile da usare

    Un elenco del 1304 non si legge come un catalogo ottocentesco. I nomi sono in latino o in volgare arcaico e spesso non hanno un corrispondente moderno certo; la stessa uva compare con grafie diverse in manoscritti diversi; e in più di un caso non sappiamo affatto a quale vitigno odierno corrisponda un nome. Per questo, nel nostro lavoro, alcune voci sono state fuse quando si è riconosciuta la stessa uva sotto due grafie, e altre restano schede a sé, senza identificazione: preferiamo registrare un nome che non sappiamo sciogliere piuttosto che attribuirlo a caso.

    Le uve del Libro IV nell’enciclopedia

    Queste sono tutte le voci dell’enciclopedia in cui la fonte attesta o descrive la varietà: 58 in tutto, di cui 58 con scheda consultabile e 0 ancora in lavorazione (⬡).

    Nota di lavorazione. Le voci ⬡ sono quasi tutte i nomi latini del Libro IV rimasti senza identificazione — Barbigenes, Canatuli, Canopum, Fuxolana, Gimnaremo, Groposa, Lividella, Pignuolo, Valminica, Verdecchio, Vodorin. Vanno riprese una per una: alcune si scioglieranno in vitigni noti, altre resteranno nomi e basta, ed è un risultato anche quello.

    Voci escluse, e perché

    Alcune schede dell’enciclopedia nominano questa fonte senza che la fonte attesti la varietà. Non compaiono nell’elenco qui sopra, e le elenchiamo qui perché l’esclusione sia verificabile:

    • Arancio Massese — è un agrume, non un’uva: de’ Crescenzi ne tratta altrove.
    • Uva Rebola — la scheda attesta che de’ Crescenzi non la menziona.
    • Uva Vodorin — la fonte compare solo in bibliografia; i suoi sinonimi Duracha/Duracla sono trattati alla voce Uva Duracia.

    P. de’ Crescenzi, Ruralium commodorum libri XII, ca. 1304; citazioni dal volgarizzamento pubblicato dall’Accademia della Crusca. Elenco generato dalle schede dell’enciclopedia; aggiornato al luglio 2026.

  • Bere nel Medioevo: dai canti dei goliardi alla tavola dei borghesi

    Nel Medioevo si beveva molto — molto più di oggi. Il vino non era un piacere occasionale ma la bevanda quotidiana di un’intera civiltà: entrava nelle diete dei lavoratori, nelle razioni degli ospedali, nelle liturgie, nelle feste. E su di esso si erano formati due modi opposti di intendere il bere: l’ebbrezza felice cantata dai poeti goliardici e la moderazione prudente predicata ai borghesi. Questo dossier ripercorre quella cultura del vino seguendo un saggio dello storico medievale Giovanni Cherubini, con uno sguardo particolare ai suoi tanti fili emiliani — dal cronista Salimbene da Parma allo scalco estense Cristoforo di Messisbugo.

    I goliardi e l’ebbrezza felice

    I goliardi — chierici vaganti, studenti, poeti d’osteria — cantarono il vino con una gioia sfrontata. Nei loro versi latini (i celebri Carmina Burana) bevono tutti, senza distinzione: dama e cavaliere, soldato e clero, servo e ancella, dotto e ignorante, «bevon tanti, bevon tutti». Il vino «acuisce i sensi», «rende l’uomo sicuro», «scaccia i brividi»; maledetti invece i vini aspri, verdastri, torbidi — e maledetta l’acqua. Così cantava Morando da Padova, in versi che ci sono giunti solo perché li trascrisse il grande cronista duecentesco Salimbene da Parma.

    In taberna quando sumus…

    Carmina Burana

    Lo sfondo di questa allegria non è mai la bevuta solitaria: è la taverna, con la compagnia, il gioco dei dadi, le donne. Lo dirà anche il senese Cecco Angiolieri: «tre cose solamente mi so’ in grado […], ciò è la donna, la taverna e ’l dado». Bere, giocare, amare: il trittico dell’evasione medievale.

    La taverna: una «controchiesa»

    Quel mondo caldo e ubriaco aveva però un rovescio. Per i religiosi la taverna era una sorta di chiesa del diavolo, teatro di bestemmia, crapula e vizio; per i benpensanti, il ritrovo del popolino, dei traviati e dei delinquenti, luogo di risse e di ricchezze sperperate. Era anche, spesso, un ricettacolo di prostituzione. Per questo i governi la sorvegliavano di continuo: fissavano l’ora di chiusura serale, tentavano (con scarsi risultati) di limitarne gli eccessi. Eppure la taverna restava un luogo insostituibile: l’unico spazio di sfogo, in qualche modo controllabile, delle tensioni dei ceti popolari.

    Alla condanna della taverna si accompagnava quella dell’ubriachezza, nemica della ragione. Il mercante fiorentino Paolo da Certaldo, nel suo Libro di buoni costumi, avvertiva con proverbi asciutti: «Se le taverne userai, de’ tuo’ danari vi lascerai»; e ancora: l’ebbrezza «mena l’uomo sanza arme a morire, ella discuopre i segreti… ella induce la lussuria». Il consiglio pratico: bere poco, di un solo buon vino, e ben annacquato.

    Il vino nella Bibbia e nella morale

    La cultura del tempo aveva ereditato dall’antichità e dalla Scrittura una visione ambivalente. Il vino «dà gioia a Dio e agli uomini» (Giudici) e «allieta il cuore dell’uomo» (Salmi); se ne dia «a chi ha il cuore amareggiato, perché scordi la sua miseria». Ma «bere vino non conviene ai re», che ubriachi potrebbero dimenticare le leggi e tradire i poveri (Proverbi). L’ubriachezza, avverte ancora la Scrittura, «morde come una serpe e avvelena come una vipera».

    Alimento e medicina, non vizio soltanto

    Dietro tanto bere non c’era solo il piacere. L’acqua, spesso attinta da pozzi, era ritenuta poco sana e veicolo di malattie: tanto che la presenza di sorgenti potabili era condizione per fondare nuovi abitati. Il vino, per il suo alcol, era invece igienicamente più sicuro e funzionava da antisettico. Entrava così nella dieta dei lavoratori — se ne raccomandava anzi la miscela con acqua per chi doveva restare saldo sulle gambe, come nei lavori edili su alte impalcature.

    Di più: alla medicina del tempo, erede di quella antica, il vino serviva da farmaco o da base per prepararli. Si citava di continuo un passo della prima lettera di Paolo a Timoteo che consigliava il vino annacquato per lenire la sofferenza; le regole monastiche ne sottolineavano la funzione medicinale. In un ospedale come l’Hôtel-Dieu di Parigi, fra XV e XVI secolo, se ne distribuiva ai ricoverati ogni giorno, a ogni pasto e in abbondanza, con razioni supplementari per i malati gravi.

    Una civiltà del vino

    I numeri fanno impressione: dai consumi di un signore laico o ecclesiastico dell’età carolingia — attorno a un litro e mezzo al giorno — ai due-tre ettolitri l’anno pro capite degli abitanti delle città comunali. Gran parte dell’Europa mediterranea viveva letteralmente immersa nel vino, consumandone tre-quattro volte più di oggi. Di questa civiltà sono testimoni non solo l’agricoltura e i commerci, ma la poesia, la pittura, la scultura: le vendemmie nei cicli dei mesi, il vino nella Commedia di Dante, i sonetti di Folgore da San Gimignano e le repliche giocose di Cenne da la Chitarra. Solo al Nord i bevitori di birra (dai cereali) e di sidro (dai frutti selvatici) restavano ai margini di questo «mare di vino».

    Cristianesimo e la vite verso il Nord

    C’è chi ritiene che sia stato proprio l’affermarsi del cristianesimo, con il bisogno liturgico del vino da messa, a spingere la vite sempre più a settentrione durante il Medioevo, fino all’Inghilterra meridionale. La liturgia trascinò anche l’olivo, che però non poteva acclimatarsi oltre una certa latitudine: e così il trinomio mediterraneo pane-vino-olio si ridusse, al Nord, al binomio pane-vino. Nell’alto Medioevo la viticoltura specializzata conobbe una decadenza, e il consumo di massa si fece di vini modesti — pur nella cura che monasteri, prelati e principi rivolgevano ai vitigni migliori.

    Vini comuni e vini di lusso

    I vini comuni avevano bassissima gradazione, si inacidivano facilmente e non si potevano invecchiare. I vini di lusso, invece, erano spesso cotti e poi invecchiati per decenni: ne uscivano forti, densi e amari, da bere allungati con almeno metà acqua. Sul vino di base si interveniva poi con ogni fantasia — erbe, spezie, fiori, miele — a caccia di gusti sempre nuovi. Quanto al colore, in Italia il bianco era considerato più pregiato del rosso. I liquori non facevano concorrenza: l’aqua vitae comincia a distillarsi solo dal tardo Medioevo, e a lungo resta confinata fra alchimia e farmacia.

    Il vino dei borghesi: status symbol e commercio

    La rinascita delle città e l’ascesa dei ceti borghesi, negli ultimi secoli del Medioevo, cambiarono anche la storia del vino. I nuovi ricchi diedero impulso a nuovi vigneti e a vitigni di qualità: produrre e consumare vini fini divenne uno status symbol, segno di distinzione — e insieme, per la domanda crescente, fonte di nuovi guadagni. Alcuni vini pregiati cominciarono a viaggiare lontano: i «vini greci e latini» del Mezzogiorno risalirono verso il Centro-Nord, i vini del bordolese presero per mare la via delle Fiandre e dell’Inghilterra. Proprio Salimbene, a fine Duecento, annotava che gli inglesi amavano il buon vino non meno dei francesi, ma andavano scusati perché la loro terra ne produceva poco:

    A voi la terra normanna dia pesce marino, / l’Inghilterra frumento, latte la Scozia, la Francia vino.

    da Salimbene de Adam, Cronica

    La tavola estense: i vini di Messisbugo

    Al vertice di questo mondo, dove gusto, ricchezza e ostentazione si intrecciavano, stavano le cantine dei potenti. Un esempio prezioso — e tutto emiliano — viene dalla corte di Ferrara: lo scalco estense Cristoforo di Messisbugo, nel suo memoriale sull’«apparecchio» dei banchetti (metà Cinquecento), elenca i vini da tenere pronti:

    • malvasia, romania, bastardo
    • greco di Somma, greco toscano
    • trebbiano, vernaccia, albana
    • claretto, mangiaguerra, sanseverino, raspato, corso
    • …e il «vino da famiglia», cioè quello per la servitù.

    Trebbiano, Vernaccia, Albana: alla tavola dei duchi d’Este comparivano già i nomi che ancora oggi raccontano la viticoltura emiliano-romagnola. Sullo stesso versante, nel 1538, Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, metteva per iscritto le prime «memorie enologiche», con i giudizi del suo padrone sui vini d’Italia: nasceva la critica del vino.

    Le dieci qualità del buon vino

    Chiudiamo con una piccola gemma, di nuovo dal cronista di Parma. I francesi, già nel Duecento, avevano il gusto così affinato da riassumere il vino perfetto in una formula: tre «b» e sette «f». Cantavano in versi giocosi che il buon vino dev’essere «bono, bello e bianco; forte, fiero, fine e sottile; freddo, fresco e frizzante». Dieci qualità che, allora come oggi, mettevano d’accordo nobili e borghesi, laici ed ecclesiastici, poveri e ricchi.

    Fonti

    Sintesi da Giovanni Cherubini, Tra il vino dei goliardi e il vino dei borghesi (intervento al convegno «Il fermento divino», Palermo, 5–7 ottobre 1989). Fonti citate dall’autore: Salimbene de Adam da Parma, Cronica; Cristoforo di Messisbugo, Banchetti (Ferrara, 1549); Paolo da Certaldo, Libro di buoni costumi; A. I. Pini, Vite e vino nel Medioevo (Bologna, 1989); M. Montanari, Quando bere è cultura; L. Messedaglia su Teofilo Folengo; oltre a Carmina Burana, Cecco Angiolieri, Lorenzo il Magnifico, Folgore da San Gimignano.

  • La viticoltura piacentina di inizio Settecento (Ubertino Landi, 1715)

    Ubertino Landi (Piacenza, 1687-1760), conte di Rivalta, in un ditirambo a lungo inedito letto nel Carnevale del 1715 alla Colonia Trebbiense dell’Arcadia (dove era «pastore arcade» col nome di Atelmo Leucasiano), offre un quadro vivo della vitivinicoltura piacentina di inizio Settecento. Riletto «con gli occhi dell’enologo» da Marisa Fontana, il componimento restituisce zonazione, vitigni, terroir, tecnica di cantina e persino marketing territoriale.

    I colli e la pianura

    Landi indica i vini più spesso con il nome dell’area di produzione che del vitigno: una vera «macrozonazione». I vini migliori stanno sui colli, in particolare nell’area centro-occidentale del Piacentino, i peggiori nella pianura intorno al Po — «No, ch’il gran Bacco al Re de’ fiumi intorno / non mai fermò l’allegro suo soggiorno» (vv. 101-102). È il «Bacchus amat colles» di Virgilio, ribadito da Giuseppe Falcone (1612): «Il piano dà vino in quantità, ma la collina lo dà in maggior qualità». In pianura la vite è maritata agli alberi d’alto fusto (la piantata), in collina si hanno le vigne specializzate.

    Landi, conte di Rivalta in Val Trebbia, colloca i migliori vini nelle prime colline tra il Nure e il Tidone, con una «sospetta centralità» proprio di Rivalta. Cita il «vin santo di Villò» (v. 114) e un «certo vin del Rivergaro, ch’è tra ’l santo, e tra ’l beato» (vv. 190-191), il «vin delle famose, alme Boccine» (v. 233), e loda le colline piacentine e la Val Trebbia rese «illustri e conte» all’Insubria (vv. 121-128), cioè al Ducato di Milano, mercato d’elezione del vino piacentino allora come oggi.

    I vitigni del Ditirambo

    L’elenco dei vitigni, sempre accompagnati da un’indicazione d’origine, comprende: Moscatello (v. 61), Pignolo (v. 83), Malvasia (v. 154), Besghan (v. 156), Trebbian (v. 158), Fortana (v. 161), Lambrusca (v. 171) e il «vin di Mamolo» (Mammolo, v. 178).

    Il Moscatello, d’origine greca (le «uve Apiane» dei Romani) e diffuso dai Veneziani, è documentato a Piacenza dal Trecento al Settecento; il Trebbiano — «vino dei legionari» — è già ben consolidato nel Trecento in Pier de’ Crescenzi, e Andrea Bacci (1596) ricorda i bianchi alcolici delle colline di Borgo San Donnino da Moscatelli, Trebulani e Vernaccia; la Malvasia porta l’eredità dei vini «Cretici» del commercio veneziano; il Besgano, ritenuto originario del Piacentino, è una delle uve attorno a cui nascerà, a fine Ottocento, la viticoltura da tavola italiana; la Fortana (Uva d’oro) è la «regina dell’uve negre» di Vincenzo Tanara (1644).

    Un Lambrusco ante litteram

    Non poteva mancare la Lambrusca (v. 171): il Po è la culla di questa famiglia tutta emiliana, frutto della domesticazione locale della vite selvatica (spesso detta proprio «lambrusca») più l’apporto di varietà giunte lungo il fiume con Etruschi, Greci e Romani. Il Lambrusco del tempo era diverso da quello odierno — il tappo di sughero arriva in Italia solo a fine Settecento, nel Modenese — ma alcuni versi (vv. 208-212) descrivono «un diluvio / spumoso, insolito / di vino amabile, / rubin potabile»: un Lambrusco o un Gutturnio ante litteram. Landi, che aveva viaggiato in Francia e produceva vino nel suo castello di Rivalta, potrebbe aver tentato di trasferire le tecniche viste all’estero (il sughero per lo Champagne, la bottiglia robusta di vetro seicentesca).

    Il Mammolo e la Termarina

    Il «vin di Mamolo» richiama il Mammolo, vitigno toscano noto fin dall’antichità (Redi lo dice «dolce Mammolo»), oggi presente in Corsica come Sciaccarello. Secondo indagini recenti, in Emilia-Romagna la Termarina rossa (o Romanino) parrebbe una forma apirena, senza semi, del Mammolo, e nel Parmense se ne è trovata una mutazione con semi che morfologicamente vi rimanda. Vi conducono anche il Vocabolario del Malaspina (1858), che alla voce «Postizza» legge «Mammola rossa», e il «Pignolo gentile» del Bramieri (fine Settecento) — grappolo piccolo, serrato e curvo, acini minuti quasi neri, «grato odore di mammoletta», da cui il vino di Statto — «l’uva nera più apprezzata del periodo», oggi quasi scomparsa dal Piacentino per la scarsa produttività.

    Fonti: il ditirambo di Ubertino Landi (1715), letto da M. Fontana; e le fonti storiche citate: Virgilio, Georgiche; A. Gallo (1566); G. Falcone (1612); A. Bacci (1596); G.V. Soderini (1622); V. Tanara (1644); P. de’ Crescenzi; G. Gallesio, Pomona Italiana; G. Bramieri (1818); C. Malaspina (1858); C. Dalla Fossa (1810); F. Cherubini (1843).

  • La composizione dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia

    Una fotografia analitica dei vini dell’Emilia-Romagna, provincia per provincia: i valori di alcool, acidità, estratto e ceneri misurati sui vini regionali, distinti per tipologia (vini bianchi e rossi generici) e, dove rilevante, per denominazione o vitigno (Lambrusco, Albana, Sangiovese, Canina, Uva d’oro, Trebbiano, Moscato, Vin santo). È una testimonianza della grande varietà enologica regionale e, insieme, dei metodi di analisi enochimica dell’epoca.

    Alcool (% vol.)Acidità (‰)Estratto (‰)Ceneri (‰)
    Provincia di Parma
    Vini bianchi8,0-12,08,0-10,018,0-30,01,6-2,5
    Vini rossi7,0-13,06,5-14,020,0-30,01,8-3,0
    Provincia di Piacenza
    Vini rossi10,0-13,06,0-11,021,0-30,0
    Provincia di Modena
    Lambrusco7,5-12,06,0-10,018,0-40,0 11,8-3,5
    Vini rossi7,0-11,57,0-18,024,0-34,01,5-3,0
    Provincia di Reggio Emilia
    Vini rossi8,0-13,07,0-17,021,0-32,02,0-3,5
    Lambrusco8,5-11,56,5-8,525,0-63,0 11,8-3,5
    Vini bianchi8,5-10,56,5-7,520,0-60,0 1
    Provincia di Ferrara
    Vini rossi6,5-10,06,5-14,022,0-28,01,8-3,4
    Provincia di Bologna
    Albana12,5-13,56,0-7,028,0-50,0 1
    Vini bianchi8,0-12,06,0-11,018,0-25,01,3-2,5
    Vini rossi8,5-12,06,0-12,019,0-27,01,7-3,5
    Provincia di Ravenna
    Trebbiano7,5-11,56,5-12,015,5-25,01,7-2,5
    Vini bianchi7,5-12,05,5-12,015,5-25,01,5-2,0
    Canina6,0-9,55,5-11,515,5-28,01,7-3,7
    Uva d’oro6,0-9,06,0-14,017,0-30,02,0-3,5
    Vini rossi6,5-12,06,5-13,516,0-29,01,7-3,5
    Provincia di Forlì
    Albana8,0-15,05,0-8,024,0-110,0 12,0-3,0
    Moscato8,0-14,05,0-9,022,0-100,0 12,0-4,0
    Vin santo14,0-15,04,5-7,0120,0-154,0 1
    Vini bianchi8,0-13,06,0-10,017,0-110,0 11,6-3,0
    Sangiovese10,5-12,56,0-9,019,0-28,02,0-3,0
    Vini rossi7,0-13,05,0-10,019,0-29,01,7-3,0

    1 Estratto comprensivo dello zucchero indecomposto, che varia così: Lambrusco di Modena gr. 0-72; Lambrusco di Reggio Emilia gr. 0-30; bianchi di Reggio Emilia gr. 0-35; Albana di Bologna gr. 5-22; Albana di Forlì gr. 1-80; Moscato gr. 1-60; Vin santo di Forlì gr. 90-120 per litro.

    Fonte: tavola analitica dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia (fine XIX / inizio XX secolo; riferimento bibliografico esatto da precisare).

  • La caratterizzazione genetica dei vitigni dell’Emilia-Romagna (2020)

    Nel 2020 un gruppo dell’Università di Bologna e del CNR (Chiara Pastore, Marisa Fontana, Stefano Raimondi, Paola Ruffa, Ilaria Filippetti, Anna Schneider) ha pubblicato la caratterizzazione genetica di 178 accessioni di vite raccolte in Emilia-Romagna, dalle più coltivate alle quasi estinte conservate nelle collezioni regionali, analizzate a dieci marcatori microsatelliti (SSR) e affiancate da osservazioni ampelografiche e dati storici.

    Delle 178 accessioni sono emersi 122 genotipi unici (i sinonimi interni erano il 30%). Circa la metà corrisponde a cultivar del Catalogo nazionale o di probabile origine estera; ma 62 genotipi risultano varietà locali non registrate, e di questi 42 non erano mai stati descritti in letteratura: germoplasma unico, spesso a rischio di estinzione e verosimilmente autoctono dell’area.

    Un’avvertenza. Le identificazioni genetiche valgono per le accessioni effettivamente campionate nei luoghi del censimento: dicono che quella pianta, coltivata oggi sotto un certo nome, appartiene a una data varietà. Non escludono che lo stesso nome tradizionale abbia indicato varietà diverse in epoche o zone diverse — gli stessi autori invitano alla prudenza nell’interpretare i nomi storici come sinonimi, data l’incertezza dell’attribuzione. Le corrispondenze qui riportate, dunque, non cancellano la possibile esistenza storica di vitigni distinti sotto gli stessi nomi.

    Omonimie da sciogliere

    Molti nomi tradizionali coprono varietà diverse. Il nome Rebola/Ribolla, documentato in Romagna dal Trecento (statuto di Savignano), copre più genotipi: il Pignoletto delle colline bolognesi corrisponde al Grechetto gentile (già «Cor d’Usel»), ma due accessioni «Ribolla» sono genotipi propri, e una «Rebula stara» balcanica è il Heunisch Weiss (Gouais blanc). Le tre accessioni chiamate Lambrusco hanno profili diversi: «Lambrusco di Fiorano» è il Lambrusco del Pellegrino N. (registrato nel 2016), «Lambrusco picol ross» è il Terrano N. (localmente Cagnina), «Lambrusco di Corbelli» è un genotipo unico non registrato. Le sette «Malvasia» e i vari «Moscato» aromatici risultano per lo più falsi nomi o sinonimi locali di Aleatico N. e Moscato giallo B.

    Uve straniere e di altre regioni sotto nomi locali

    Diverse accessioni corrispondono a vitigni di regioni vicine (Toscana: Vernaccia di San Gimignano, Bonamico, Ciliegiolo; Lombardia: Schiava, Mornasca; Veneto: Moscato giallo, Marzemina bianca, Verdicchio bianco, Verduzzo trevigiano; Marche: Verdicchio, Mostosa) o addirittura estere: «Rossa di Monte Castello» è la Glacière provenzale, «Malvasia di Rimini» è la Thrapsathiri greca, «Uva di S. Andrea» è il Palomino spagnolo, mentre alcune «Fogarina/Nibiol» e «Colorino» si sono rivelate ibridi (Jacquez, Seibel 1077). Sono nomi errati, ma la loro corretta identificazione interessa la viticoltura locale.

    I genotipi unici da valorizzare

    Tra le varietà locali non registrate, alcune meritano attenzione. La Pellegrina, a lungo data per sinonimo di Spergola e Sauvignon, è risultata distinta da entrambi (due genotipi «Pellegrina» diversi fra loro): la Pellegrina (Bonfatti) è adatta agli spumanti per l’alta acidità. Il Biondello, non registrato, mostra buoni caratteri agronomici ed enologici per basi spumante anche in clima caldo. La Rossiola rossa (nota come Uva rosa o Uva tosca), distinta dalle Rossola bianche e un tempo confusa con la Fortana, dà rosati varietali di aroma distintivo. Tutte e tre sono candidate all’iscrizione al Catalogo.

    Fonte: C. Pastore, M. Fontana, S. Raimondi, P. Ruffa, I. Filippetti, A. Schneider, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna (Northern Italy)», American Journal of Enology and Viticulture, 2020 (doi: 10.5344/ajev.2020.19076). Riferimenti storici citati nello studio: Silvestroni e altri (1985), Filippetti e altri (2001), Cosmo e Polsinelli (1961), Casazza (1845), Rossi (2017), Meglioraldi e altri (2013), Fontana e altri (2014).

  • La vite nella Modena romana: i reperti archeobotanici di Mutina

    La coltivazione della vite nel territorio della colonia romana di Mutina (Modena) è documentata da un ampio insieme di reperti archeobotanici. È la testimonianza più antica e materiale delle radici della viticoltura modenese, molto prima delle attestazioni scritte dei cataloghi ampelografici.

    Il polline e i vinaccioli

    Il polline di vite è presente in tutti i sei siti di periodo romano indagati a livello palinologico (III secolo a.C. – VI secolo d.C.), spesso con concentrazioni superiori allo 0,2% — valore ritenuto indicativo della coltivazione sul posto, segno di vigneti diffusi nel territorio anche a ridosso della colonia. Sul piano carpologico, sette siti urbani e periurbani e cinque contesti funerari presentano reperti di vite, soprattutto vinaccioli (i semi), talora acini e pedicelli, conservati per sommersione o carbonizzati.

    In un solo sito — l’ex Cassa di Risparmio — sono stati rinvenuti oltre 5000 vinaccioli; le concentrazioni unitarie restano però basse (da 0,1 a 9 reperti per litro di sedimento), un dato che non rimanda a contesti di vinificazione: gli scarti della produzione del vino dovevano avere altri luoghi deputati, probabilmente ville rustiche lontane dalla colonia.

    Le viti maritate all’olmo

    Per il periodo romano si conservano anche testimonianze archeoxilologiche di piantate a Modena, rinvenute durante la perforazione di pozzi artesiani: ceppi di olmo maritati alla vite, recuperati fra i 10 e i 15 metri di profondità presso la parrocchia di S. Biagio del Carmine e nel cortile di una casa in via Rua Muro. È l’immagine, già antichissima, del paesaggio della piantata che caratterizzerà la pianura emiliana per due millenni.

    Le tracce della vinificazione

    Contesti di vinificazione veri e propri sono documentati poco fuori Modena: alla villa romana di Casteldebole (Bologna), un butto del II-III secolo d.C. ha restituito resti di vinacce (vinaccioli, bucce, acini e pedicelli) per 7339 reperti complessivi, riferibili a processi svolti in vasche dell’area produttiva; e al pozzo di via Don Dossetti a Sant’Agata Bolognese (I secolo d.C.), dove la presenza di un torcular e di numerosi dolia fa ritenere la produzione del vino fra le principali attività dell’insediamento.

    Columella e i salici

    Nel sito del parco Novi Sad (III secolo d.C.) la vicinanza di un vigneto è suggerita anche dalla presenza di polline e frutti di salice (Salix sp.), probabilmente impiantati apposta: Columella (De re rustica, IV) raccomandava a chi volesse fare una vigna di «fare in precedenza piantagioni di salici» per avere i «legami» utili ad allestire l’impianto, ricordando che «un campo irriguo o umido produce ottimamente i salici».

    Il DNA antico dei vinaccioli

    I vinaccioli di alcuni scavi modenesi hanno fatto parte di un progetto europeo sul DNA antico della vite. In due casi è stato possibile il confronto con un panel di varietà moderne, e in entrambi i vinaccioli sono risultati geneticamente più vicini ai vitigni europei occidentali che a quelli orientali. Quelli della vasca circolare del parco Novi Sad (US 230) mostrano una notevole similarità con il Colombard, antico vitigno bianco del sud-ovest della Francia; quelli della discarica di Palazzo Vaccari (US 9) una vicinanza con Riesling e Gewürztraminer. Si tratta di affinità genetiche dei semi antichi, non della prova che quelle cultivar moderne fossero già coltivate: un indizio, però, dei rapporti fra la vite della pianura padana romana e il patrimonio viticolo europeo occidentale.

    Fonti: G. Bosi e M. Marchesini, «Reperti archeobotanici di vite a Mutina»; per il DNA antico N. Wales et al., in Journal of Archaeological Science 72 (2016), pp. 57-70; Columella, De re rustica, IV. Dati archeobotanici dai progetti sull’ambiente urbano romano di Modena (Bosi, Bandini Mazzanti, Mercuri, Rinaldi e altri).

  • I vitigni reggiani nell’elenco di Vincenzo Bertozzi (1840)

    Nel 1840 Vincenzo Bertozzi, in un manoscritto intitolato «Viti della provincia di Reggio», compila uno dei più ricchi elenchi ottocenteschi dei vitigni reggiani: 62 varietà a bacca nera e 46 a bacca bianca, molte indicate con il nome dialettale. È una testimonianza fondamentale della biodiversità viticola della provincia di Reggio Emilia, in cui molti autori — da Vincenzo Tanara (1661) a Filippo Re (1805), Claudio Dalla Fossa (1811), Augusto Pizzi (1891) e Carlo Casali (1915) — hanno tracciato elenchi che nominano complessivamente più di cento vitigni. I nomi che rimandano a una scheda dell’enciclopedia — con il nome canonico, il sinonimo dialettale o come biotipo — sono collegati.

    Vitigni a bacca nera (62)

    Aleatico di Firenze, Amabile di Genova, Ambruscòn, Artemino, Balsamina, Bazzolèina, Bècch ròss, Bermestone, Berzmèin (Berzemino o Marzemino), Berzmein gross, Berzmein zentil, Berzmein grùppel, Berzmein pass, Berzmein selvàdegh, Brineda, Bronzeina, Cannaiolo, Covra, Covrèin, Cunza mòst, Frasconéra, Lambrusca (diverse varietà), Lambrusco dei frati, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco di Sorbara dal plò ròss, Lambrusco olivina, Lambrusco salamina, Lambrusco salamina grossa, Lanzelòtta, Monferrato, Moscadlèina, Nigherzól, Nigron, Occhio di Pernice, Paradisa, Postizza zentila, Prefosco, Rabbiosa, Rabbiósa zentila dal piccol ross, Rossaròn, Rosséra, Rosso di Bertinoro, Rosso di Savoja, Salamanna, S. Giovés, Selvadga o Uva d’or, Selvàdga zentila, Selvarezza, Sciocchètta, Scorza Amèra, Simonina, Termarèina (n.), Tintoria, Uva aromatica, Uva da sàbba, Uva della quercia, Uva ed Po, Uva odor di viola, Uva S. Maria, Uva tòsca, Uva unica, Uvetta ed Bersell.

    Vitigni a bacca bianca (46)

    Bertlòtta, Bianca ovél, Cannaiola, Chèga móst, Dolzóla, Grappell, Giottina, Greco, Lambrusca, Lugliatica, Malisa, Malvasia, Malvasia cedrata, Malvasia di Firenze, Moscatello, Moscatello di Candia, Moscatello di Firenze, Moscato di Frontignano, Moscato di Valenza, Occhio di gatto, Occhio di Pernice, Pavaràna, Pignolèina, Redga, Redga grossa, Salamanna, Spargoleina, Squarzafòja, Terbianella, Termarèina (b.), Tocai, Trebbiano, Trebbiano Moscato, Trebbiano di Modena, Uva dall’òcc, Uva dal dóu còvi, Uva d’oro grossa, Uva fasola, Uva massima, Uva montanera, Uva passerina, Vernaccia, Vernazzina, Vernazzola, Zèdra, Zibibbo di Spagna, Zibibbo lungo o Uva galetta.

    Fonte: V. Bertozzi, «Viti della provincia di Reggio», manoscritto, 1840 (62 uve nere, 46 bianche).

  • Il vino nel ricettario domestico dei Valdrighi (Modena, sec. XIX)

    Tra le carte domestiche della famiglia Valdrighi di Modena si conserva un capitolo di ricette enologiche — il capitolo 38, «Vini. Uve e lavorazione» — che raccoglie sia i vini di casa della pianura modenese sia i metodi «forestieri» copiati dai trattati e dai viaggi. È una fonte preziosa per la storia dei vitigni locali e delle pratiche di cantina domestica dell’Ottocento emiliano: accanto ai nomi delle uve del Modenese (Lambrusco, Termarina, Tosca, Gradesana, Trebbiano) compaiono le ricette dello Champagne, del Tokai, dei vini d’Ungheria e del Vermut.

    I vini di casa

    Vino Belvedere (Lambrusco spumante)

    Il vino della villa Belvedere si faceva con uva Lambrusco colta e sgranata subito: mostata e torchiata, si lasciava fermentare nei pestoni, si filtrava per carta sugante e si imbottigliava a febbraio, «e riesce spumante». È la memoria domestica del Lambrusco modenese lavorato a spumante naturale.

    Uva Termarina

    Si racolie l’uva ben nera il più possibile, poi si mette al sole per 8 giorni, o almeno 5; poi si leva la graspa, si spreme in un burazzo, ed il suco si ripone in zucconi di vetro. Dopo 12 giorni si travasa il vino levandone la feccia […] e s’imbotila di lulio.

    Vino grigio o «occhio di pernice»

    Un rosato d’appassimento ottenuto da tre uve in proporzione: «Aleatico nero una paniera, uva Tosca due paniere, Termarina due paniere». Si stende al sole sopra stuoie per otto giorni, si spreme e si torchia moderatamente, si conserva fermo fino all’autunno.

    Vino spumante bianco

    «Uva Gradesana paniere 2, uva Forzuta paniere 2, uva piccola gialla paniere 2»: sgranata fresca, spremuta e torchiata, si lascia fermentare nei pestoni e s’imbottiglia a febbraio con un poco di zucchero. Seguono le «Memorie sul vino bianco spumante», con prove fatte «col metodo di Torino e di Francia».

    Vino di uva Trebbiana, passerino, moscatello

    Il «vino di uva Trebbiana» si fa con Trebbiano ben appassito, tenuto al sole otto o più giorni, spremuto, filtrato e riposto nei pestoni neri a invecchiare. Il ricettario ricorda anche la «purgazione del vino passerino» (da uva Passerina) e, dal Corso compiuto d’agricoltura dell’abate Rozier, il modo «per fare il moscatello senz’uva moscata» con trebbiano, erba sclarea e fiori di sambuco.

    Memorie sul vino nero

    Note sui metodi di Borgogna e Bordeaux: la bollitura in tino coperto, l’allungamento del vino troppo colorito con vino bianco «e ne risulta un vino che sembra un Bordeaux», la conservazione nelle grandi damigiane di vetro con olio d’oliva sopra.

    I vini forestieri

    Vino di Champagne

    Metodo copiato «per fare con più esattezza il Belvedere spumante»: uva ben matura sgranata a fresco, scartati gli acini acerbi, spremitura in tre volte, fermentazione di quindici giorni, purgazione per filtrazione e imbottigliamento verso il 20 febbraio in bottiglie turate «con bussoni, catrame e laccia onde non scoppia». Per la tinta rosea si usavano bacche di sambuco («sureau») bollite con cremore di tartaro.

    Vino di Tokai e d’Ungheria

    Descrizione delle quattro specie di Tokai — Essenza, Auspnuk, Masslach e vino comune — ottenute per pressioni successive dei medesimi grappoli mezzo secchi, «Vinum Tokainum est Reghina vinorum». Seguono la «fabbricazione del vino di Tokai» (uva lasciata sull’albero fino al 28 ottobre) e un «altro vino d’Ungheria» da uva appassita sette giorni e rinvenuta in vino buono.

    Del vino turco

    «Questo è fatto di Malvasia e riunisce tutte le buone qualità»: grappoli scelti a uno a uno, distesi al sole otto giorni, torchiati nella giornata più calda con l’uva ben calda, poi purgati con un pugno di platre e un pizzico di bec de corbin.

    Il Vermut

    Chiudono il capitolo alcune ricette di vino aromatizzato: il «Vermuth del Camuri» (vino bianco generoso con genziana, galanga, imperatoria, angelica, iride fiorentina, calamo, assenzio, china, garofani e cannella regina), le «dosi per il vino Vermut», il «barile di vino stomatico comunemente detto Vermute» e un «Vermut all’uso di Toscana».

    Fonte: Ricettario domestico della famiglia Valdrighi (Modena, sec. XIX), cap. 38 «Vini». La ricetta del «moscatello senz’uva moscata» e il «barile stomatico» rimandano al Corso compiuto di agricoltura tecnico-pratica ed economica dell’abate Rozier (tomo IV).