La vite nella Modena romana: i reperti archeobotanici di Mutina
La coltivazione della vite nel territorio della colonia romana di Mutina (Modena) è documentata da un ampio insieme di reperti archeobotanici. È la testimonianza più antica e materiale delle radici della viticoltura modenese, molto prima delle attestazioni scritte dei cataloghi ampelografici.
Il polline e i vinaccioli
Il polline di vite è presente in tutti i sei siti di periodo romano indagati a livello palinologico (III secolo a.C. – VI secolo d.C.), spesso con concentrazioni superiori allo 0,2% — valore ritenuto indicativo della coltivazione sul posto, segno di vigneti diffusi nel territorio anche a ridosso della colonia. Sul piano carpologico, sette siti urbani e periurbani e cinque contesti funerari presentano reperti di vite, soprattutto vinaccioli (i semi), talora acini e pedicelli, conservati per sommersione o carbonizzati.
In un solo sito — l’ex Cassa di Risparmio — sono stati rinvenuti oltre 5000 vinaccioli; le concentrazioni unitarie restano però basse (da 0,1 a 9 reperti per litro di sedimento), un dato che non rimanda a contesti di vinificazione: gli scarti della produzione del vino dovevano avere altri luoghi deputati, probabilmente ville rustiche lontane dalla colonia.
Le viti maritate all’olmo
Per il periodo romano si conservano anche testimonianze archeoxilologiche di piantate a Modena, rinvenute durante la perforazione di pozzi artesiani: ceppi di olmo maritati alla vite, recuperati fra i 10 e i 15 metri di profondità presso la parrocchia di S. Biagio del Carmine e nel cortile di una casa in via Rua Muro. È l’immagine, già antichissima, del paesaggio della piantata che caratterizzerà la pianura emiliana per due millenni.
Le tracce della vinificazione
Contesti di vinificazione veri e propri sono documentati poco fuori Modena: alla villa romana di Casteldebole (Bologna), un butto del II-III secolo d.C. ha restituito resti di vinacce (vinaccioli, bucce, acini e pedicelli) per 7339 reperti complessivi, riferibili a processi svolti in vasche dell’area produttiva; e al pozzo di via Don Dossetti a Sant’Agata Bolognese (I secolo d.C.), dove la presenza di un torcular e di numerosi dolia fa ritenere la produzione del vino fra le principali attività dell’insediamento.
Columella e i salici
Nel sito del parco Novi Sad (III secolo d.C.) la vicinanza di un vigneto è suggerita anche dalla presenza di polline e frutti di salice (Salix sp.), probabilmente impiantati apposta: Columella (De re rustica, IV) raccomandava a chi volesse fare una vigna di «fare in precedenza piantagioni di salici» per avere i «legami» utili ad allestire l’impianto, ricordando che «un campo irriguo o umido produce ottimamente i salici».
Il DNA antico dei vinaccioli
I vinaccioli di alcuni scavi modenesi hanno fatto parte di un progetto europeo sul DNA antico della vite. In due casi è stato possibile il confronto con un panel di varietà moderne, e in entrambi i vinaccioli sono risultati geneticamente più vicini ai vitigni europei occidentali che a quelli orientali. Quelli della vasca circolare del parco Novi Sad (US 230) mostrano una notevole similarità con il Colombard, antico vitigno bianco del sud-ovest della Francia; quelli della discarica di Palazzo Vaccari (US 9) una vicinanza con Riesling e Gewürztraminer. Si tratta di affinità genetiche dei semi antichi, non della prova che quelle cultivar moderne fossero già coltivate: un indizio, però, dei rapporti fra la vite della pianura padana romana e il patrimonio viticolo europeo occidentale.
Fonti: G. Bosi e M. Marchesini, «Reperti archeobotanici di vite a Mutina»; per il DNA antico N. Wales et al., in Journal of Archaeological Science 72 (2016), pp. 57-70; Columella, De re rustica, IV. Dati archeobotanici dai progetti sull’ambiente urbano romano di Modena (Bosi, Bandini Mazzanti, Mercuri, Rinaldi e altri).
