Uva Sangiovese

Vitigno · Emilia-Romagna

Sangiovese. È così rara che non credo esservene altrove se non a Casinalbo in una possessione. E uva buonissima, e la migliore che si trovi nella Romagna, ove intendo nascervi in abbondanza1.

Nei Ducati il sangiovese («S. Giovese») compare nel 1841 nel catalogo del vivaio di Luigi Musiari a Ponte d’Enza; nel 1845 «Il Felsineo» ne registra il nome dialettale bolognese «sanzveis» («vitis sanzoveti»).2

Analisi del mosto (E. Ramazzini, 1887)

Campioni raccolti ad Albareto e San Donnino; uva da vino. Mosto: glucosio 19,5; acidità totale 0,80; colore rosso; sapore dolce-acidulo. Osservazione: «si incontra raramente».

E. Ramazzini, Uve principali della pianura modenese. Analisi, Modena, Tip. Moneti e Namias, 1887 (Quadro II — uve nere o rosse).

Esposizione delle uve di Reggio Emilia (1891)

All’Esposizione delle uve di Reggio Emilia (1891) il Sangiovese — presentato anche come «Sangiovese di Toscana» — risultò da mediocremente a molto coltivato e assai produttivo, uva da pasto e da alto taglio; il tipo toscano era però «ricercato solo dai negozianti reggiani».

Bollettino del Comizio Agrario e della Società d’Agricoltura di Reggio nell’Emilia, anno XXIV, n. 6-7, giugno-luglio 1891 — Esposizione delle uve (Allegato G).

Composizione analitica del vino

Secondo una tavola analitica storica dei vini emiliano-romagnoli, il Sangiovese del Forlivese presentava: alcool 10,5-12,5% vol., acidità 6,0-9,0‰, estratto 19,0-28,0‰, ceneri 2,0-3,0‰.

Fonte: tavola analitica dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia (rilevazione di fine XIX / inizio XX secolo; anno esatto da precisare con la fonte). Vedi il dossier La composizione dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia.

Le origini: un meridionale che si è fatto toscano

Se in Emilia e in Toscana il Sangiovese è considerato autoctono, la genetica racconta una storia più mossa: la sua origine è probabilmente meridionale. È uno dei casi in cui il termine «autoctono» va inteso nel senso del luogo «dove il vitigno dà il meglio di sé» — non necessariamente dove è nato.3

Tante suggestioni per un nome

L’etimologia non è mai stata accertata. L’ipotesi più suggestiva lega il nome a Giove, il più grande dei pianeti, che governa il Sagittario, «segno della giustizia»: Sangiovese come sanguis Jovis, «sangue di Giove». Altre fonti toscane e corse propendono per «sangiovannese» (San Giovanni), per la maturazione abbastanza precoce; e c’è chi, nell’assonanza fra Giove e San Giovanni, intravede piuttosto Giano (Ianus) e il solstizio di giugno.3

Il vitigno è raffigurato col nome di Sangioeto in un dipinto di fine Seicento di Bartolomeo Bimbi, e già Giovan Vettorio Soderini nel Trattato della coltivazione delle viti (1600) lodava il «Sangiogheto, aspro a mangiare, ma sugoso e pienissimo di vino». È coltivato anche in Corsica come Nielluccio, e in Algeria come Lakhdari.3

Il padre del Ciliegiolo

Dal 2002 si è cominciato a ricostruirne la parentela. È accertato un legame di primo grado con il Ciliegiolo: dopo un’iniziale ipotesi (2007) che voleva il Sangiovese figlio di Ciliegiolo e Calabrese di Montenuovo, uno studio sulla grande collezione di Vassal-Montpellier ha ribaltato il rapporto, individuando il Sangiovese come genitore del Ciliegiolo insieme al Muscat rouge de Madère (Moscato violetto). La conferma è arrivata nel 2010 dalla collezione di Conegliano. Il Sangiovese è inoltre, insieme al Mantonico bianco calabrese, all’origine di Gaglioppo e Nerello mascalese: un patriarca che dal Sud ha risalito la penisola.3

  1. Maini, Luigi – L’Indicatore Modenese n. 14 “Catalogo alfabetico di quasi tutte le uve o viti conosciute e coltivate nelle provincie di Modena e Reggio secondo i loro nomi volgari con altre osservazioni relative” – 1851 ↩︎
  2. L. Musiari, catalogo del vivaio di Ponte d’Enza, 1841. «Il Felsineo», 1845. ↩︎
  3. A. Scienza, S. Imazio, La stirpe del vino, Sperling & Kupfer, 2018. ↩︎

Nome dialettale reggiano: furastèra, sangiovèis (uva nera), letteralmente «forestiera» (Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915).

Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)

Tralcio. Rossigno, lanuginoso alla base, a strie talvolta spiraliformi, nodi ingrossati, cilindroide, internodi brevi, uguali o minori del peduncolo, disposti un po’ a zig-zag.

Foglia. Lembo piuttosto allargato, a 5 lobi poco incisi (al più 1/3), gli inferiori appena segnati e divaricanti, lobo medio un po’ trilobo, denti acuti, fitti e finamente mucronati. Pagina superiore alquanto aracneosa, di color verde carico, l’inferiore tomentosa. Peduncolo rosso, aracneoso, appena striato, poco ingrossato alla base, geniculato, poco contorto, minore della nervatura centrale.

Grappolo. Spargolo, piramidale alla base poi cilindrico, a 4-5 assi secondarj un po’ distanti, di 16 cent. in media, a peduncolo rosso, breve, rachide giallo-rossiccio, pedicelli rossi.

Acino. Subsferico, di mm. 14×13, duro a frangere, alquanto aderente al pedicello, sugoso, dolce-gustoso, a buccia grossa, nera, con cera copiosa. Semi: 1-3 rossigni, grossi, globosi, a colletto corto, bruno all’apice.

Vitigno raro perché di recente importazione; uva maturante in settembre, ottima per vino. Lodato dal Caula. Malavasi lo dichiara identico al Sangiovese delle Marche e dell’Umbria, sinonimo del Montepulciano d’Ascoli e degli Abruzzi e della Megliuppa di Chieti.

L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.