Il Libro VI dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644) è «La Terra»: il libro dei campi — la loro lavorazione, le grandi colture della pianura e l’olivo.1
L’aratro e la vanga
Tanara distingue i modi di lavorare la terra: l’aratura, che «porta corona sopra tutti gli altri» per le grandi estensioni, e la vanga, «quella che arricchisce i Padroni e i Contadini». La vanga è lo strumento dell’orto e delle colture ricche — canapa, fave, miglio, fagioli — perché lavora più a fondo e a fior di radice; l’aratro è il re dei seminati estesi. È la fotografia di un’agricoltura emiliana di piena mano d’opera.
La canapa
La grande coltura è la canapa, ricchezza della pianura bolognese. Tanara ne descrive il ciclo: la semina «per tutto Aprile e mezzo Maggio», la difesa dalle galline, dai colombi e dai passeri, il taglio ai primi d’agosto. La canapa è «di due sorti»: il maschio, che si secca prima, e la femmina, che porta il seme; dopo il taglio le manne si macerano nell’acqua per separarne la fibra. Ricorda anche l’erba infestante orobanche, «volgarmente verba Tora, perché subito che le vacche la mangiano vanno al toro».
Le biade e i legumi
Fra i seminati, oltre al grano e alla spelta, Tanara tratta le biade minori e i legumi — fave, miglio, panìco — e l’avena, «quasi Aduena, perché non aspettata né desiderata appare ne’ campi»: erba spontanea più che coltura, spia dei terreni trascurati.
L’olivo e l’olio
Chiude il libro l’olivo, «simbolo di pace». Tanara, bolognese, è prudente: l’olivo dà nel Bolognese frutti «di meravigliosa grossezza», ma «poca quantità d’olive da vendere, e meno oglio si mangia del Bolognese»; l’albero vuole i colli «volti a levante e mezzogiorno». È l’olivo di confine settentrionale, coltivato più per bellezza e per l’«aria marina» dei colli che per grande resa.
Nota: anche «La Terra» descrive colture e specie, non varietà; le voci varietali restano alle schede dedicate. La canapa e la vanga restano però due chiavi dell’identità agraria emiliana.
- Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, libro VI «La Terra», cc. 435-537 (1ª ed. Bologna, 1644). ↩︎
