Tema: Fonti e autori

Rubrica: gli autori e le opere documentarie da cui Cornucopia trae le sue fonti.

  • La terra di Vincenzo Tanara: canapa, biade e olivo (Libro VI, 1644)

    Il Libro VI dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644) è «La Terra»: il libro dei campi — la loro lavorazione, le grandi colture della pianura e l’olivo.1

    L’aratro e la vanga

    Tanara distingue i modi di lavorare la terra: l’aratura, che «porta corona sopra tutti gli altri» per le grandi estensioni, e la vanga, «quella che arricchisce i Padroni e i Contadini». La vanga è lo strumento dell’orto e delle colture ricche — canapa, fave, miglio, fagioli — perché lavora più a fondo e a fior di radice; l’aratro è il re dei seminati estesi. È la fotografia di un’agricoltura emiliana di piena mano d’opera.

    La canapa

    La grande coltura è la canapa, ricchezza della pianura bolognese. Tanara ne descrive il ciclo: la semina «per tutto Aprile e mezzo Maggio», la difesa dalle galline, dai colombi e dai passeri, il taglio ai primi d’agosto. La canapa è «di due sorti»: il maschio, che si secca prima, e la femmina, che porta il seme; dopo il taglio le manne si macerano nell’acqua per separarne la fibra. Ricorda anche l’erba infestante orobanche, «volgarmente verba Tora, perché subito che le vacche la mangiano vanno al toro».

    Le biade e i legumi

    Fra i seminati, oltre al grano e alla spelta, Tanara tratta le biade minori e i legumi — fave, miglio, panìco — e l’avena, «quasi Aduena, perché non aspettata né desiderata appare ne’ campi»: erba spontanea più che coltura, spia dei terreni trascurati.

    L’olivo e l’olio

    Chiude il libro l’olivo, «simbolo di pace». Tanara, bolognese, è prudente: l’olivo dà nel Bolognese frutti «di meravigliosa grossezza», ma «poca quantità d’olive da vendere, e meno oglio si mangia del Bolognese»; l’albero vuole i colli «volti a levante e mezzogiorno». È l’olivo di confine settentrionale, coltivato più per bellezza e per l’«aria marina» dei colli che per grande resa.

    Nota: anche «La Terra» descrive colture e specie, non varietà; le voci varietali restano alle schede dedicate. La canapa e la vanga restano però due chiavi dell’identità agraria emiliana.

    1. Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, libro VI «La Terra», cc. 435-537 (1ª ed. Bologna, 1644). ↩︎
  • L’orto di Vincenzo Tanara: erbe, zucche e zafferano

    Il Libro IV dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644) è «L’Horto»: l’orto delle erbe e degli ortaggi.1 Come per il frutteto, Tanara descrive le specie — non le varietà — intrecciando la cucina, la medicina dei semplici e l’erudizione classica.

    Le erbe

    L’orto è anche il regno delle erbe aromatiche e medicinali. Il timo, «che rima con Bologna» in un verso scherzoso, è l’erba delle api — «Dumque Timo pascuntur apes», cita Tanara da Virgilio — e insieme rimedio per la quartana e il «mal caduco». Le erbe da condimento e da medicina attraversano tutto il libro.

    Le zucche

    La zucca (Cucurbita) è «uno de’ maggiori utili» dell’orto, per le molte vivande e la lunga conservazione. Tanara descrive le zucche bianche lunghe — «dette Cucuzze a Roma» — coltivate da seme genovese, che si friggono in olio, si empiono di ripieni, si cuociono in minestra, o si seccano «venir toste come sassi» per serbarle; le più grosse fanno da recipiente per l’aceto, le rotonde da farina, le piccole da fiaschi da vino e da lumi per gli ortolani.

    Lo zafferano: il vero e il bastardo

    «Con due sorti di Zaffarano in fine abbellirai il tuo Horto». Il vero zafferano è il Crocus: dai bulbi (le «cipollette») nasce d’autunno il fiore coi quattro o cinque fili rossi, che si raccolgono, si seccano all’ombra e si serbano in una scatola «per dar colore, gusto e allegrezza a qual si voglia vivanda» — «cena coronata est plenior ista Croco». Ha inoltre molte virtù mediche: «conforta lo stomaco, allegra il cuore, provoca l’orina e facilita il parto», e «basta pigliarne due dramme».

    Il zafferano bastardo, o matto è invece un’altra pianta: il Cartamo2, che si fa da seme, serve a governare i pappagalli «avidissimi» del suo seme, e dà la confezione detta «Diacartamo»; si vende in piazza per zafferano, ma non lo è. La distinzione fra Crocus e Cartamo è una delle più utili dell’orto storico.

    La medicina dell’orto

    Per le virtù delle erbe Tanara rimanda «all’ultimo libro» e all’autorità di Bartolomeo Ambrosini, medico eccellentissimo e, dopo Camillo Baldi, custode dell’insigne Museo di Ulisse Aldrovandi a Bologna: segno di quanto l’orto del cittadino in villa fosse anche un fatto di scienza cittadina.

    1. Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, libro IV «L’Horto», cc. 287-330 (1ª ed. Bologna, 1644). ↩︎
    2. Il «cartamo» (Carthamus tinctorius), o cartamo/zafferanone, dà fiori di un giallo-arancio usato come colorante e sofisticazione dello zafferano vero. ↩︎
  • Il giardino di Vincenzo Tanara: agrumi, frutti e canditi

    Il Libro V dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644) è «Il Giardino»: il frutteto e il giardino degli alberi da frutto.1 A differenza delle uve del primo libro, qui Tanara descrive le specie — non le varietà coltivate — con la loro coltivazione, la medicina dei semplici e, soprattutto, l’arte della credenza: le conserve e i canditi.

    Gli agrumi e i canditi

    Cuore del giardino sono gli agrumi: cedri e cedrati, lumie, limoncelli, naranci e melangole. Tanara ne dà usi e conserve raffinati — le melangole in acqua di rose ghiacciata e zucchero, i limoncelli acerbi conservati nel miele o nell’aceto «per la Quaresima» — e soprattutto il metodo per candirli: la scorza spurgata dell’amaro e portata lentamente allo zucchero, fino al cedro candito, che si taglia in fettoline e serve per pasticci, crostate e ripieni. La varietà d’elezione per candire resta il Cedro di Diamante calabrese.

    Freschi, gli agrumi tornano anche in tavola come condimento: Tanara ricorda il limone «tagliato in fette e tramezzato con fette di mortadella o salame», che ne tempera la sapidità.

    I frutti del giardino

    Accanto agli agrumi, Tanara descrive il nespolo (Mespilus, «frutto coronato come il granato», donde il verso «Regum imitata coronas Mespila»), l’azzeruolo — che «dagli Arabi chiamato Zaror», il pomo dai tre ossicini detto anche «Triccoco» — e il pino da pinoli. Per ciascuno intreccia coltivazione, innesto e virtù mediche, appoggiandosi al Mattioli, ai Salernitani e agli antichi.

    Il metodo e le fonti

    Il libro è un manuale di innesti e cure — dei meli e dei peri Tanara tratta soprattutto la moltiplicazione per innesto — e insieme un florilegio d’erudizione, da Virgilio («Fraxinus in silvis, pulcherrima Pinus in hortis») a Varrone e Giovanni Damasceno per i canditi.

    Nota: come nel resto del Trattato, Tanara nomina varietà distinte solo per le uve; per i frutti descrive le specie. Le varietà pomologiche restano perciò materia delle schede dedicate. Voce collegata: Cedro candito.

    1. Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, libro V «Il Giardino», cc. 331-434 (1ª ed. Bologna, 1644). ↩︎
  • I salumi del cittadino in villa: la salumeria emiliana dalle fonti

    Il terzo libro dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644), «Il Cortile», nasconde uno dei più ricchi trattatelli di salumeria del Seicento italiano: una sequenza di quasi venti preparazioni1 che va dagli insaccati nobili alle voci del recupero. Messe in fila con le fonti che le precedono, quelle pagine raccontano la storia della salumeria emiliana — dal Medioevo alla corte estense fino alla Bologna «famosa per tutta l’Italia».

    Il nome e le origini

    Il salume più antico è, nel nome, la lucanica: dal latino lucanica, «propria della Lucania», appresa — dice la tradizione — dai soldati lucani, ricordata già da Apicio e da Marziale, e prima attestata in volgare a Milano da Bonvesin de la Riva (1271-80). Anche la mortadella nasce diversa da oggi: nel Medioevo era il tomacello, una polpetta di fegato avvolta nella rete e fritta, non l’insaccato.

    La corte estense: Ferrara

    A Ferrara, nel 1549, lo scalco Cristoforo di Messisbugo registra la salumeria di corte: la mortadella gialla, insaccato speziato e tinto di zafferano anche nelle budella, e i cervellati «bianchi» e «ducali». È la salumeria come lusso, dolce-speziata, da tavola signorile.

    La salumeria bolognese di Tanara

    Un secolo dopo, a Bologna, Tanara fissa il repertorio cittadino. Al centro sta la mortadella di Bologna, con la sua dose per cento libbre; dagli avanzi della sua lavorazione si fanno i mezi salami (carne magra e grassa, sale al 6%, pepe, in budelle di vitello), da mangiare presto. Accanto, il salame alla Fiorentina di sola carne magra con un tocco d’aglio, e un salame di fegato con sugna fresca e coriandolo, «buono da mangiarsi di primavera».

    Dal sangue nasce il sanguinaccio, che Tanara chiama anche «cervellato»: dolce, con miele o sapa, uva passa, pinoli e spezie. Dalle parti umili — grugni, orecchie, zampetti — la coppa di testa. E dagli zampetti cotti nel mosto cotto, una gelatina di confine fra il salato e il dolce che a Bologna si chiamava Iorio.

    Il filo: le razze

    Tutte queste preparazioni presuppongono un maiale che oggi va cercato: un suino di razza autoctona, come la Mora Romagnola, dal grasso saporito adatto alla stagionatura. È il filo che lega la salumeria storica alla biodiversità: senza le razze giuste, le ricette perdono il loro senso.

    Voci collegate: Mortadella di Bologna · Mortadella gialla · Tomacello · Lucanica · Sanguinaccio · Coppa di testa · Iorio · Cervellata.

    1. Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, libro III «Il Cortile», cc. 188-190, §§ 93-110 (1ª ed. Bologna, 1644). Per le attestazioni linguistiche: VoSLIG (AtLiTeG). Per Messisbugo: Banchetti, Ferrara, 1549 (ed. crit. V. Ricotta, 2023). ↩︎
  • L’anno della villa: il calendario di Pietro de’ Crescenzi (Libro XII)

    Chiude il Trattato di Pietro de’ Crescenzi (1304) un calendario: «un compendioso memoriale, per lo quale il padre della famiglia, quando va alla villa, agevolmente sappia quello che in ogni tempo dee fare».1 È l’anno della villa mese per mese — e, letto oggi, è il filo che lega il campo alla tavola.

    L’inverno: la terra a riposo

    Gennaio si apre osservando «la bontà, o la malizia dell’aere, e de’ venti, e della terra». È tempo di potare, di tagliar legname «per le case», di riparare gli attrezzi. Si semina la fava, che «nasce solamente dopo il verno», e nei mesi freddi si mettono i montoni alle pecore perché il parto, nato di primavera, «possa nutrirsi».

    La primavera e l’estate: seminare e mietere

    A marzo si semina l’orzo marzuolo, che a Bologna chiamano margolla. L’estate è la mietitura dei grani; e comincia la prima trasformazione: ad agosto «si colgono, e seccansi i fichi, e le noci», e «in questo tempo si può far l’agresto» — il succo agro dell’uva acerba, prima acidità della cucina prima del limone.

    L’autunno: la vendemmia e la tavola dell’anno

    È settembre il cuore dell’anno contadino. Si semina il grano e la spelda, si raccoglie la saggina, si secca il lino; e sulle viti «nella fin si fa la vendemmia», e con essa tutte le cose «che a vendemmia appartengono»:

    Puossi far la sapa, anche il defruto, e ’l coroeno. Anche si colgono i frutti degli arbori, che allor si mostran maturi.

    Dall’uva nascono in un giorno solo il vino, l’aceto, e i mosti cotti — la saba, il defrutum, il carenum — mentre nell’ovile il latte diventa cacio. È il momento in cui il lavoro del campo si fa dispensa: le preparazioni di De Crescenzi non sono ricette a sé, ma i gesti stagionali con cui la villa metteva da parte l’anno.

    Il filo del trattato

    Il calendario rimanda a tutti i libri precedenti — le uve del Libro IV, i cereali del III, i frutti del V, gli animali del IX — e li ricompone in un unico ciclo. È la cornice di tutta l’opera, e la ragione per cui questo trattato del 1304 resta, a distanza di settecento anni, un modo per capire come si mangiava e si beveva «di una volta».

    1. Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro XII), ed. Cosimo Giunti, 1605, cc. 566-576. ↩︎
  • L’allevamento di Pietro de’ Crescenzi: il Libro IX (1304)

    Il Libro IX del Trattato di Pietro de’ Crescenzi (1304) è il libro degli animali della villa: cavalli, buoi, pecore, capre, porci e gli animali da cortile.1 Non elenca razze con un nome, ma tipi per taglia e territorio, e le loro utilità.

    Buoi, vacche e bufali

    Dei buoi distingue i tipi per taglia e luogo — grandi «per le pianure», piccoli «ne’ monti», medi per entrambi — e cita i bufali, «neri, e grandi, e forti e quasi indomiti… che molto volentieri dimorano nell’acqua». Nulla si spreca: le corna «a far pettini», le ossa «a far dadi, e maniche di piccoli coltelli», lo sterco «a letaminare i campi».

    Pecore, capre e il cacio

    Le pecore danno il latte e il cacio: De Crescenzi ne dà il metodo, con il caglio di cardo o di fico accanto a quello di agnello — v. la scheda Cacio. Le capre danno un cacio «non tanto laudabile quanto quello delle pecore», e pelli «per far ottime carte, e dilicati calzamenti».

    Porci e cortile

    Il porco si sceglie e s’ingrassa «e se ne fa carne»; il cortile — pavoni, oche, anitre, galline, colombi, pesci da peschiera — chiude il quadro dell’economia animale della villa.

    Le api e il miele

    Fra gli animali della villa ci sono anche le api (Libro X): il guardiano, a settembre, riconosce gli alveari e ne trae il miele e la cera — il dolcificante del Medioevo, prima che lo zucchero si diffondesse. Anche qui il gesto è stagionale, parte del ciclo dell’anno.

    Le fonti

    De’ Crescenzi intreccia gli antichi (Varrone, con le sue curiosità sui porci smisurati) e i «maliscalchi» del suo tempo per le cure veterinarie.

    Ritratto rappresentativo dell’allevamento (letti: buoi/varietà, pecore/cacio, capre, porci). Nessuna razza è nominata: le razze antiche restano materia di schede, quando attestate altrove.

    1. Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro IX), ed. Cosimo Giunti, 1605, cc. 396-467. ↩︎
  • Gli orti di Pietro de’ Crescenzi: il Libro VI (1304)

    Il Libro VI del Trattato di Pietro de’ Crescenzi (1304) è il libro dell’orto: le erbe e gli ortaggi «che si seminano in quelli».1 Come per i frutti, de’ Crescenzi descrive le specie e i loro tipi — non le varietà — intrecciando la cucina, la medicina e la stagione.

    Gli ortaggi

    Aglio, porri e cipolle; cavoli, zucche, cocomeri e cetrioli; lattughe, bietole, rape e le erbe da condimento. Dei cavoli distingue i tipi — quelli a foglia piana «che comunemente usiamo nelle nostre contrade», i crespi, e i cavoli romani:

    Sono ancora certi cavoli, che hanno le foglie grandi, sottili, e alquanto crespe per tutto, i quali s’appellano cavoli romani: e questi son migliori, che tutti gli altri.

    Ogni ortaggio porta la sua qualità secondo la medicina dei gradi: «caldo», «freddo», «secco», «umido».

    L’aglio, «teriaca dei contadini»

    L’aglio è il rimedio del povero: il suo sugo «discaccia il veleno, onde è detto utriaca de’ villani» — la teriaca dei contadini. E dà una salsa da tavola:

    Contra i vermini prendi aglio, e un poco di pepe, sugo di pretosemolo, e di menta, e aceto, e fanne salsa, e intignivi dentro il pane, o la carne.

    È l’antenata dell’agliata.

    Le fonti

    Come nel resto del trattato, de’ Crescenzi intreccia Plinio, Palladio e i medici antichi (Avicenna, Galeno) con la pratica dell’orto del suo tempo.

    Ritratto rappresentativo dell’orto medievale (letti: erbe in comune, aglio, cetrioli/cocomeri, cavoli). Le specie descritte non hanno nome di varietà: quelle restano alle uve del Libro IV.

    1. Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro VI), edizione fiorentina di Cosimo Giunti, 1605, cc. 287-360. ↩︎
  • Il frutteto di Pietro de’ Crescenzi: il Libro V (1304)

    Il Libro V del Trattato di Pietro de’ Crescenzi (1304) è il libro degli alberi da frutto.1 A differenza delle uve del Libro IV, qui de’ Crescenzi non nomina varietà: dei meli, dei peri, dei fichi dice che «le diversità sono infinite» e diverse in ogni città, e lascia che sia l’esperienza, contrada per contrada, a riconoscere le migliori. Descrive dunque le specie, l’innesto e gli usi — un ritratto del frutteto medievale.

    Nota di metodo: poiché non compaiono nomi di varietà, questo libro alimenta la storia dei frutti (note nei frontespizi) e questo approfondimento, non nuove schede di varietà — che restano per le uve del Libro IV.

    L’innesto

    Il cuore tecnico del libro è l’innesto, con cui una specie si «alleva» su un’altra. Del melo scrive:

    Il melo si può innestare in sé medesimo, e nel pero, e nel prugnolo, e nel pruno, e nel sorbo, e nel cotogno, e nel pesco, e nel platano, e nel pioppo, e nel salcio, del mese di Febbraio, e di Marzo, e per lo Solstizio cinquanta giorni, come Cato dice.

    I frutti senza nome

    Melo, pero e fico sono descritti per tipi — colore, sapore, stagione, serbevolezza — ma senza nomi. Del melo:

    Certi sono di color rosso, e certi di color giallo, e certi di color verde: e certi son dolci, e certi acetosi, e certi afri… Onde le spezie de’ meli son molte, delle quali potrà l’huomo per esperienza conoscere il vantaggio in ciascuna contrada.

    Del pero, ancora più netto:

    Il Pero è arbore manifesto, e le sue diversitadi sono infinite, e in ciascuna Città sono diverse le pere l’una dall’altra… certe allora colte, e serbate, durano, e si maturano solamente nella State seguente, come sono le pere ruggini.

    E del fico: «le sue diversitadi sono infinite, e imperò ciascheduno elegga quella generazion di fichi, la quale… meglio alligna». Le uniche indicazioni sono di tipo, non di nome: le pere «ruggini» serbevoli, i fichi precoci «che producono i fichi prima che le foglie».

    L’olio d’oliva

    Il capitolo dell’ulivo diventa un piccolo trattato sull’olio. Le olive si colgono acerbe per il «primo olio», poi nere per l’olio migliore; si ammucchiano a maturare, si macinano su «aspra e dura pietra», e — regola d’oro, da Catone — l’olio si separa dalla morchia il più presto possibile:

    L’olio si dee partir dalla morchia, quanto più tosto si puote, imperocché l’olio, quanto più starà nella morchia, tanto sarà piggiore. E l’uliva si dee purgar dalle foglie, e da ogni altra immondizia, innanzi che se ne faccia olio.

    Nulla si butta: la morchia (la feccia dell’olio) concima i campi in piccola quantità, protegge le vesti dalle tignuole, difende le radici degli alberi — con le auctoritates di Varrone e Catone.

    Gli usi e le virtù

    De’ Crescenzi non separa il frutto dalla medicina e dalla cucina. La castagna è quasi un cereale — «più nutritiva di tutti i granelli, in tanto che è prossimana a’ granelli del pane», dice citando Galeno — e con lo zucchero diventa cibo buono. Il cotogno dà due frutti, le «pere cotogne» e le «mele cotogne», che cotte addolciscono e legano la sapa (il mosto cotto). Ogni frutto porta con sé una qualità («caldo», «freddo», «stitico») secondo la medicina dei gradi di Avicenna e Galeno.

    Le fonti

    Come nel resto del trattato, de’ Crescenzi intreccia gli agronomi e i naturalisti antichi — Catone, Varrone, Palladio, Plinio, Aristotele — con la pratica del suo tempo.

    Approfondimento in espansione: letti: melo, pero, fico, corniolo, ulivo (olio), castagno, cotogno. Da leggere: mandorlo, nocciolo, ciliegio, cedro, melograno, gelso, albicocco, nespolo, noce, susino, pesco, sorbo, giuggiolo e gli alberi selvatici (cc. 203-285).

    1. Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro V), edizione fiorentina di Cosimo Giunti, 1605, cc. 203-285. ↩︎
  • Le uve del Colombaro: il catalogo di Francesco Aggazzotti (1867)

    Nel 1867 l’avvocato Francesco Aggazzotti stampa a Modena il Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro: l’inventario ragionato delle viti del suo podere di Colombaro, sulle colline modenesi. Non è un’ampelografia accademica — è il quaderno di un uomo che quelle viti le aveva sotto casa, e che di ciascuna dice com’è fatta, che vino dà e se valga la pena tenerla.

    È questa franchezza a renderlo prezioso. Aggazzotti non nasconde i difetti: di un’uva scrive che darà vini «pesanti e stitici», di un’altra che va piantata lungo le strade proprio perché non è buona, così chi ruba se ne fa passare la voglia. Nel 1883 aggiungerà alcune voci al catalogo originario.

    Le uve del Colombaro nell’enciclopedia

    Queste sono tutte le voci dell’enciclopedia in cui la fonte attesta o descrive la varietà: 88 in tutto, di cui 88 con scheda consultabile e 0 ancora in lavorazione (⬡).

    Quante uve descrive davvero il catalogo. L’ultima voce porta il numero 102, ma i tipi realmente descritti sono 70. La numerazione è progressiva solo fino al n. 57: da lì salta — la Biancolina è numerata 64 ma è in realtà la 58ª — e i numeri non corrispondono più. Lo stesso Aggazzotti lo spiega in una nota a p. 40: «Nel Catalogo dell’Autore segue un gran numero di varietà di viti, su parecchie delle quali pendono attualmente osservazioni ed esperienze… Di queste ultime si sospende per ora la pubblicazione, ristringendoci a far conoscere nei seguenti numeri le varietà meglio studiate e determinate». I numeri mancanti sono le varietà che l’autore non ritenne ancora pronte per la stampa. Va inoltre notato che la Termarina rossa è descritta due volte.

    Sarebbe, ed anzi è preferibile lungo le vie pubbliche e nelle località esposte a consumo, come quella che non solletica molto il palato.

    F. Aggazzotti, 1867, scheda 5 — sulla Lambrusca del Tiepido

    F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867; con le aggiunte del 1883. Elenco generato dalle schede dell’enciclopedia; aggiornato al luglio 2026.

  • Le uve di Vincenzo Tanara: «L’economia del cittadino in villa» (1644)

    Vincenzo Tanara (Bologna, 1590 ca. – 1667) pubblica nel 1644 L’economia del cittadino in villa, che è insieme un trattato di agricoltura, un ricettario e un manuale di vita in campagna. Ebbe enorme fortuna — ristampato per tutto il Sei e Settecento — e per noi vale per una ragione precisa: è uno sguardo bolognese sulle uve del Seicento, scritto da chi le coltivava e le beveva, non da chi le classificava.

    Le uve di Tanara nell’enciclopedia

    Queste sono tutte le voci dell’enciclopedia in cui la fonte attesta o descrive la varietà: 21 in tutto, di cui 21 con scheda consultabile e 0 ancora in lavorazione (⬡).

    Voci escluse, e perché

    Alcune schede dell’enciclopedia nominano questa fonte senza che la fonte attesti la varietà. Non compaiono nell’elenco qui sopra, e le elenchiamo qui perché l’esclusione sia verificabile:

    • Mela Rosa Romana — è una mela, non un’uva.
    • Uva Besgano Bianco — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Besgano Nero — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Maligia — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Vodorin — la fonte compare solo in bibliografia.
    • Uva Rebola — la scheda attesta che la fonte non la menziona.

    V. Tanara, L’economia del cittadino in villa, Bologna, 1644. Elenco generato dalle schede dell’enciclopedia; aggiornato al luglio 2026.