
L’Emilia-Romagna è il territorio più documentato dell’Enciclopedia: oltre cinquecentocinquanta voci tra vitigni, frutti, razze animali, cereali, ortive e olivi. Non è una sproporzione casuale: è qui che la ricerca Cornucopia è nata, ed è qui che il lavoro d’archivio è più avanzato.
Il patrimonio agrario della regione si è formato lungo assi precisi: la piantata padana, con la vite maritata agli alberi che per secoli ha disegnato la pianura; la collina emiliana e romagnola dei vigneti specializzati, dei frutteti e degli oliveti di nicchia; l’Appennino dei cereali, del castagno e della pastorizia. La trattatistica agronomica locale è tra le più antiche d’Europa: dal bolognese Pier de’ Crescenzi, all’inizio del Trecento, a Vincenzo Tanara a metà Seicento, fino ai repertori ottocenteschi e agli studi provinciali del primo Novecento.
Le risorse genetiche autoctone sono oggi tutelate dal Repertorio volontario regionale (L.R. 1/2008): dove disponibile, le schede riportano il codice RER della varietà.
Dietro questa densità documentaria c’è una lunga durata agricola che pochi territori italiani mostrano con altrettanta chiarezza. L’identità regionale si è costruita sul rapporto fra città e contado, lungo l’asse della Via Emilia, i grandi fiumi, le colline di piede appenninico, le valli deltizie e le montagne: l’alta pianura più adatta alle colture arboree, la bassa pianura ricca d’acqua favorevole a cereali e foraggi, le colline a policoltura densa, l’Appennino di castagneti, pascoli e frutteti sparsi, il Ferrarese e la costa segnati dalla lunga lotta con le acque.
La matrice antica è romana, ma non esclusivamente: prima dei municipia, il settore orientale partecipava a scambi etruschi, greci e adriatici, come mostra il ruolo di Spina. Con la Via Emilia del 187 a.C. e con la centuriazione i Romani ordinarono il territorio in maglie geometriche che ancora affiorano nella morfologia agraria, e fra città e campagne si costruì un nesso economico destinato a durare.1
La crisi tardoantica non cancellò questo assetto, ma lo ridisegnò: monasteri, pievi e comunità rurali conservarono i saperi agronomici; poi, con la ripresa comunale, le campagne tornarono fortemente attratte dalle città. Prese forma un’agricoltura spesso «capitalistica», sostenuta da proprietari urbani che investivano nel miglioramento delle rese, e si consolidarono policoltura intensiva, mezzadria, reti di canali e viticoltura consociata. La piantata padana, con i filari di viti maritate agli alberi lungo campi rettangolari, divenne uno dei segni più riconoscibili del paesaggio fino al Novecento avanzato.
Tra età moderna e Ottocento il quadro si fa più complesso: bonifiche nel Ferrarese, rotazioni con foraggere, espansione dei caseifici, allevamento bovino e suino legato al siero, canapa, vite e orti di città e di villa. In parallelo si forma una cultura agronomica di alto livello: Pietro de’ Crescenzi a Bologna nel primo Trecento, Vincenzo Tanara nel Seicento, Filippo Re fra Sette e Ottocento.2
Il Novecento muta la regione più velocemente di qualunque secolo precedente. A inizio secolo l’Emilia-Romagna resta eminentemente agricola, con meccanizzazione precoce; fra le due guerre avanzano barbabietola, zuccherifici e cooperazione; dopo il 1945 crollano l’occupazione agricola e il mondo mezzadrile, la pianura si specializza su cereali, foraggere, pomodoro e frutta, l’Appennino si spopola e molte colture, razze e varietà locali arretrano a orti, margini e memorie. La Rivoluzione verde, qui, non è solo aumento delle rese: è specializzazione spinta e riduzione drastica dell’agrobiodiversità nei campi.3
Cronologia
- Antichità
- Via Emilia, città romane, centuriazione e regolazione delle acque.
- Medioevo
- Monasteri e pievi, ripresa comunale, investimenti urbani nelle campagne.
- Età moderna
- Piantata padana, bonifiche, policoltura, caseificazione e salumeria integrate.
- Ottocento
- Società agrarie, Filippo Re, selezione di varietà e razze, mercati regionali più densi.
- Novecento
- Meccanizzazione precoce, barbabietola, cooperative, frutticoltura specializzata.
- Rivoluzione verde e oltre
- Semplificazione del paesaggio, perdita di biodiversità, poi tutela con Repertorio e custodi.
Aree interne
- Piacentino
- Cereali, viticoltura collinare, allevamento bovino e suino, castagneti d’alta valle.
- Parmense e Reggiano
- Prati stabili, latte e caseificazione, suinicoltura, bovini autoctoni, pecora cornigliese in Appennino.
- Modenese e Bolognese
- Lambruschi, frutticoltura pedecollinare, ortive, vite, olivo di nicchia nei microclimi collinari.
- Ferrarese
- Bonifiche, cereali, canapa storica, pero specializzato, orticoltura di pianura e valli.
- Romagna
- Vite, frutticoltura intensiva novecentesca, ortive, bovino romagnolo.
- Appennino
- Castagno, pascoli, transumanza, ovini, piccoli frutteti e colture di nicchia.
Fonti principali
Istituzionali: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie (L.R. 1/2008) e relativa commissione tecnico-scientifica; bandi PSR SRA15 e SRA14 per agricoltori e allevatori custodi.
Storiche: Portale Paesaggio della Regione Emilia-Romagna (sezione «Il Novecento»); Treccani, voci Emilia-Romagna e Pietro de’ Crescenzi.
Agronomiche: pubblicazioni regionali su vite, ortive, razze e prodotti di qualità.
Bibliografiche:
- Pier de’ Crescenzi, Ruralia commoda, inizio XIV secolo
- Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, Bologna, 1644
- Giuseppe Acerbi, Delle viti italiane, Milano, 1825
- Ilario Zannoni, La viticoltura nel basso Modenese, Modena, 1905
- Marco Soave, I vini della bassa Romagna, Torino, 1913
- Norberto Marzotto, Uve da vino, vol. I, Vicenza, 1925
- Repertorio volontario regionale delle risorse genetiche agrarie (L.R. Emilia-Romagna 1/2008)
- Per la matrice antica (Via Emilia del 187 a.C., centuriazione, ruolo di Spina): Treccani, voce Emilia-Romagna, e Portale Paesaggio della Regione Emilia-Romagna. ↩
- Pietro de’ Crescenzi, Opus ruralium commodorum (1304-1309); Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa (XVII secolo); Filippo Re per il nesso fra università, società agrarie e osservazione delle colture. ↩
- Portale Paesaggio della Regione Emilia-Romagna, sezione «Il Novecento»: meccanizzazione precoce, esodo agricolo del dopoguerra e specializzazione produttiva. ↩







