La viticoltura piacentina di inizio Settecento (Ubertino Landi, 1715)
Ubertino Landi (Piacenza, 1687-1760), conte di Rivalta, in un ditirambo a lungo inedito letto nel Carnevale del 1715 alla Colonia Trebbiense dell’Arcadia (dove era «pastore arcade» col nome di Atelmo Leucasiano), offre un quadro vivo della vitivinicoltura piacentina di inizio Settecento. Riletto «con gli occhi dell’enologo» da Marisa Fontana, il componimento restituisce zonazione, vitigni, terroir, tecnica di cantina e persino marketing territoriale.
I colli e la pianura
Landi indica i vini più spesso con il nome dell’area di produzione che del vitigno: una vera «macrozonazione». I vini migliori stanno sui colli, in particolare nell’area centro-occidentale del Piacentino, i peggiori nella pianura intorno al Po — «No, ch’il gran Bacco al Re de’ fiumi intorno / non mai fermò l’allegro suo soggiorno» (vv. 101-102). È il «Bacchus amat colles» di Virgilio, ribadito da Giuseppe Falcone (1612): «Il piano dà vino in quantità, ma la collina lo dà in maggior qualità». In pianura la vite è maritata agli alberi d’alto fusto (la piantata), in collina si hanno le vigne specializzate.
Landi, conte di Rivalta in Val Trebbia, colloca i migliori vini nelle prime colline tra il Nure e il Tidone, con una «sospetta centralità» proprio di Rivalta. Cita il «vin santo di Villò» (v. 114) e un «certo vin del Rivergaro, ch’è tra ’l santo, e tra ’l beato» (vv. 190-191), il «vin delle famose, alme Boccine» (v. 233), e loda le colline piacentine e la Val Trebbia rese «illustri e conte» all’Insubria (vv. 121-128), cioè al Ducato di Milano, mercato d’elezione del vino piacentino allora come oggi.
I vitigni del Ditirambo
L’elenco dei vitigni, sempre accompagnati da un’indicazione d’origine, comprende: Moscatello (v. 61), Pignolo (v. 83), Malvasia (v. 154), Besghan (v. 156), Trebbian (v. 158), Fortana (v. 161), Lambrusca (v. 171) e il «vin di Mamolo» (Mammolo, v. 178).
Il Moscatello, d’origine greca (le «uve Apiane» dei Romani) e diffuso dai Veneziani, è documentato a Piacenza dal Trecento al Settecento; il Trebbiano — «vino dei legionari» — è già ben consolidato nel Trecento in Pier de’ Crescenzi, e Andrea Bacci (1596) ricorda i bianchi alcolici delle colline di Borgo San Donnino da Moscatelli, Trebulani e Vernaccia; la Malvasia porta l’eredità dei vini «Cretici» del commercio veneziano; il Besgano, ritenuto originario del Piacentino, è una delle uve attorno a cui nascerà, a fine Ottocento, la viticoltura da tavola italiana; la Fortana (Uva d’oro) è la «regina dell’uve negre» di Vincenzo Tanara (1644).
Un Lambrusco ante litteram
Non poteva mancare la Lambrusca (v. 171): il Po è la culla di questa famiglia tutta emiliana, frutto della domesticazione locale della vite selvatica (spesso detta proprio «lambrusca») più l’apporto di varietà giunte lungo il fiume con Etruschi, Greci e Romani. Il Lambrusco del tempo era diverso da quello odierno — il tappo di sughero arriva in Italia solo a fine Settecento, nel Modenese — ma alcuni versi (vv. 208-212) descrivono «un diluvio / spumoso, insolito / di vino amabile, / rubin potabile»: un Lambrusco o un Gutturnio ante litteram. Landi, che aveva viaggiato in Francia e produceva vino nel suo castello di Rivalta, potrebbe aver tentato di trasferire le tecniche viste all’estero (il sughero per lo Champagne, la bottiglia robusta di vetro seicentesca).
Il Mammolo e la Termarina
Il «vin di Mamolo» richiama il Mammolo, vitigno toscano noto fin dall’antichità (Redi lo dice «dolce Mammolo»), oggi presente in Corsica come Sciaccarello. Secondo indagini recenti, in Emilia-Romagna la Termarina rossa (o Romanino) parrebbe una forma apirena, senza semi, del Mammolo, e nel Parmense se ne è trovata una mutazione con semi che morfologicamente vi rimanda. Vi conducono anche il Vocabolario del Malaspina (1858), che alla voce «Postizza» legge «Mammola rossa», e il «Pignolo gentile» del Bramieri (fine Settecento) — grappolo piccolo, serrato e curvo, acini minuti quasi neri, «grato odore di mammoletta», da cui il vino di Statto — «l’uva nera più apprezzata del periodo», oggi quasi scomparsa dal Piacentino per la scarsa produttività.
Fonti: il ditirambo di Ubertino Landi (1715), letto da M. Fontana; e le fonti storiche citate: Virgilio, Georgiche; A. Gallo (1566); G. Falcone (1612); A. Bacci (1596); G.V. Soderini (1622); V. Tanara (1644); P. de’ Crescenzi; G. Gallesio, Pomona Italiana; G. Bramieri (1818); C. Malaspina (1858); C. Dalla Fossa (1810); F. Cherubini (1843).
