Uva D’Oro
Vitigno · Emilia-Romagna
Secondo Ramazzini, l’uva d’oro era l’uva di Cavezzo (MO), dove era praticamente l’unica coltivata1. Sempre secondo il testo era coltivata anche a Mirandola. Uva di color nero con pessimo glucosio ma buona acidità..
Cultivar: Uva D’Oro, Uva D’oro Gentile
Predomina nella bassa pianura e se ne conoscono diverse sotto-varietà fra cui la più pregiata è quella detta gentile. E’ molto produttivo, si adatta bene alla potatura biennale e dà vini serbevoli, aciduli , spumeggianti , ma non molto pregevoli2
Era presente massicciamente in cultura promiscua (la cosiddetta Piantata)3.
Nel Cavazza, sono indicate in due voci distinte Fortana Rossa e Uva d’Oro, oggi considerate sinonimi4. Forse quella Rossa aveva colore più chiaro della Nera, come succede anche ad esempio per il Moscatello Rosso e Moscatello Nero.
Uva D’Oro Gentile
Ad un’indagine condotta in San Felice sul Panaro, risulta che in zona sono coltivate da decenni due varietà di Uva d’Oro, ad acino grande ed acino piccolo, forse la variante “gentile”5.
Nei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla la fortana era, con i suoi sinonimi, la varietà d’uva più diffusa: il censimento Du Tillot del 1771 la registra in sedici distretti su ventiquattro, con numerose forme locali — la «fortana di San Secondo» (o «rabiosa»), la «fortana dolce» a grappolo aperto e le forme distinte per acino «lunga» e «rotonda».1
Nel censimento Du Tillot del 1771 la «rabiosa» — altro nome della fortana (di San Secondo) — è segnalata a Sorbolo fra le uve di colore «preste a maturare, a grappo aperto e granello lungo».2
Nel censimento Du Tillot del 1771, a Castelvetro Piacentino, «la vite più comune è denominata uva d’oro ed è una specie di fortana».3
Descrizione (Francesco Aggazzotti, 1867)
Grappolo voluminoso, piramidale. Peduncolo grosso; internodio appariscente, verde-roseo. Graspoletti staccati e protratti oltre la metà del grappolo; picciuoletti lunghi, pendenti, che danno un aspetto speciale a tutto il grappolo. Acino piuttosto grosso, ovoideo, quattordici millimetri sopra sedici, opaco. Buccia nero-bleu, aderente alla polpa, la quale parimenti bene attaccasi al seme polputo. Sugo abbondante, brusco, tartaroso, agretto, stiptico, slavato.
Uva di merito, non per la qualità del vino — che non riesce mai di qualità fina — ma per la sua feracità e per adattarsi alla non propizia posizione delle ville del basso piano modenese, temendo poco gli umidori e le nebbie, e sfidando quasi lo stesso oidio. Da essa ottiensi buon vino da famiglia, dissetante e durevole, ma non tanto sapido, per troppa proporzione di principii tartarosi ed albuminoidi in confronto de’ glucosi.
La vite è una di quelle che si adattano più facilmente alle località poco propizie, se pure non è la prima tra le uve nere. Forse è quella che gode di una più estesa coltivazione nelle ville della pianura modenese, e meritamente, sinché i nostri vinacci comuni da mercanzia troveranno esito, entro l’anno, presso i nostri vicini della valle padana.
F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867, scheda 49.
Analisi del mosto (E. Ramazzini, 1887)
Campioni raccolti presso Mirandola, da viti maritate ad alberi; buccia nera. In 100 parti di mosto: glucosio 16,0; acidità totale 1,21; bitartrato potassico 0,49; sostanze estrattive 23,80; azoto 0,008; ceneri 0,25; potassa 0,113. (Su 1000 g d’uva: 504 acini; peso acini 962,5 g, vinaccioli 105,5 g, bucce 42,3 g.)
E. Ramazzini, Uve principali della pianura modenese. Analisi, Modena, Tip. Moneti e Namias, 1887 (Quadro I).
Esposizione delle uve di Reggio Emilia (1891)
All’Esposizione delle uve di Reggio Emilia (1891) l’Uva d’oro fu segnalata come poco nota ma molto produttiva, uva da alto taglio, di maturazione precoce e ricercatissima dai negozianti.
Bollettino del Comizio Agrario e della Società d’Agricoltura di Reggio nell’Emilia, anno XXIV, n. 6-7, giugno-luglio 1891 — Esposizione delle uve (Allegato G).
Attestazione cinquecentesca e origine del nome
L’uva d’oro è documentata in piena coltivazione nel Modenese fin dal Cinquecento. Lo attestano indirettamente i sonetti vernacoli del Pincetti (XVI sec.), in cui si ingaggiano i vendemmiatori al «munddiè» — il mercato cittadino — e si raccoglie «tutta l’uva d’or» del podere: era l’uva «tanto utile pel nostro famoso vino da famiglia».
Secondo una tradizione riportata da Luigi Francesco Valdrighi (1892), la varietà sarebbe derivata da vitigni francesi della Côte d’Or, fatti acclimatare nel territorio da un Duca o Marchese di Ferrara — donde, per questa etimologia, il nome. Gli ampelografi ottocenteschi Caula, Maini e Francesco Aggazzotti la registrano come Dalloro o Dall’oro.
L. F. Valdrighi, «Di una denominazione di pubblico spazio mercatorio o nundinario in Modena nel secolo XVI», in Grasulphus de Grasulphis, n. 6, Modena, Tip. del Commercio, 1892 (che cita i sonetti del Pincetti, ms. Estense e British Museum).
Biotipi nell’elenco di Bertozzi (1840)
Nell’elenco di Vincenzo Bertozzi (1840) l’Uva d’Oro compare come «Selvadga o Uva d’or», con il biotipo «Selvàdga zentila».
Fonte: V. Bertozzi, «Viti della provincia di Reggio», manoscritto, 1840.
Identità genetica (2020)
L’analisi genetica (Pastore e altri, 2020) conferma l’identità dell’Uva d’oro con la Fortana, già nota come sinonimo storico (Rossi, 2017).
Fonte: C. Pastore, M. Fontana, S. Raimondi, P. Ruffa, I. Filippetti, A. Schneider, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna (Northern Italy)», American Journal of Enology and Viticulture, 2020 (doi: 10.5344/ajev.2020.19076).
Composizione analitica del vino
Secondo una tavola analitica storica dei vini emiliano-romagnoli, il vino di Uva d’oro del Ravennate presentava: alcool 6,0-9,0% vol., acidità 6,0-14,0‰, estratto 17,0-30,0‰, ceneri 2,0-3,5‰.
Fonte: tavola analitica dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia (rilevazione di fine XIX / inizio XX secolo; anno esatto da precisare con la fonte). Vedi il dossier La composizione dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia.
Attestazione piacentina (Landi, 1715)
L’Uva d’oro (Fortana) è citata da Ubertino Landi nel ditirambo del 1715 («Fortana», v. 161) tra i vitigni piacentini. Vincenzo Tanara (1644) la esalta: «L’Uva d’Oro è la regina dell’Uve negre per far buon vino, sano, durabile, generoso… è la stessa con la quale in Francia si fa quel Vino Claretto». Vitigno rustico, produttivo anche in pianura e resistente alle piogge, legato alla famiglia d’Este che lo portò dal Ferrarese, trovò una zona d’elezione tra Parmense e Piacentino (Basso Arda). L’ipotesi di un’origine francese (Renata di Francia) non è confermata, neppure geneticamente.
Vedi il dossier La viticoltura piacentina di inizio Settecento.
- Censimento Du Tillot, 1771. ↩︎
- Censimento Du Tillot, 1771. ↩︎
- Censimento Du Tillot, 1771. ↩︎
- E. Ramazzini – Uve principali della pianura modenese, 1887 ↩︎
- Giornale Vinicolo Italiano, n. 26, 1925 ↩︎
- A. Stevano, 1925 ↩︎
- D. Cavazza “Nuova enciclopedia agraria italiana”, 1914 ↩︎
- M. Toscan – Indagine a San Felice, Agosto 2024 ↩︎
Nome dialettale reggiano: da l’òr, d’òr, d’òra; fortàna, furtàna (anche fortàna éd Piasèinza) — «Uva d’oro» è infatti la Fortana (uva rossa) (Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915).
Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)
Tralcio. Rossigno, prismatico, striato, un po’ aracneoso, a nodi non molto ingrossati, internodi lunghi più del peduncolo, talvolta incurvati.
Foglia. Lembo a 5 lobi, incisi per lo più 1/3, gli inferiori bilobi ed un po’ avvicinati, denti acuti a mucrone ben distinto. Pagina superiore di un bel verde, l’inferiore tomentosa, biancastra, a nervature grosse, salienti, arrossanti alla base. Peduncolo rosso vivo, un po’ aracneoso, superiormente striato, ingrossato alla base, geniculato e sovente contorto, lungo meno della nervatura centrale.
Grappolo. Piuttosto spargolo, di cent. 18 in media, a 4-5 assi secondarj distanti (col primo anche 2/3 del principale), a peduncolo rosso e tenace, rachide rossigno specialmente verso la base, pedicelli lunghi arrossanti al sommo, di un bel rosso vivo.
Acino. Ellissoidico, di mm. 17×14, sugoso, dolce-aciduletto, a buccia nera, grossa, con cera mediocre e mucroncino al sommo. Semi: 2-3 medj, castani.
Forma a graspo rosso (Dalloro). Vitigno ferace, abbastanza frequente; somministra vino gagliardo, di buon gusto e di molta durata (Caula). Matura in settembre.
L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.
Biotipi ad acino piccolo e ad acino grosso
Nella bassa modenese e ferrarese l’Uva d’Oro è diffusa in due biotipi popolari, distinti per la dimensione dell’acino: uno ad acino piccolo e uno ad acino grosso. Entrambi sono conservati nel Brolo Cornucopia.
