Uva Brumesta

Vitigno · Emilia-Romagna

Di Uve Brumeste parla anche De Crescenzi nel suo trattato terminato nel 1309 come uve silvestri o pergole.

Secondo Savani, 1841, si tratta delle “Bumamma degli antichi”. Ottima da serbo e da tavola.

Potrebbe essere sinonimo di Bermestone1.

La brumestia è attestata nel Parmense già nel censimento Du Tillot del 1771; il nome «nespola brumesta» ricorre anche nella tradizione poetica cavalleresca.1

Menzione in Pietro de’ Crescenzi (c. 1304)

Sono alcune maniere d’uve grosse, e dure, che si chiaman pergole, o vero brumeste, delle quali alcune sono bianche, alcune son nere, alcune son rosse: alcune hanno i granelli ritondi, alcune lunghi molto, e alcuni mezzolanamente, le quali speciali nomi non hanno. E di quello alcune si maturano tosto, e alcune tardi. Di queste da eleggere sono quelle, che più piacciono a mangiare: imperocché per altro non si piantano, conciossiecosa che di quelle vino non si faccia, ma molto si convengono a farne agresto, quando sono acerbe.

Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro IV, cap. IV), c. 1304.

Aggazzotti la descrive alla scheda 34 del catalogo come Bermestone Rosso (sinonimi Brumeste, Bermestia rossa): «Grappolo dei più voluminosi che si conoscano nella provincia modenese, specialmente in lunghezza, la quale raggiunge qualche volta i 30 centimetri… coi grani radi e graspoletti poco spiccati». L’aveva osservato «nel Vignolese sui possessi del distinto Enologo Sig. Avvocato Bellucci».2

  1. Censimento Du Tillot, 1771. ↩︎
  2. F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867. ↩︎
  3. C. Casali – “I nomi delle piante nel dialetto reggiano”, 1915 ↩︎

Nome dialettale reggiano: bermestòun (uva rossa) (Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915).

Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)

Tralcio. Prismatico, aracneoso, verde-rossigno, striato largamente e quasi scanalato, a nodi grossi, internodi uguali o maggiori del peduncolo.

Foglia. Lembo a 5 lobi, poco incisi (1/4 al più), gli inferiori bilobi, piuttosto avvicinati fra loro, denti a mucrone un po’ ottuso. Pagina superiore verde un po’ aracneoso, l’inferiore lanuginosa a nervature principali talora un po’ rossigne alla base. Peduncolo aracneoso, rossigno, più chiaro alla base ed al sommo, geniculato e contorto, poco minore del lembo.

Grappolo. Piramidale, alquanto serrato, di cent. 19 in media, a 3-5 assi secondarj lunghi, corto peduncolo, rachide verdiccio.

Acino. Ellissoidico, di mm. 15×17, polpo-sugoso, dolce, a buccia rosso-bruna, un po’ resistente, cera copiosa. Semi: 2-3 medj, brunicci, a cicatricola ben delineata.

Vitigno importato da non molto e quindi assai raro. Abbastanza ferace, matura in settembre. Un tralcio da Formigine, di vitigno colà detto Lambrusco amaraguscia, parve a Malavasi molto affine a questa varietà.

L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.