Uva Angela
Vitigno · Emilia-Romagna
Cusmano, 1889 la cita tra “viti emiliane bianche”
Scheda da Le Vecchie Varietà Locali di Vite1
Uva molto diffusa, in passato, soprattutto nel Bolognese, anche se veniva coltivata come apprezzata uva da tavola in tutta l’Emilia-Romagna. Si vendeva sui mercati fresca un tanto al grappolo e, pigiata, dava un vino dolce e frizzante. Giovanni Manzoni riporta che i Conti Pasolini di Imola la importarono dalla Francia nel 1858, ma le tracce documentali attestano la presenza in Emilia-Romagna di un’uva “Angela” da tempi ben
più antichi (Manzoni, 1977).
Sinonimi accertati: Angiola bianca, Angiola bolognese, Angela bolognese, Uva Trasforini
Sinonimie errate: Angela romagnola, Angiola= Tènèron di Vaucluse
Denominazioni dialettali locali: Ânzla (Ravennate); Û anźla (Bolognese)
Rischio di erosione: molto elevato
Diffusione
Le ricognizioni sul territorio emiliano-romagnolo hanno portato ad individuare due biotipi denominati Angela: Angela bolognese, ad acino rotondo, e Angela romagnola, ad acino allungato, che ad una valutazione morfologica, a parità di condizioni colturali, sono risultate ben distinguibili. Le analisi genetiche (tabella profili genetici) hanno permesso di individuare la sinonimia tra Angela bolognese e Uva Trasforini, presente nel passato sul litorale ferrarese (Pastore et al., 2020), confermando una diffusione del vitigno al di là dell’areale bolognese. Angela era un’apprezzata varietà del mercato delle uve da mensa delle aree settentrionali d’Italia, ma con il declino di questo settore, è iniziata la sua decrescita: da più di 100 ettari nel Secondo dopoguerra, si è arrivati ai 13,78 ettari censiti in Emilia-Romagna nel 1990, fino agli attuali 0,3 ettari circa.
Un po’ di storia
Riprendendo il Molon (1906), potrebbe essere che i Pasolini portassero dalla Francia quell’Angiola che egli cita come sinonimo di Tènèron di Vaucluse, ma che è diversa da quanto già presente sul territorio; infatti Molon parla di un’Angela bianca dall’acino grosso, perfettamente rotondo, presente nel Circondario di Forlì, che egli ritiene essere la stessa varietà citata nel Seicento dal Soderini e probabilmente identica all’Angiola bianca di Bologna. Tra l’altro, Marescalchi e Dalmasso (1937) concordano nell’affermare che l’uva “Angiola” citata dal novelliere trecentesco Francesco Sacchetti fosse proprio il vitigno bolognese.
Oltre a Soderini, nel Seicento, anche il Tanara ne scrive invitando un ipotetico coltivatore ad “…empire un altro quadro di uva Angela … de’ cui frutti caverai assai denaro il Verno, conservandosi meglio queste sulle stuoie … ” (Tanara, 1674). A inizio Ottocento, Acerbi, parlando delle uve dei dintorni di Bologna, cita un “Angioli” (Acerbi, 1999). Durante i suoi viaggi (1839),
Gallesio annota la presenza dell’ “Angiola per mangiare” presso il casino del conte Tampieri a Solarolo (RA) e tra le specie da frutto presenti nel giardino dell’ingegner Foschini a Faenza (RA), confermando la diffusione di Angela anche in Romagna (Baldini, 1995). Rovasenda riferisce che l’Angela citata dal Soderini e nell’Atlante ampelografico di Treviso è “forse identica all’Angiola”, che alla voce “Angiola bianca” specifica essere coltivata a “Bologna. Una delle migliori per tavola e di conserva per l’inverno” (Rovasenda, 1877).
Tra fine Ottocento e inizio Novecento si delinea in Emilia una fiorente viticoltura da tavola, destinata anche all’e-sportazione, che interessa soprattutto le province di Piacenza e Bologna. In quest’ultima le varietà coltivate sono al “primo posto l’uva Paradisa, pregevole pel sapore e per la facilità a conservarsi, poi viene l’Angela, il Negretto ed il Chasselas dorato”. Una descrizione dell’epoca, a cura di Tamaro, riprendendo anche Marzotto, corrisponde perfetta-mente a quanto riscontrato nelle accessioni valutate (Tamaro, 1915). Pirovano (1925) colloca l’Angiola tra le uve da tavola a maturazione in terza epoca, adatte alla conservazione invernale, alla potatura corta e soggette all’oidio, e ne consiglia l’espansione della coltivazione, come poi avvenne: un’indagine del Ministero dell’Agricoltura del 1934 ne documenta la presenza, oltre che a Bologna, anche nelle province di Modena e Parma, dove era stata sperimentata con successo nelle prime fasi della ricostruzione post-fillosserica. (Ghetti, 1926; AA.VV., 1934). Il Marzotto, poi, la indica come “una magnifica uva che ha molti requisiti per la buona conservazione ed è una varietà molto bella e pregiata per il commercio di esportazione” (Marzotto, 1935).
Interessanti alcune annotazioni del periodo intorno al Secondo conflitto mondiale: Zerbini (1943) cita tra “le uve propriamente da serbo, specialmente l’Angiola e la Paradisa o Baccarina”, presente in coltura specializzata su 77 ettari nel Bolognese, 15 a Modena e alcuni ettari nel Ferrarese. Elvio Consolani di Angela dice che “va ben difesa contro gli attacchi crittogamici ai quali è sensibile. Resiste bene però al marciume ed è molto indicata per la conservazione. È estesa nel Bolognese ove gode largo credito anche per la sua duplice funzione, da tavola e da vino”, esplicitando la duplice attitudine del vitigno (AA.VV., 1948). Infine, Manaresi descrive l’uva Angela come una “varietà dotata di partico-lari attitudini a non perdere la naturale freschezza, per periodi più o meno lunghi, quando viene staccata dalla pianta” (Manaresi, 1951).
Caratteristiche del vitigno
Foglia. Da media a medio-grande, generalmente pentagonale, pentalobata, ma con seni laterali inferiori talora appena accennati. Seno peziolare a bordi sovrapposti, con fondo conformato a V e seni laterali superiori da poco a mediamente profondi, con base a U e chiusi o più spesso a margini leggermente sovrapposti. Denti a margini rettilinei. All’apparenza abbastanza “a coppa”, più spesso a lembo contorto. La pagina superiore del lembo è tendenzialmente poco bollosa, con nervature verdi o appena rosate al punto peziolare. Sulla pagina inferiore, tra le nervature sono presenti peli coricati con densità bassa o medio-bassa (ci sono peli dritti in maggiore quantità), mentre sulle nervature sono presenti solo rari peli sia eretti che coricati.
Grappolo. Di medie dimensioni, allungato (circa 25 cm), tendenzialmente conico, o a imbuto, spesso con 1 ala. Peduncolo corto. L’acino è tendenzialmente piccolo, sferoidale, con buccia poco pruinosa, abbastanza spessa, di colore verde-giallo e polpa molle a sapore neutro. Distacco dell’acino dal pedicello abbastanza difficile.
Caratteri agronomici ed enologici. Vitigno di buona vigoria e produzione, a germogliamento e fioritura medie e in-vaiatura e maturazione precoci. Presenta una certa rusticità e nonostante il grappolo compatto tollera abbastanza bene i marciumi. Se ne ottengono vini finemente fruttati, pieni e con finale gradevolmente amaricante
Sul territorio emiliano-romagnolo si distinguono due biotipi: l’Angela bolognese, ad acino rotondo, e l’Angela romagnola, ad acino allungato. Le analisi genetiche hanno rivelato la sinonimia fra Angela bolognese e Uva Trasforini, un tempo presente sul litorale ferrarese. Apprezzata uva da mensa del Nord Italia, è drasticamente calata: da oltre 100 ettari nel secondo dopoguerra ai 13,78 del 1990, fino agli attuali 0,3 circa.1
Identità genetica (2020)
Nello studio genetico a marcatori SSR (Pastore e altri, 2020) questa varietà è risultata un genotipo unico non registrato, non corrispondente ad alcuna cultivar nota né descritto in letteratura: è tra le 42 varietà mai censite e verosimilmente autoctone dell’Emilia-Romagna, considerate a rischio di estinzione e da conservare.
Fonte: C. Pastore e altri, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna», American Journal of Enology and Viticulture, 2020.
- M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022 (cita: Pastore et al., 2020; dati RER). ↩︎
- Le Vecchie Varietà di Vite ↩︎
Scheda ampelografica (repertorio RER)
Foglia. Da media a medio-piccola, cuneiforme, con 3 o 5 lobi, anche se i seni laterali inferiori sono spesso appena accennati. Seno peziolare a “graffa” (talora anche a V), tendenzialmente molto aperto o aperto. Seni laterali superiori a parentesi graffa, mediamente profondi e con lobi da leggermente sovrapposti a sovrapposti. La pagina inferiore è praticamente glabra e anche sulle nervature principali i peli dritti sono quasi del tutto assenti. I denti sono a lati convessi. Grappolo. Il grappolo è medio-piccolo (circa 200-250 g), tendenzialmente cilindrico o ad imbuto, con lunghezza tra i 15-20 cm e spesso con un paio di ali. L’acino è abbastanza grosso, con buccia pruinosa di colore verde-giallo e polpa molle.
Fenologia. Germogliamento medio-precoce (I-II decade di aprile), fioritura media (1-15 giugno), invaiatura media (15- 31 agosto) e maturazione a fine settembre-primi di ottobre (L, O). OSSERVAZIONI E RISCONTRI
Comportamento agronomico. Vitigno mediamente vigoroso e con produzione buona e regolare. Presenta 1 o 2 infiorescenze per germoglio; la fertilità della prima gemma è bassa (20-30%) e aumenta nelle gemme successive mostrando i livelli migliori alla 3° e 4° gemma (65-75%). Veniva impiegata principalmente come uva da tavola e da serbo, quindi si presume avesse buone caratteristiche di commerciabilità, per lo meno atte a soddisfare le esigenze dei mercati locali (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI
Sensibilità alle patologie. Sembra abbastanza sensibile alle principali crittogame, specie all’oidio, mentre è tollerante nei confronti del marciume (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’
Utilizzo. Non si hanno molte indicazioni sul vino, poiché veniva utilizzata per lo più da mensa e ora è praticamente in via di estinzione nella nostra regione. Si dice producesse “un vino dolce e frizzante”, quindi è presumibile che si ottenesse un vino non molto alcolico, poco acido, neutro (L).
Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008), scheda RER (Reg. naz. 503).
Bibliografia
Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:
- AA.VV. (1948) – Atti del Congresso Nazionale Viticolo. V Mostra Nazionale della Uve da Tavola. Piacenza 18-19-20 settembre 1948. Stabilimento Tipografico E. Rebecchi e figli, Piacenza.
- Acerbi G. (1999) – Delle viti italiane. Giampiero Zazzera, Libraio in Lodi. Ristampa anastatica dell’edizione del 1825.
- Baldini E. (1995) – Giorgio Gallesio. I giornali dei viaggi. Trascrizione, note e commento di Enrico Baldini. Firenze, Nuova stamperia Parenti. Dolcini A., Simoni T., Fontana G.F. (1967) – La Romagna dei vini. Ed. Alfa, Bologna.
- Ghetti G. (1926) – La viticoltura modenese e la fillossera.
- Modena Manzoni G. (1977) – La vite, l’uva e il vino dei nostri vecchi. Imola, Grafiche Galeati. Marescalchi A., Dalmasso G. (1931-’37) – Storia della vite e del vino in Italia. Ed. Gualdoni, Milano.
- Marzotto N. (1935) – Uve da mensa: descrizione di varietà, con speciale studio sull’accertamento, nomenclatura, e sinonimia di molti vitigni sino ad ora non bene identificati. Tipografia commerciale editrice, Vicenza. Ministero dell’agricoltura e delle foreste (1934) – Contributo ad una indagine sulle zone di produzione delle uve da tavola. In: “Nuovi annali dell’agricoltura”. Istituto Poligrafico dello Stato, Roma.
- Molon G. (1906) – Ampelografia. Hoepli, Milano.
- Pirovano A. (1925) – Uve da tavola. Loro coltivazione-difesa dalle malattie-conservazione invernale. Milano.
- Rovasenda G. (1877) – Saggio di una ampelografia universale. Tipografia Subalpina, Torino.
- Tamaro D. (1915) – Uve da tavola. Ulrico Hoepli, editore-libraio della Real casa, Milano.
- Tanara V. (1644) – L’economia del cittadino in villa. Edizione del 1674 stampata “appresso Steffano Curti”, Venezia.
- Zerbini L. (1943) – Le uve da tavola nell’Emilia. Tipografia Paolo Cuppini, Bologna.
