Uva Moscatello

Vitigno · Emilia-Romagna

11° Moscatello
TRALCIO: Per lo più verdastro, giallo-rosso alla base se lungo; prismatico, leggermente striato, a internodi per lo più uguali o minori, raramente maggiori del peduncolo della foglia.
FOGLIA: Lembo a 5 lobi, incisi meno di ½, i lobi inferiori un po’ bilobi e molto ravvicinati, il lobo medio talvolta trilobato, a denti profondi e irregolari, appena mucronati. Pagina superiore di color verde chiaro, l’inferiore quasi glabra con poca peluria distesa sulle nervature principali.
PEDUNCOLO: Alquanto rossigno, verdastro alla base e al sommo, mediocremente genicolato e contorto, minore della nervatura mediana.
GRAPPOLO: Cilindrico o a cono tronco, lungo in media 20 cm, alquanto serrato, a 1-3 assi secondari non molto allungati, peduncolo breve, rachide verde.
ACINO: Sferico, del diametro di mm 14-16, succoso, dolce, molto aromatico, buccia sottile, giallo-dorata, con poca cera.
SEMI: Ordinariamente 2, rossicci, di media grossezza.
Vitigno non molto ferace. Uva da tavola e quindi poco coltivata. Matura sul finire di agosto. Il Caula asserisce che il vino è saporito, odoroso e soffre molto l’acqua1.

Nel censimento Du Tillot del 1771 il moscadello bianco (uva appiana) è rilevato nel Piacentino, «col grano rotondo e raro, vino generoso, odoroso e durevole»; Moreau de Saint-Méry (fine XVIII sec.) ne ricorda l’uso, con la malvasia, per il «vino santo» piacentino e parmigiano.2

Descrizione (Francesco Aggazzotti, 1867)

Grappolo piuttosto voluminoso, piramidale, coi graspetti ben distinti e grani compatti, spesso anche di troppo, e tanto da sforzarne la loro naturale forma sferica. Acino sferico, tendente più al grosso che al piccolo. Buccia di conveniente resistenza, giallo-verdognolo-opaca, spesso picchiettata di punti color nocciola, specialmente se esposta alla canicola. Sugo discretamente abbondante, dolce-melato e molto aromatico, di quell’aroma notissimo qual appunto si è il moscato.

Uva delle più note e diffuse in Italia, tanto come mangereccia quanto come da vino; usata con onore fin dai tempi dello splendore romano, come qui sarebbe inutile il rammemorare. Sola, veramente non darebbe buon vino, che facilmente inacetisce e ben di rado perde l’annuvolato; ma ben disseccata fin che abbia perduto tra un terzo e la metà del suo peso, indi digesta e stemprata nel mosto delle uve da sugo (come accennai parlando della Galletta, scheda 16), e poscia passata al torchio, offre rassato vino che invecchiato non temerà il confronto de’ Lunelli e Frontignani.

Come pianta di cui non avvi quasi casolare che non ne sia fornito, ed i cui usi ed indole sono generalmente noti a tutti i viticoltori, mi dispenso dal più a lungo favellarne. In seguito accennerò non poche delle di lei varietà, le quali però sempre più o meno ravvisansi alla pianta prototipa di cui sopra, e che a vece di costituire vere varietà, non sono che diversità prodotte dal modo di coltivazione, dal terreno, clima e da altre esterne circostanze.

F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867, scheda 20.

Aggazzotti descrive anche un Moscato bianco dalla rete (scheda 33), varietà del Moscato comune «simile in tutto al Moscato n. 20, meno le venature alla pelle»: buccia giallo-dorata sparsa di vene color nocciola a guisa di screziature di marmo, col rafe contrassegnato da un puntino rilevato. Anche questo non compie la fermentazione vinosa nel primo anno ma prosegue al secondo, per cui il vino chiuso in bottiglia spumerà anche troppo all’aprirla, ma non chiarifica né rimane chiaro abbastanza.

Menzione in Pietro de’ Crescenzi (c. 1304)

Sono altre spezie d’uve bianche […]: e queste sono moscadelle, e lugliatiche, le quali ottime son da mangiare, ed in arbori: ma in vigne spesse, e appresso la terra, non rispondono alla volontà.

Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro IV, cap. IV), c. 1304.

Analisi del mosto (E. Ramazzini, 1887)

Campioni raccolti all’Orto del Comizio Agrario, da viti maritate ad alberi; buccia rosso scuro. In 100 parti di mosto: glucosio 21,0; acidità totale 0,76; bitartrato potassico 0,31; sostanze estrattive 22,91; azoto 0,021; ceneri 0,38. (Su 1000 g d’uva: 509 acini; peso acini 969,1 g, vinaccioli 14,4 g, bucce 65,0 g.)

E. Ramazzini, Uve principali della pianura modenese. Analisi, Modena, Tip. Moneti e Namias, 1887 (Quadro I).

Identità genetica (2020)

L’analisi genetica (Pastore e altri, 2020) ha mostrato che un’accessione «Moscatello» corrisponde al Moscato bianco B.

Fonte: C. Pastore e altri, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna», American Journal of Enology and Viticulture, 2020.

Attestazione piacentina (Landi, 1715)

Il Moscatello è citato da Ubertino Landi nel ditirambo del 1715 (v. 61) tra i vitigni piacentini. D’origine greca (le «uve Apiane» dei Romani) e diffuso dai Veneziani, è documentato a Piacenza dal Trecento fino al XVIII secolo (Pronti); Andrea Bacci (1596) ricorda i bianchi alcolici delle colline di Borgo San Donnino ottenuti da Moscatelli, Trebulani e Vernaccia.

Vedi il dossier La viticoltura piacentina di inizio Settecento.

Attestazione secentesca (Tenuta di Panzano). Il moscatello è tra le uve nominate nell’Istruzione di agricoltura che Mons. Innocenzo Malvasia dettò per la sua Tenuta di Panzano (Castelfranco Emilia), sul finire del Cinquecento: dà il meglio nel «vino di Vinaccio» quando l’uva «sarà la metà o tutto di moscatello, sarà tanto meglio», e il suo profumo si imitava in ogni vino con una manata di fiori di sambuco seccati all’ombra.

  1. Malavasi, Lodovico – Contributo All’Ampelografia Modenese – 1879 ↩︎
  2. Censimento Du Tillot, 1771; M.L.É. Moreau de Saint-Méry, carte sullo Stato di Parma, fine XVIII sec. ↩︎

Nome dialettale reggiano: muscatèll, muscatèll biànch (uva bianca) (Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915).

Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)

Tralcio. Per lo più verdastro, giallo-rosso alla base se lungo; prismatico, leggermente striato, a internodo per lo più uguale o minore, raramente maggiore del peduncolo della foglia.

Foglia. Lembo a 5 lobi, incisi anche per 1/4, gli inferiori un po’ bilobi e molto ravvicinati, lobo medio talvolta trilobato, a denti profondi ed irregolari appena mucronati. Pagina superiore di color verde-chiaro, l’inferiore quasi glabra con poca peluria distesa sulle nervature principali. Peduncolo rossigno, verdastro alla base ed al sommo, mediocremente geniculato e contorto, minore della nervatura mediana.

Grappolo. Cilindrico o a cono tronco, lungo in media cent. 20, alquanto serrato, a 1-3 assi secondarj non molto allungati, peduncolo breve, rachide verde.

Acino. Sferico, del diametro di mm. 14 a 16, sugoso, dolce molto aromatico, buccia sottile, giallo-dorata, con poca cera. Semi: ordinariamente 2, rossicci, di media grossezza.

Vitigno non molto ferace; uva da tavola e quindi poco coltivata. Matura sul finire d’agosto. Il Caula ne asserisce il vino saporito, odoroso e capace di sopportare molt’acqua.

L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.