
Le Marche non sono mai state un blocco agricolo uniforme. La loro identità si costruisce tra mare e dorsale appenninica, lungo valli brevi e ravvicinate che mettono in comunicazione costa, collina e montagna ma ne differenziano fortemente gli ordinamenti colturali: olivo e vite nelle colline miti, cereali e colture promiscue nei poderi mezzadrili, pascoli e ovini nelle fasce alte, orti e piccoli commerci nelle conche e nei litorali. La definizione stessa di «Marche» si consolida soltanto dopo il Mille, e la regione storica non coincide automaticamente con il Picenum romano.1
Nella lunga durata le Marche partecipano pienamente alla civiltà mediterranea del pane, dell’olio e del vino. La storiografia agraria regionale insiste sulla profondità di queste tre colture, mentre la cerealicoltura resta il grande fondale economico e alimentare.2 Il Medioevo non cancella la combinazione antica ma la riorganizza: oliveti, vigneti, orti, seminativi e allevamento convivono in modi differenziati tra abbazie, signorie, comuni e centri adriatici.
Il dispositivo che organizza per secoli il paesaggio rurale è però la mezzadria. La sua piena affermazione, nella forma «classica con insediamento sul podere», risale al XV secolo: poderi misti, vite maritata o arborata, olivi sparsi, frutteti familiari, orti, cereali, bachi da seta, allevamento da lavoro e autoconsumo. La casa colonica è il centro operativo di un sistema rivolto anzitutto all’autosufficienza del nucleo rurale. Per questo, nelle Marche, la biodiversità storica non è stata periferica all’economia agraria: ne è stata a lungo la struttura portante.
Tra Sette e Ottocento il quadro cambia senza rompersi. Accademie agrarie, scuole, l’Istituto «Pietro Cuppari» di Jesi, le cattedre ambulanti e le esposizioni introducono un nuovo linguaggio del miglioramento: razionalizzazione delle colture, confronto tra varietà, insegnamento tecnico, mostre di vini, bestiami, frutti e macchine. L’Ottocento marchigiano non è solo continuità contadina, ma anche costruzione di un sapere regionale sull’agricoltura.
Il Novecento segna invece la grande semplificazione. Fillossera per la vite, selezione produttivistica degli animali, materiali standardizzati, spostamento della popolazione verso industria e servizi, meccanizzazione e chimizzazione riducono il ruolo del podere misto. In questo processo si perdono non soltanto pratiche e saperi, ma anche popolazioni vegetali, razze locali, sistemi di selezione familiare, orti da semente e reti di scambio informale del seme.
Il quadro contemporaneo, tuttavia, non è soltanto quello della perdita. La legge regionale 12/2003 ha istituito una delle più solide architetture regionali di tutela dell’agrobiodiversità: Repertorio, rete di conservazione, banca del germoplasma di Monsampolo del Tronto, campi catalogo di Carassai e Petritoli, agricoltori e allevatori custodi, coordinati da AMAP. Alla fine del 2025 il Repertorio contava 166 accessioni vegetali e 11 razze animali.3 Nelle Marche la biodiversità non è soltanto oggetto di memoria, ma infrastruttura culturale, agronomica e territoriale del presente.
Cronologia
- Antichità
- Consolidamento della triade cereali-vite-olivo e degli allevamenti misti nel quadro adriatico-mediterraneo.
- Medioevo
- Abbazie, città e poteri locali riorganizzano vigneti, oliveti, orti e seminativi.
- Età moderna
- La mezzadria classica ordina il podere misto e fissa il paesaggio policolturale.
- Ottocento
- Accademie, scuole, cattedre ambulanti ed esposizioni formalizzano il «miglioramento»; fillossera e ricostruzione della vite.
- Novecento
- Meccanizzazione, industrializzazione, selezione produttiva e input chimici riducono la diversità del podere tradizionale.
- Recuperi contemporanei
- L.R. 12/2003, Repertorio, campi catalogo, banca del germoplasma e custodi rifondano la tutela in chiave pubblica.
Aree principali
Costa e subcosta adriatica; Vallesina e Colli Esini; Matelicese e alte valli interne.
Metauro, Pergola e Cantiano; Genga-Fabriano e alta valle dell’Esino.
Sibillini e dorsali maceratesi-fermane; Piceno e Valdaso.
Catria e Montefeltro meridionale. Sono queste le macroaree che, più dei confini provinciali, spiegano la distribuzione delle filiere marchigiane.
Fonti principali
Istituzionali: Regione Marche e AMAP, con il Repertorio regionale della legge 12/2003, la banca del germoplasma e il Portale degli Agricoltori Custodi.
Storico-agrarie: Sergio Anselmi, Renzo Paci e il corpus di Proposte e ricerche dell’Università Politecnica delle Marche su mezzadria, paesaggio e alimentazione.
Tecniche contemporanee: piani operativi e relazioni AMAP sulla rete di conservazione, la banca del germoplasma e i campi catalogo.
- Per la geografia storica della regione (la definizione di «Marche» si consolida dopo il Mille e non coincide con il Picenum romano): voce Marche, Treccani. ↩
- Sergio Anselmi e il corpus di Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale (Università Politecnica delle Marche) sulla mezzadria, il paesaggio e l’alimentazione marchigiana. ↩
- Regione Marche, legge regionale 3 giugno 2003, n. 12, sulla tutela delle risorse genetiche animali e vegetali del territorio marchigiano; Repertorio regionale, banca del germoplasma di Monsampolo del Tronto, campi catalogo di Carassai-Petritoli e Portale degli Agricoltori Custodi, coordinati da AMAP. Alla fine del 2025 il Repertorio registrava 166 accessioni vegetali e 11 razze animali. ↩



