Uva Cornacchia

Vitigno · Emilia-Romagna

Vecchio vitigno tipico della Bassa ravennate, ma reperito
anche in vecchie vigne del Modenese e del Ferrarese.
Recenti lavori molecolari hanno confermato la sinonimia tra
Cornacchia (tabella profili genetici) e Varon, denominazione
locale del vitigno nell’area di Comacchio (Pastore et al.,
2020), nonché una relazione di primo grado tra Cornacchia
e Lambrusco grasparossa (D’Onofrio et al., 2021).
Sinonimi accertati: Varon, Cornacchina, Gruone (?)
Sinonimie errate:
Denominazioni dialettali locali: Curnacia (Russi, Bagnacavallo e Bassa
ravennate); Varon (litorale ferrarese)
Rischio di erosione: molto elevato

Nel 2011 il vitigno Cornacchia è stato iscritto al Registro Nazionale ma,
nonostante ciò, restano ormai solo poche piante superstiti: lo si ritrova essenzialmente
nel Ravennate, dove entra, in piccolissima percentuale, nella
composizione della “Canèna nova” di Russi (Fontana et al., 2006), un vino
della vecchia tradizione contadina locale.

In Romagna la Cornacchia è nota e coltivata sin dal 1500, visto che viene citata
dal Carroli nella sua opera “Il giovane ben creato” (1583), in cui si cerca
di impartire al giovane mezzadro gli insegnamenti per coltivare bene la terra,
scegliendo le giuste varietà e le giuste tecniche (Carroli, 2004). Vista la fame
di quel periodo era piuttosto frequente che le uve buone da mangiare venissero
rubate, mentre la Cornacchia, meno appetibile di altre, risultava pressoché
indenne dal problema e forniva vino in quantità. In effetti la Cornacchia
produce abbastanza, in virtù dei suoi grossi grappoli, e “svina” molto, anche
se va spesso soggetta ai marciumi. Qualcuno ipotizza che in realtà si tratti
di un’uva già citata nel Trecento dal De’ Crescenzi, il Gimnaremo (in alcuni
manoscritti anche guvarenus e giviaresca) che in una traduzione del Sansovino
diventa “Graiona” (De’ Crescenzi e Sansovino, 1561). La descrizione in
effetti si attaglia alla Cornacchia e il termine Graiona indicato dal Sansovino
fa pensare a “Gruone”, un sinonimo di Cornacchia secondo alcuni Autori
(Farinelli, 1981; Silvestroni et al., 1986; Ministero d’Agricoltura, Industria
e Commercio, 1879; Rovasenda, 1887). L’etimo di Cornacchia potrebbe
essere dal latino “cornacula”, per il colore (Hohenerlein-Buchinger, 1996).
Nel Tanara (1644) si legge: “La Bornachina e Milanella fanno vino rosso, picciolo,
ma dolce”, e qualcuno ha letto quel “Bornachina” come “Cornacchina”
(Hohenerlein-Buchinger, 1996). Il conte Gallesio cita la Cornacchia tra le uve
del territorio faentino (1839) come “un’uva nera poco stimata quantonque di
maturazione precoce; grappoli mediocri, piuttosto fitti, acini tondi, grossi e di

un nero denso”; afferma poi che il “Gruc” presente nei vigneti del conte Tampieri di Solarolo sarebbe lo stesso che la
Cornacchia di Faenza e il Canino a graspo rosso di Ravenna (Baldini, 1995). La ritroviamo anche nel “Vocabolario
Romagnolo-Italiano” del Morri alla voce “Curnacia” di “ignoto equivalente italiano” (Morri, 1840). Nel resoconto
della mostra ampelografica di Forlì del 1876, alla sezione dedicata alle uve del circondario di Forlì, la Cornacchia
viene elencata tra i “vitigni che per avventura si vengono proscrivendo, e perciò s’incontrano ormai più difficilmente nei
vigneti di questa regione” (Comizio Agrario di Forlì, 1877). Viene comunque descritto dalla Commissione Ampelografica
della provincia di Forlì (Bullettino ampelografico, fasc. IX) come “vitigno di pochissima importanza, che assai
raro incontrarsi nei nostri filari, e forse merita una completa proscrizione. Grappolo grosso, allungato, alquanto sciolto,
porta acini grossi, ovali, a buccia nera, porzione libera dell’asse breve. Tralcio robusto, di color cannella, a internodi medi.
Maturità tardiva” (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1878). Nel fascicolo XII del “Bullettino ampelografico”,
Francesco Carega di Muricce, illustrando la viticoltura Bolognese, propone un elenco dei vitigni coltivati
in quell’areale, tra cui emerge anche un “Gruone o Cornacchia” (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio,
1879). Nella seconda edizione francese dell’Ampelografia del conte di Rovasenda alla voce “Cornacchiola” si legge:
“Toscane. Bull. Amp. VII. 526. Voyez Cornacchia nera” e il rimando dice: “Cornacchia nera ou Gruone. Bologne” (Rovasenda,
1887). Quindi si tratterebbe di un’uva in passato presente anche in Toscana e comunque tipica dell’areale
bolognese. A fine Ottocento la Cornacchia era coltivata anche nel Modenese, come testimonia il Malavasi (1879)
alla voce “Cornacchina (di Nonantola)”. In effetti, a riprova della presenza del vitigno nel Modenese, si riporta che
nel 2009, durante un sopralluogo in quel di Formigine, furono riscontrate, in un vecchio Raggi Bellussi (di circa
80 anni) prossimo all’abbattimento, alcune piante indicate dal proprietario come “Covra gentile” e che la dott.ssa
Fontana riconobbe come la Cornacchia della Romagna.
A fine Ottocento, la relazione dell’ing. Biffi (1880) sull’agricoltura del Circondario Faentino, a supporto dell’Inchiesta
Jacini, riporta che la Cornacchia (Curnacia) era una varietà ormai abbandonata in quel territorio, ma il
suo declino dovette proseguire anche nel resto della Romagna visto che nel 1923, Bazzocchi ne parla come di un
vitigno “ormai di nessuna importanza giacchè si tende ad abbandonarlo nonostante sia molto produttivo”. Il lavoro di
ricognizione effettuato a metà degli anni ’80 dall’Università di Bologna sul territorio emiliano-romagnolo riscontra
ancora la presenza di rari esemplari di Cornacchia, che viene indicata anche con i sinonimi di “Gruone, Cornacchiola,
Cornaiola” (Silvestroni et al., 1986).

Caratteristiche del vitigno
Foglia. Tendenzialmente medio-grande, cuneiforme, eptalobata, con pagina superiore poco
bollosa o quasi liscia e pagina inferiore con peli coricati tra le nervature mediamente densi e
numerosi peli eretti sulle nervature (densità elevata). Seno peziolare sagomato a V, aperto e
talora anche più che aperto. Seni laterali superiori mediamente profondi, con fondo a parentesi
graffa e lobi leggermente sovrapposti. Denti abbastanza lunghi, parte a margine rettilineo e
parte a margine convesso.
Grappolo. Piuttosto grosso, compatto, conformato a imbuto, alato. Acino grosso, tendenzialmente
rotondeggiante, di colore blu-nero, poco o mediamente pruinoso.
Caratteri agronomici ed enologici. Vitigno molto vigoroso e produttivo, con habitus espanso, che si avvantaggia della
potatura lunga. Germoglia tra fine marzo e inizio aprile, fiorisce nella prima metà di giugno e matura tra fine settembre
e inizio ottobre, ma numerose testimonianze riportano che veniva spesso raccolta in anticipo poiché marciva facilmente.
I grappoli, infatti, grossi e molto compatti, specie nei terreni più fertili vanno soggetti facilmente a marciume acido e
botrite. Risulta poco sensibile a oidio e ragnetto; mediamente sensibile a peronospora.
L’uva di Cornacchia in parte veniva raccolta in anticipo e mescolata con altre uve più precoci per realizzare la “Canèna
nova” di Russi, vino della tradizione contadina locale, ormai prodotto solo per la sagra paesana detta “Fira di set dulur”.

Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)

Tralcio. Rossigno, cilindrico, striato, molto aracneoso, a nodi ingrossati, internodi piuttosto brevi, per lo più maggiori del peduncolo.

Foglia. Lembo frastagliato e dentato irregolarmente; in generale a 5 lobi, il medio trilobo, gli inferiori bilobi ed ora molto poco avvicinati, denti ben poco mucronati. Pagina superiore verde, l’inferiore tomentosa biancastra, a nervature principali arrossanti. Peduncolo rosso, aracneoso, poco ingrossato alla base, geniculato e talora contorto, lungo meno della nervatura centrale.

Grappolo. Piuttosto cilindrico, serrato, non grande, a 2-3 assi secondarj un po’ lunghi, a corto peduncolo, rachide verde un po’ gialliccio al sommo, pedicelli un po’ rossi alla sommità.

Acino. Ellissoidico, di mm. 18×15, sugoso, dolce-agretto, punteggiato al sommo, a buccia grossa, nera, con poca cera. Semi: 2-3 grandi, globosi, di color chiaro.

Vitigno raro, importato di recente dal Nonantolano, ferace. L’uva matura in settembre e si ritiene buona da vino. Malavasi la accosta all’uva cornacchia del Forlivese (ivi indicata come rara e di poca importanza).

L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.

Scheda ampelografica (repertorio RER)

Foglia. Tendenzialmente medio-grande, cuneiforme, eptalobata, con pagina superiore poco bollosa o quasi liscia e pagina inferiore con peli coricati tra le nervature mediamente densi e numerosi peli eretti sulle nervature (densità elevata). Seno peziolare sagomato a V, aperto e talora anche più che aperto. Seni laterali superiori mediamente profondi, con fondo a parentesi graffa e lobi leggermente sovrapposti. Denti abbastanza lunghi, parte a margine rettilineo e parte a margine convesso. Grappolo. Piuttosto grosso, compatto, conformato a imbuto, alato. Acino grosso, tendenzialmente rotondeggiante, di colore blu-nero, poco o mediamente pruinoso.

Fenologia. Germoglia tra fine Marzo e inizio Aprile, fiorisce nella prima metà di Giugno, invaia nella seconda decade di Agosto e matura tra fine settembre e inizio ottobre, ma spesso veniva raccolta in anticipo poiché marciva facilmente (L, O). OSSERVAZIONI E RISCONTRI

Comportamento agronomico. Vitigno molto vigoroso e produttivo, con habitus espanso. I grappoli, grossi e molto compatti, specie nei terreni più fertili vanno soggetti facilmente al marciume acido e alla botrite. Il primo germoglio fruttifero parte più spesso dalla 3 o 4 gemma, quindi si avvantaggia della potatura lunga. OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI

Sensibilità alle patologie. Elevata sensibilità ai marciumi. Poco sensibile a oidio e ragnetto; mediamente sensibile alla peronospora (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’

Utilizzo. In parte veniva raccolta in anticipo e mescolata con altre uve più precoci per dare la Canèna nova di Russi (A, L).

Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008).

Bibliografia

Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:

  • Baldini E. (1995) – Giorgio Gallesio. I giornali dei viaggi. Trascrizione, note e commento di Enrico Baldini. Firenze, Nuova stamperia Parenti.
  • Bazzocchi A. (1923) – Ampelografia dei vitigni romagnoli. Premiata Cooperativa Tipografica Forlivese, Forlì.
  • Biffi L. (1880) – Memoria intorno alle condizioni dell’agricoltura e della classe agricola nel circondario di Faenza. Tipografia Pietro Conti, Faenza.
  • Carroli B. (2004) – Il giovane ben creato. Edizione a cura di Elide Casali. Longo Editore, Ravenna.
  • Comizio Agrario di Forlì (1877) – Le macchine e le uve alla mostra ampelografica di Forlì. Febo Gherardi Editore, Forlì. De’.
  • Crescenzi P., Sansovino F. (1561) – Pietro Crescentio Bolognese tradotto nuovamente per Francesco Sansovino, nel quale si trattano gli ordini di tutte le cose che si appartengono a commodi et a gli utili della villa. Per Francesco Sansovino, Venezia.
  • Farinelli S. (1981) – Descrizione ampelografica di alcuni vitigni minori presenti in Emilia-Romagna. Tesi di laurea aa 1980-81, relatore prof. C. Intrieri. Università degli Studi di Bologna.
  • Fontana M., Filippetti I., Pastore C., Vespignani G., Intrieri C. (2006) – Individuazione e caratterizzazione di alcuni vitigni minori dell’Emilia Romagna. Atti convegno nazionale “I vitigni autoctoni minori: aspetti tecnici, normativi e commerciali”. Torino 30 novembre-1 dicembre. Hohenerlein-Buchinger T. (1996) – Per un sub lessico vitivinicolo. Max Niemeyer Verlag, Tubinga.
  • Malavasi L. (1879) – Contributo all’ampelografia modenese. Tipografia Cesare Olivari, Modena. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1878) – Bullettino Ampelografico, fascicolo IX. Tipografia Eredi Botta, Roma. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1879) – Bullettino Ampelografico, fascicolo XII. Tipografia Eredi Botta, Roma.
  • Morri A. (1840) – Vocabolario romagnolo-italiano. Tipi di Pietro Conti all’Apollo, Faenza.
  • Rovasenda G. (1887) – Essai d’une ampélographie universelle. Edizione 2, C. Coulet.
  • Silvestroni O., Marangoni B., Faccioli F. (1986) – Identificazione e conservazione dei vitigni locali (Vitis vinifera L.) in Emilia Romagna. ATTI 4. Simp. Intern. Genetica della Vite. Vignevini n. 12, supplemento.

Iscritta al Registro nel 2011 ma ridotta a poche piante superstiti, la Cornacchia si ritrova nel Ravennate, dove entra in piccola percentuale nella «Canèna nova» di Russi, vino della tradizione contadina. In Romagna è nota e coltivata sin dal Cinquecento: la cita il Carroli nel Il giovane ben creato (1583).1

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022 (cita: G. Carroli, 1583; Fontana et al., 2006). ↩︎