L’Italia è uno dei grandi serbatoi di varietà da frutto: mele, pere, pesche, susine, ciliegie, fichi, melograni, sorbe, nespole e giuggiole hanno accompagnato per secoli orti, broli, poderi promiscui e giardini di villa. Già nel Seicento Giacomo Castelvetro, esule a Londra, dedicava il suo Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano (1614) all’abbondanza e alla varietà della tavola vegetale italiana.1
La grande stagione della pomologia nazionale è però ottocentesca. Tra il 1817 e il 1839 Giorgio Gallesio pubblica la Pomona Italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi, primo tentativo sistematico di descrivere e illustrare le varietà italiane;2 nello stesso secolo maturano cataloghi vivaistici, mostre pomologiche e congressi che fissano nomi, sinonimi e areali di centinaia di cultivar.
Per secoli la frutticoltura non fu un settore separato, ma parte della policoltura: alberi sparsi nei campi, filari di confine, frutteti familiari, frutta da serbo conservata nei fruttai per l’inverno. Questa struttura minuta spiega l’enorme variabilità locale e la sopravvivenza di varietà rustiche e serbevoli, adatte a bassi input e a usi domestici, buone da mangiare, cuocere, essiccare o conservare.
Il Novecento impone la specializzazione: frutteti geometrici, portainnesti clonali, poche cultivar commerciali selezionate per resa, pezzatura e trasporto, frigoconservazione e mercato standardizzato. La diversità si restringe drasticamente e molte varietà locali arretrano a orti, margini, collezioni e memoria.
Il recupero contemporaneo poggia su un censimento nazionale: l’Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani (CREA, coordinamento di Carlo Fideghelli) raccoglie regione per regione le cultivar locali superstiti,3 mentre i quaderni ISPRA Frutti dimenticati e biodiversità recuperata (dal 2010) documentano il germoplasma frutticolo e viticolo e i progetti di reintroduzione.4
Accanto agli enti, una rete di parchi, «patriarchi da frutto», frutteti della biodiversità, vivaisti conservatori e agricoltori custodi mantiene viva la frutta antica nei territori. In Cornucopia la sezione Frutti non è una galleria di rarità, ma un archivio della vita quotidiana rurale: ogni varietà rinvia a un paesaggio, a un fruttaio, a una cucina e a una storia di selezione familiare.
Criteri di inclusione
Questa sezione raccoglie frutti antichi e varietà da frutto autoctone o storicamente coltivate in Italia — mele, pere, pesche, albicocche, ciliegie, melograni, agrumi e altre — comprese le forme minori o dimenticate.
- Giacomo Castelvetro, Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano, Londra, 1614: scritto in esilio, è una delle prime testimonianze sulla ricchezza ortofrutticola italiana. ↩
- Giorgio Gallesio, Pomona Italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi, 1817-1839: la prima grande opera pomologica nazionale, con descrizioni e tavole delle varietà italiane. ↩
- CREA, Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani (coord. Carlo Fideghelli), Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali: censimento regionale delle cultivar locali. ↩
- ISPRA, Frutti dimenticati e biodiversità recuperata. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane, Quaderni Natura e Biodiversità (dal 2010), con volumi regionali. ↩








