Uva Lambruscone
Vitigno · Emilia-Romagna
Nota storica (1752)
«ottimo, porta moltissim’acqua, dà vino bonissimo; il suo grano è rotondo, piccolo, nero, e chiaro: è uva forte, ed ha buon sapore a gustarla, pieno ma non delicato tanto; e durabile quanto esser possa altro vino.»
L. Maini, Catalogo alfabetico di quasi tutte le uve o viti conosciute e coltivate nelle provincie di Modena e Reggio, Modena 1851 (ed. 1854), p. 18.
Nome dialettale reggiano: lambruscòun (uva nera) (Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915).
Profilo ampelografico (Malavasi, 1879)
Tralcio. Rossigno, verdastro al sommo, cilindrico, finamente striato, a brevi internodi, per lo più maggiori del peduncolo, disposti un po’ a zig-zag.
Foglia. A 5 lobi, incisi anche per 1/2, i due inferiori talvolta un po’ avvicinati, seni arrotondati, denti mucronati. Pagina superiore dapprima di un verde carico, poi alquanto arrossante a macchie sparse fra le nervature di 1° e 2° ordine che si conservano verdi; pagina inferiore lanuginosa, nelle foglie ultime appena pubescente. Peduncolo rossigno, striato, un po’ verdastro alla base ed al sommo, ingrossato alla base, geniculato, poco contorto, minore della nervatura principale.
Grappolo. Raro, cilindrico-un po’ conico, di 12-15 cent., peduncolo non molto lungo, rachide giallastro, pedicelli rossi al sommo.
Acino. Sferico, un po’ gibboso, di mm. 15-16, a cera un po’ copiosa, sapore dolce-aciduletto, gustoso; nei grappoli qualche acino abortisce pur maturando, talvolta anche molti. Semi: 1-3.
Vitigno frequente, abbastanza ferace, matura in settembre. Ritenuto inferiore al Lambrusco di Sorbara, sebbene buonissimo; lodato assai dal Caula. Malavasi lo considera la forma più rozza del Lambrusco subsferico/sferico.
L. Malavasi, Contributo all’ampelografia modenese, Modena, Tip. Cesare Olivari, 1879.
Nel Trattato di agricoltura parmense (fine XVIII–inizio XIX sec.) il «lambruscone» è annoverato fra le uve rosse.1
Descrizione (Francesco Aggazzotti, 1867)
Grappolo sparso, oblungo, quasi privo di graspoletti, con peduncolo sottile ma abbastanza resistente per sostenere il poco voluminoso grappolo. Acini grossi, ovoidei, polverosi, tanto radi da non toccarsi gli uni cogli altri. Buccia grossa, resistente, polverosa, violaceo-scura, quasi nero-bleu, con molta materia colorante che bene si scioglie col processo della fermentazione vinosa; la polpa per altro è appena tinta in verdognolo. Sugo abbondante discretamente (cioè sette decimi del totale in peso), sapido ma di un dolce-melato non troppo gustoso, stiptico, specialmente masticando troppo la buccia, la quale tinge di nero la lingua e la saliva per qualche tempo.
Fatta la fermentazione vinosa in tino con buccia e graspe, ad uso comune modenese, ottiensi vino di corpo, sapido, e — come lo amano i mercanti lombardi — ben carico di colore, col quale si maschera benissimo il salto-battesimo, oppure si fanno tagli, cioè mescolanze con vini scadenti, acquosi e insipidi, di altre località. Trattato col metodo della malaga, col quale perde quasi tutta la sovrabbondante materia colorante, dà felici risultati. Nella scala di merito questo vitigno va posto tra i lambruschi, superato solamente da quelli detti di Sorbara, sì a grani rotondi che ovali; indi sta al pari con tre o quattro altre varietà, lasciandosene addietro molte altre. Per la coltivazione non diversifica punto dagli altri lambruschi.
F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867, scheda 40.
- Anonimo, Trattato di agricoltura (Archivio di Stato di Parma, ms. 138), fine XVIII–inizio XIX sec. ↩︎
