Albicocche antiche d’Italia

L’albicocco ha in Italia una lunga tradizione colturale e un germoplasma antico che comprende numerose accessioni locali. La loro identificazione pone spesso problemi di attribuzione, e la ricerca recente si è appoggiata a estese ricognizioni bibliografiche per distinguere le varietà autoctone da quelle di introduzione più recente.

Questa sezione raccoglie le albicocche tradizionali e locali documentate nell’enciclopedia.

Fonte: M.T. Dettori et al., «L’albicocco», in Atlante dei Fruttiferi Autoctoni Italiani, vol. I (CREA).

Legenda — [quadre] = sinonimi; eventuali (tonde) interne = autore e anno della prima attestazione del sinonimo · nomi delle regioni = territori di attestazione

Sinonimie e omonimie documentate

Il germoplasma albicocchicolo italiano antico è stato indagato su base molecolare solo per una parte ristretta delle accessioni. Alcuni esiti sono comunque netti:

  • San Castrese e Vinschger Marille (sinonimo Val Venosta) sono risultate distinte in modo univoco;
  • Della Venosta, Val Venosta e Vinschger Marille sarebbero, secondo la ricognizione bibliografica, altrettanti sinonimi di un unico genotipo altoatesino;
  • O Pazzo (pugliese) e Pazza (campana) sono identiche fra loro;
  • la Boccuccia spinosa non si differenzia da una cultivar moderna rumena (Selena): un caso che invita alla prudenza prima di dichiarare «antica» un’accessione.

Fonte: M.T. Dettori, S. Micali, E. Vendramin, J. Giovinazzi, E. Condello, I. Verde, «L’albicocco», in Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, vol. I (coord. C. Fideghelli), CREA, 2016.

Quattromila anni di viaggio

L’albicocco (Prunus armeniaca) ha avuto origine nella Cina nord-orientale, verso la Manciuria e la Corea, dove ancora oggi sopravvivono forme selvatiche spontanee. La sua coltivazione in Cina ha una storia di oltre quattromila anni: tracce della pianta — xing — risalgono all’imperatore Yu (2205-2198 a.C.), ed è registrata in uno dei primi almanacchi agricoli, lo Xia Xiaozheng, fra l’VIII e il V secolo a.C.

Da lì la coltura risalì la fascia montuosa che va dal Tien Shan meridionale al Kashmir, attraversando la Valle di Fergana e l’Hindukush; poi, per la Persia, raggiunse il Caucaso e la Turchia orientale, forse al seguito delle imprese di Alessandro Magno nel Turkestan, nel IV secolo a.C. In Europa arrivò per due strade distinte: in Grecia e in Italia dopo le guerre romano-persiane del I secolo a.C., e in Sicilia e Spagna molto più tardi, con l’espansione araba lungo il Nord Africa (670-698 d.C.).

Il nome che ha fatto il giro del Mediterraneo

I Romani lo conobbero probabilmente per opera di Lucio Licinio Lucullo (118-57 a.C.), e lo chiamarono praecocuum, il precoce, perché lo credevano una specie di prugno distinta dalle altre per la maturazione anticipata, fra la primavera e i primi caldi. Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia e Columella nel De re rustica ne citano i frutti profumati col nome di malum praecox. Quanto al nome scientifico, armeniaca nasce da un equivoco: si riteneva la pianta originaria dell’Armenia.

Ma la storia più bella è quella della parola. Il praecocuum latino passò al greco, dal greco all’arabo, e dall’arabo tornò alle lingue romanze modificato nella pronuncia ma non nel significato: da quel vagabondaggio derivano albicocco, il biricocco di certe parlate italiane e lo spagnolo albaricoque. Il frutto e il suo nome hanno fatto lo stesso viaggio, e sono tornati indietro cambiati entrambi.

Fonte: R. Guerriero, introduzione alla monografia «Albicocco», in Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, vol. II (coord. C. Fideghelli), CREA. Fonti citate dal capitolo: Plinio, Naturalis Historia; Columella, De re rustica; Mehlenbacher et al. 1991; Yu-Zhu e Qi-zhi 2002.