Uva Malvasia Casalini

Vitigno · Emilia-Romagna

La Malvasia Casalini è un vitigno bianco aromatico del Parmense, oggi a rischio di erosione molto elevato. Sotto nomi diversi — Malvasia di Maiatico, Malvasia odorosissima, Malvasia aromatica di Parma — è stata per l’Ottocento parmense la malvasia per eccellenza, quella che Garibaldi volle piantare a Caprera. Poi la sostituì una sua parente più produttiva, la Malvasia di Candia aromatica, e il suo nome si perse nella confusione generale che circonda la parola «malvasia».

Identità

  • Sinonimi accertati: Malvasia di Maiatico, Malvasia odorosissima, Malvasia aromatica di Parma.
  • Denominazione dialettale: Malvatich (Parma).
  • Repertorio regionale: RER V 047.
  • Zona tipica di produzione: Parmense.
  • Rischio di erosione: molto elevato. A fine 2021 risultava coltivata su quasi un ettaro in tutto.

L’accessione da cui prende il nome fu reperita presso il signor Angelo Casalini di Basilicagoiano di Montechiarugolo (PR), e più persone l’hanno indicata come la vera Malvasia di Maiatico, quella che dava «un vino più fine e profumato di quello che si ottiene oggi». Si tratta di un piccolo filare del 1965, messo a dimora dal padre di Angelo a partire da una vite secolare presente nel podere.12

La parentela

Proprio questa accessione ha permesso di ricostruire il pedigree di diversi vitigni, confermando l’antichità della varietà e la sua importanza nel panorama viticolo regionale. Si è individuato nel Moscato bianco uno dei genitori della Malvasia Casalini, la quale a sua volta avrebbe dato origine alla Malvasia di Candia aromatica.1

La catena è dunque: Moscato bianco → Malvasia Casalini → Malvasia di Candia aromatica. Con una conseguenza che vale la pena isolare: fra la Candia aromatica e il Moscato bianco non esiste alcuna relazione genetica diretta. La Casalini è la cerniera fra due famiglie aromatiche che, senza di lei, non si toccherebbero.3

La discendenza piemontese

La ricostruzione genetica di Scienza e Imazio allarga la famiglia. La Malvasia odorosissima non è solo figlia del Moscato bianco e genitore della Candia aromatica: è genitore di primo grado di altre due varietà aromatiche piemontesi. Una è il Ruché, a bacca nera, che fra i suoi sinonimi porta — non a caso — quello di Moscatellina. L’altra è la Malvasia bianca di Piemonte, nota anche come Malvasia moscata, il cui secondo genitore resta per ora ignoto.4

È la conferma di quanto sia intricato questo gruppo: la stessa varietà parmense sta al centro di una rete che attraversa mezza Italia settentrionale. E porta gli autori a una conclusione netta sul metodo — distinguere i moscati dalle malvasie aromatiche in base ai composti terpenici (il linalolo nei primi, il geraniolo nelle seconde) è, alla prova dei fatti, «poco efficace e perfino fuorviante».4

Il vitigno

Foglia. Grande, cuneiforme, pentalobata. Seno peziolare a V, aperto. Seni laterali superiori generalmente ad U, con lobi sovrapposti. Pagina superiore con bollosità tendenzialmente media e nervature non pigmentate. Pagina inferiore praticamente glabra. Denti a margini rettilinei misti ad altri con margini convessi. Picciolo molto più corto della nervatura mediana.

Grappolo. Di grandezza medio-piccola, conico, mediamente spargolo o spargolo, con 1 o 2 ali.

Acino. Sferoidale, con buccia di colore verde-giallo, piuttosto pruinosa, e polpa molle a sapore moscato.

Fenologia. Germoglia a fine marzo-inizio aprile, fiorisce intorno all’ultima decade di maggio, invaia all’ultima decade di luglio e matura intorno al 20 agosto. Mostra una certa sensibilità all’oidio. In passato era usata anche come uva da serbo.1

Il fiore femminile, e perché produce poco

Il carattere che ha deciso il destino di questa varietà è il fiore femminile. Vitigno di buona vigoria, va incontro a fenomeni di mancata impollinazione, specie nelle primavere piovose: la produzione è perciò non elevata e incostante. È questo «difetto fiorale» — e null’altro — il motivo per cui la varietà fu abbandonata nel corso della ristrutturazione viticola post-bellica.12

Sul perché tante varietà emiliane condividano questo difetto, «Le vecchie varietà di vite» avanza un’ipotesi di ampio respiro. La Vitis vinifera ssp. sylvestris, dioica, endemica del continente europeo e ancora oggi presente nelle pinete di Ravenna, potrebbe essersi incrociata con le varietà domestiche introdotte, originando una prole ermafrodita meglio adattata al clima freddo e umido della Pianura Padana. L’ipotesi darebbe ragione del difetto fiorale di numerose varietà locali dell’Emilia-Romagna, abbandonate in tempi recenti per la forte acinellatura e la conseguente scarsa produttività: Lanzesa, Alionza, Trebbiano di Spagna (la Trebbianina) e la Malvasia odorosissima di questa scheda, fra le altre.1

Vale la pena notare quanto questo tratto sia lo stesso che, letto dal lato dell’archeologia invece che del vigneto, permette di distinguere la vite selvatica da quella coltivata nel polline: vedi il polline della terramara di Poviglio.


Storia

I vini greci, e una frode del Seicento

Nel passato i vini di Malvasia venivano per lo più importati dalla Grecia, e godettero di gran fama in Italia — e non solo — tra il XIV e il XVII secolo. Visto il gradimento, probabilmente cominciò anche su suolo italiano la coltivazione delle viti che davano quel vino.2

Che la Malvasia del passato fosse aromatica lo dimostra il Trattato del Soderini, pubblicato nel 1600: un solo boccale, vi si legge, bastava a «condire» una botte da sei barili di vino bianco comune e a farla diventare tutta malvagia. È al tempo stesso la testimonianza di una frode alimentare e la rivelazione di un carattere del vitigno: la scarsa produttività, che si rifletteva nell’elevata gradazione alcolica.2

L’Ottocento parmense e l’Esposizione del 1870

Nell’Ottocento, nel Parmense, la Malvasia era piuttosto coltivata e dava vini di un certo pregio, come si evince dalle attestazioni dell’«Esposizione provinciale d’industrie e d’agricoltura tenuta in Parma dal dì 17 settembre al 20 ottobre 1870».2

  • La marchesa Araldi-Trecchi di Maiatico — la stessa che ospiterà Garibaldi — vinse una medaglia d’argento per «l’ottima qualità di tutti i vini presentati e più specialmente del malvatico 1869».
  • Il signor Domenico Dall’Aglio, d’Alberi, comune di Vigatto, ricevette una «menzione onorevole — per molto merito riconosciuto nel rosso amaro del 1869 e nel malvatico bianco».
  • Il signor Alessandro Passerai di Parma presentò un «vino bianco malvasia» del 1836: non ricevette premi, ma il dato denota che la Malvasia serviva per vini di pregio, probabilmente passiti, destinati anche a un lungo invecchiamento.

Il Novecento: la fama, poi l’abbandono

Nel periodo fascista il vino di Maiatico godeva di una certa fama, e il prezzo lo dimostra: «certe piccole partite di vini provenienti da uve prodotte in vigne bene esposte e curate vengono vendute a 500 lire l’ettolitro (Sauvignon, Malvasia di Maiatico, ecc.)» (Samoggia, 1927).2

Ma dal secondo dopoguerra i tecnici cominciarono a consigliare la Malvasia di Candia: Capucci, nel 1952, la elenca fra le varietà «che ancor oggi possono convenientemente essere consigliate nella ricostituzione dei nuovi impianti su piede americano». Le testimonianze raccolte sul territorio, però, riferiscono di una Malvasia più profumata e meno produttiva di quella che si impiega oggi. Le valutazioni sperimentali sull’accessione Casalini hanno confermato quei ricordi: sia sulle uve sia sul vino, un’aromaticità più intensa e più fine rispetto alla Candia aromatica, «che richiamava il moscato più che una malvasia».2

La caccia all’identità

Capire quale malvasia fosse quella parmense è stato un lavoro lungo, perché — annota il Repertorio — «la letteratura non ci aiuta»: si cita in genere un generico «Malvasia», solo raramente aggettivato o seguito dall’area di produzione. Il percorso è però istruttivo, e vale la pena ripercorrerlo.2

  • Acerbi, ripreso da Marescalchi e Dalmasso (1937), parla di una «Malvasia Moscado, della quale si dice che sia fatto il vino di Madera… ed il Moscado di Candia, e di varie isole dell’arcipelago, che ci viene da Venezia, e per ciò da noi conosciuto sotto nome di Moscado di Venezia»; potrebbe essere la Malvasia musquée dei francesi. E i due aggiungono che una Malvasia moscata si coltiva «sull’Appennino piacentino (e un po’ qua e là anche in Piemonte) sotto il nome di Malvasia di Candia».
  • Malavasi (1879), nel Contributo all’ampelografia modenese, registra una Malvasia moscata «importata recentemente dalla Provincia Reggiana»; ma descrizione e conclusioni portano a ritenere che fosse la Malvasia di Candia, assai diffusa nell’Ottocento in tutta Italia.
  • Di Rovasenda (1877) indica «Malvasia odorosissima» come sinonimo di «Malvasia di Scandiano», e alla voce «Malvasia aspra» rimanda a «Malvasia odorosissima». Cita anche una «Malvasia di Alessandria (Piem.)», dal frutto «profumato a sapor di moscato, ma più amarognolo».
  • Marzotto (1925) compendia informazioni discordanti e non chiarisce nulla sulla sessualità del fiore, ma lascia un passo utile su una malvasia piacentina «con gli acini piccoli e costantemente sferici, con buccia coriacea e polpa carnosa, croccante; le nervature sono rosseggianti al punto d’inserzione col picciuolo». La sua conclusione è che «c’era una gran commistione di vitigni sotto la denominazione comune di Malvasia».
  • Malaspina (1859), nel Vocabolario parmigiano-italiano, distingue: «Malvasìa. s.f. Malvasia, Malvagia, Grechetto. Uva bianca di cui si fa un delicato vino che ritiene lo stesso nome»; «Malvatich. s.m. Vino di Malvasìa od anche Malvasìa solamente»; e, separatamente, «Frontignán. Malvasia di Candía. Nome di una sorta di vino squisito e di un vitigno non molto comune tra noi».

È quest’ultima voce a essere decisiva. Se nell’Ottocento parmense la Candia era «non molto comune», allora in quel territorio si distinguevano, con nomi diversi, almeno due malvasie — e la Candia era la meno diffusa. Analizzando a fondo la descrizione della Malvasia odorosissima di Aggazzotti (1867), si può ragionevolmente ipotizzare che la Malvasia più diffusa nel Parmense fosse proprio questa.2

Un confronto ha inoltre escluso le omonime: la Malvasia bianca del Piemonte descritta da Schneider e Mannini (2006) e l’accessione Casalini «non lasciano dubbi sulla diversità dei due vitigni», pur avendo in comune le foglie pochissimo tomentose e il sapore moscato; e la totale assenza di pigmento sulle nervature della foglia della Casalini tenderebbe a escludere anche la sinonimia con la Malvasia di Piacenza.2

Un ultimo episodio dice quanto sia scivoloso il terreno. Negli anni Ottanta Silvestroni e colleghi (1986) reperirono nel Parmense una Malvasia profumata, e ritennero fosse la Malvasia odorosissima citata dal conte Di Rovasenda: recenti verifiche genetiche hanno dimostrato che era invece un’accessione di Malvasia di Candia aromatica.2


Citazioni

E tanto fanno le viti che fan la Malvagia, delli quali vini un boccal solo condisce una botte di sei barili di vin bianco di quei paesi e lo fa esser tutto malvagia. […] Fa un vino potentissimo, e questa vite ne fa poco nel suo paese di Candia e Cipri, e meno assai produce trasportata negli altrui, e si diletta d’andar terragnola.

G.V. Soderini, Trattato della coltivazione delle viti, 1600 (in Marescalchi e Dalmasso, 1937)

Grappolo piccolo, corto, ovoide qualche volta ma spesso piramidale, a grani molto radi, con graspetti appena di 3 o 4 grani cadauno; peduncolo sottile, verde e poco resistente. Acino sferico, un po’ più piccolo della Berzemina. Buccia giallo-roseo-opaca, picchiettata di punti giallo-nocciola e coperta di polvere bianco-cerea; è morbida al tatto. Sugo scarso, di media densità, dolce-melato, esalante il più pronunziato odore di malvasia che si conosca.

F. Aggazzotti, 1867, scheda 18 — «Malvasia odorosissima»

Uva che ha il suo merito speciale pei vini da liquore o da dessert, qualora non si badi molto al tannino: come d’ordinario è pei vini bianchi di Scandiano, il suo aroma è molto deciso e persistente anche dopo dozzine d’anni. Però quando si desideri vino veramente delicato, non consiglierei mai la di lei abbondanza nella composizione delle uve destinate a fornire l’aroma, né vorrebbe mai impiegata se non dopo avergli fatto disseccare affatto il graspo. Non ha il difetto di alcuni moscati e di altre malvasie, di rendere cioè malagevole la chiarificazione del vino di cui fecero parte; ma d’altra parte se non era ben matura, e senza l’avvertenza della completa disseccazione del graspo, spesso conferisce troppa asciuttezza in immediato confine coll’aspro; difetto imperdonabile in un vino di liquore o da mattina.

F. Aggazzotti, 1867 — sull’uso enologico

Quel che Aggazzotti mette in evidenza — intensità aromatica, ricchezza in zuccheri e scarsa resa in mosto — si ritrova puntualmente nella Malvasia aromatica di Parma. Aggazzotti la registra anche come Malvasia di Scandiano, Malvasia di Villa Lunga e Malvasia aspra.5

Tra i vitigni migliori e più diffusi al colle notiamo la malvasia, ottima sotto tutti i rapporti e assai rinomata specialmente nei territori di Sala Baganza, Maiatico e dintorni.

G. Toni, Agricoltura emiliana. Viticoltura ed enologia, «L’Italia agricola», n. 4, 1927

Non c’è aroma più delizioso, non c’è nettare più allettante della Malvasia di Maiatico.

Giuseppe Garibaldi, 18616


Scacci la malinconia, / generosa Malvagìa.

Buonavita Cavezzali, Ditirambo, 1627

Fa vino abboccato e spiritoso, ma non ha il delicato al par dell’Albana, contuttoché soffra più acqua. Ell’è di due sorta: altra somiglia alla Ghiottina, se non che ha grana più rare e grappolo alquanto minore; altra all’Albana, ma i grani sono ordinariamente grossi.

Niccolò Caula, 1752 — sulle due Malvasie modenesi

Cinque secoli sui colli di Parma

La Malvasia è documentata nel Parmense senza interruzioni dal Rinascimento. Già a fine Quattrocento Andrea Bajardi canta nel Filogine i «vini perfetti» di «Parma d’oro»; e nel 1516 Francesco Maria Grapaldo, nel De partibus aedium, la elenca — con Trebbiano e Vernaccia — fra i vini ricavati da vigneti dentro le mura cittadine, chiamandola col nome che ne dichiara l’origine: «ex [C]reta malvaticum, quod vocant».7

Nel 1545 Carlo Stefano, nel Vineto, identifica la «Malvagia» con la vite grecula di Plinio e ne fa la storia — Monembatico, Monobasia, «città sotto il Senato Veneto, onde si naviga in Creta». E lo speziale parmigiano Girolamo Calestani (1564) racconta di averla vista usare a Bologna e a Roma per comporre la theriaca, al posto del Falerno: nella preparazione «la Malvasia teneva il primo luogo, e fosse viè più d’ogni altro vino eccellentissima».7

Il Catasto Farnesiano e l’export in Francia

Il Catasto Farnesiano (seconda metà del Cinquecento) censisce numerose viti di Malvasia lungo i Boschi di Sala — oggi di Carrega — e giudica «perfettissimi i vini di Vianino, Calestano e Sala». Vi si legge già il carattere che segnerà per sempre questa varietà: «pur dando vino di qualità eccellente, ogni pianta dava solo pochi grappoli formati da pochi acini», con una produzione scarsa e di molta manodopera. Nonostante ciò, alle soglie del Settecento da Parma si esportavano 15-20 mila quintali di vino, in particolare Malvasia, in Francia.7

L’inchiesta di Du Tillot, 1771

Il primo ministro borbonico Guillaume Du Tillot, riformatore anche in agricoltura (nel 1767 fa introdurre a Sala le viti del Monferrato, ed è di questi anni l’arrivo del Pinot di Borgogna), ordina nel 1771 un’inchiesta agraria generale. La Malvasia vi risulta «mediamente diffusa», ma non fra le varietà più distribuite del Ducato — che erano il Terbiano fra le bianche, la Fortana e il Berzemino fra le colorate. È presente in 5 dipartimenti su 24, per lo più di collina e montagna: «La Malvagia ha il grano rotondo e grappo aperto… produce un vino bianco robusto o forte».7

Il DNA: più vicina all’originale di quella di Monemvasia

C’è un dato che rovescia il racconto consueto, secondo cui le malvasie emiliane sarebbero tutte un lascito del commercio veneziano. La Malvasia coltivata oggi nelle terre parmensi, all’analisi del DNA, risulterebbe più simile a quella antica di quanto lo sia la Malvasia che si coltiva oggi a Monemvasia: e il motivo è che in Grecia la dominazione turca, estirpando i vigneti, ne interruppe la continuità. Il paradosso è che il vitigno più vicino all’originale non sta più nel porto che gli ha dato il nome, ma sulle colline di Parma.8

Da qui la fonte avanza un’ipotesi che sposta indietro di secoli l’arrivo di queste uve. La viticoltura piacentina, a differenza del resto dell’Emilia etrusca, ebbe origini greche, dopo la fondazione di Massalia — Marsiglia — da parte dei Greci Focei, sei secoli prima di Cristo. È dunque possibile che i vitigni «greci» impiantati nel Piacentino siano arrivati anche a Parma, acclimatandovisi secoli prima della diffusione promossa dai Veneziani a partire dal Cinquecento. Resta un’ipotesi, e la fonte la presenta come tale.8

Il profilo aromatico

Sotto il nome di Malvasia odorosissima questa varietà ha avuto nel 2018 la sua prima caratterizzazione aromatica: prima non ne esisteva nulla in letteratura, se non una nota che ne dava il profilo sensoriale più vicino a quello del Moscato bianco che a quello di una tipica malvasia aromatica. I risultati confermano quell’intuizione, e la confermano proprio nel punto in cui la genetica colloca la varietà.3

Il gruppo di volatili più abbondante è quello del geraniolo e dei suoi derivati. La quota di composti glicosilati è però bassissima: la varietà esprime il proprio potenziale aromatico quasi per intero già nell’uva, invece di tenerlo legato in forme che si liberano solo con l’idrolisi — e i suoi terpenoidi liberi sono più abbondanti che nella Candia aromatica. Il dato decisivo è però un altro: gli ossidi di rosa sono stati trovati soltanto in questa varietà, e non nella Candia. Sono loro ad avvicinarne il profilo a quello del Moscato bianco: la chimica dice la stessa cosa che dice il pedigree.3

Il confronto fra due annate consecutive ha inoltre mostrato che questa varietà è meno soggetta alla variazione stagionale nella quantità di volatili espressi, al contrario della Candia aromatica: una stabilità che gli autori giudicano di «considerevole interesse» nella situazione attuale di cambiamento climatico. Quanto alla scarsa produttività, indicano una via d’uscita: dipende dalla cattiva allegagione dei fiori femminili, e «può essere superata o mitigata» con strumenti agronomici — l’introduzione di impollinatori adatti e la gestione della chioma. La confusione con la Candia aromatica, annotano, persiste «anche fra i vinificatori».3


Maiatico, il paesaggio di questa Malvasia

La guida agli itinerari della Malvasia fra Parma e Piacenza è esplicita sul punto che qui più importa: «non a caso un sinonimo della Malvasia Odorosissima è anche Malvasia di Maiatico». Maiatico è una località dei colli parmensi, in Val Baganza, e insieme a Castellaro e Talignano è considerata la più vocata alla produzione della Malvasia dell’intera valle. Dal belvedere di Maiatico si vedono i calanchi, fra i più belli dell’Appennino emiliano.9

Garibaldi, la villa e il castagno

Garibaldi fu ospite a Maiatico dal 27 al 29 aprile 1861, nella villa della marchesa Teresa Araldi-Trecchi, sorella di Gaspare Trecchi (1813-1882), direttore delle caccie reali e già suo aiutante di campo. Fu il fattore Carli a spiegargli che la Malvasia di Candia era «antichissimo vitigno mediterraneo, coltivato da tempo immemorabile sui colli di Parma, in particolare a Maiatico in val Baganza e ad Arola in val Parma», a quota non oltre i 400 metri, e che da quelle uve — con l’aggiunta, se necessario, di una piccola percentuale di Moscato bianco — si ricavava un vino aromatico, secco o dolce, lievemente frizzantino, dal retrogusto amarognolo, «che accompagna bene i tortelli d’erbette e i salumi del territorio». Se ne fece regalare i vitigni e li trapiantò a Caprera: scrisse alla marchesa il 4 gennaio 1862 di stare piantando «le sue belle viti e i castagni», e il 29 maggio 1864 che le viti «avrebbero fatta molta uva perché esenti da qualunque malattia».9

Del soggiorno restano tracce concrete. La Villa Trecchi Araldi, oggi Mutti, è in via Maiatico 32; nella sua proprietà si conserva il castagno di Garibaldi, ai cui piedi il Generale «amava sorseggiare un bicchiere di Malvasia», e attorno ci sono i vigneti dove amava passeggiare. A Sala Baganza, all’angolo con la piazza, in via Garibaldi, una targa ricorda la visita, raccontata anche in una sezione del Museo del Vino.9

Il vigneto di Maria Luigia

Nel Parco dei Boschi di Carrega — riserva di caccia prima dei Sanvitale, poi dei Farnese e dei Borbone, infine dei Savoia — dove oggi sorge la Casa Rossa si trovava il vigneto della duchessa Maria Luigia d’Austria: «una sorta di giardino vigneto dove erano presenti tutte le varietà più in voga a quel tempo, tra cui la Malvasia». Fu Maria Luigia, nell’Ottocento, a dare al Bosco la sua impronta, facendovi costruire il casino di caccia con parco all’inglese.9

Adolfo Longhi e le medaglie del 1926

Sempre nei Boschi di Carrega, in località Conventino, insistono vigneti oggi della cantina Calzetti, raggiungibili solo a piedi. La Malvasia prodotta dal precedente proprietario, Adolfo Longhi, vinse medaglia d’oro e d’argento nel 1926 all’Esposizione Campionaria di Roma. Longhi «fu un punto di riferimento per i vignaioli dell’epoca».9

Don Ferruccio Botti, l’astemio che faceva Malvasia

Alla pieve di Talignano, costruita dai monaci Cistercensi nel XII secolo e dedicata a San Biagio, lungo la Via Francigena, si lega la figura di don Ferruccio Botti (1905-1983). Oltre a curarne i restauri fu un appassionato di enogastronomia locale, cui dedicò — con lo pseudonimo di «Mastro Prosciutto» — diversi libri oggi considerati pietre miliari. Pur essendo astemio, coltivava un piccolo vigneto presso la chiesa da cui ricavava una Malvasia che usava per la Messa, e che sottopose al giudizio dell’amico Luigi Veronelli: il quale ebbe modo di elogiare la Malvasia di Maiatico con diverse recensioni sulle testate per cui scriveva.9

I preti-enologi: Don Ghironi e il passito

Nella seconda metà dell’Ottocento don Pietro Ghironi (1815-1893), parroco a Sala Baganza, apparteneva alla schiera dei preti-enologi che hanno arricchito la storia del territorio. Curava personalmente la vinificazione delle uve del beneficio parrocchiale, e faceva un famoso Passito «che non aveva nulla da temere dai celebrati passiti piacentini»: l’uva, raccolta grappolo per grappolo e portata alla canonica in cesti da squadre di donne «per salvarla da urti e ammaccature», si lasciava appassire in grandi stanzoni per ricavarne nei mesi invernali il vino.10

La cantina modello di Enrico Fainardi

Enrico Fainardi (1832-1911), patriota garibaldino, nella sua tenuta di Gaiano — trenta ettari, ventidue a vigneto col sistema Guyot — ricavava vini pregiati, fra cui una Malvasia spumante da dessert, e vi impiantò anche una piccola industria di conserva di pomodoro. Il suo stabilimento, «l’unico nell’Emilia», aveva perfino un gasometro per spumanti sistema Carpené e un laboratorio enotecnico.10

L’Esposizione del 1870, nel dettaglio

All’Esposizione provinciale del 1870, organizzata da Carlo Rognoni nel giardino dell’ex monastero di San Paolo, su venticinque vignaioli sei presentarono Malvasia. La medaglia d’argento andò alla marchesa Teresa Araldi Trecchi di Maiatico — la stessa che aveva indotto Garibaldi a trapiantare la Malvasia a Caprera — «per l’ottima qualità di tutti i vini presentati e più specialmente del malvatico 1869». La medaglia di bronzo a Cesare Pazzoni di Traversetolo, e una menzione al «vino bianco Malvasia 1836» di Alessandro Passerai, invecchiato trentaquattro anni, verosimilmente passito.10

Veronelli e la Malvasia di Talignano

Il grande critico Luigi Veronelli (1926-2004) ebbe per questi colli, e per la Malvasia di Talignano di don Botti, «una decisa passione». La definì «un vero e proprio cru», e ne diede due ritratti memorabili.10

Giallo ambrato tipico, aroma dell’uva e sapore delicatamente dolce, franco e armonico.

L. Veronelli, L’aristocrazia dei vini, 1970

La Malvasia cresciuta all’ombra della chiesa romanica si fa superba per il colore giallo-oro reso più allegro dal vivido gioco bianco della spuma… nerbo viperino su cui è stesa una stoffa larga e polputa di irrepetibile contadinità.

L. Veronelli, «Panorama», 6 aprile 1972

La Cosèta d’Or

Ogni anno il Comune di Sala Baganza indice presso la Rocca Sanvitale il concorso per la migliore Malvasia frizzante. Il vincitore è insignito del premio «Cosèta d’Or»: la cosèta è il nome dialettale della piccola ciotola intagliata nel legno con cui un tempo si serviva il vino nelle osterie. Nelle cantine e nella storica ghiacciaia della Rocca — edificata nel Quattrocento dai Sanvitale, residenza di caccia dei Farnese, poi dei Borbone, e residenza estiva di Maria Luigia — ha sede il Museo del Vino dei Musei del Cibo di Parma.9

Chi la coltiva oggi in Val Baganza

  • Azienda Agricola Salati Egidio — Maiatico.
  • Azienda Agricola Palazzo — Castellaro, vigneti dentro i calanchi; produce fra le altre una Malvasia passita più volte premiata.
  • Vigneti Calzetti — Talignano, dentro il Parco dei Boschi di Carrega (località Conventino, i vigneti di Adolfo Longhi).
  • Azienda Agricola Vitivinicola Amadei — Barbiano, vigneti notevoli per la pendenza.
  • Azienda Agricola Donati Camillo — San Michele Tiorre, vini naturali e biologici.
  • Podere Pradarolo — Varano de’ Melegari, Malvasia con lunghe macerazioni sulle bucce (orange wine).
  • Monte delle Vigne — Ozzano Taro, in una località «famosa fin dal Duecento per i vini che da qui provenivano»; sulle stesse colline la famiglia Basetti produceva nell’Ottocento vini rinomati, di cui restano bottiglie originali del XIX secolo al Museo del Vino.
  • Ariola Vini e Vigne; Fratelli Scartazza; La Caslen’na; Tenute Venturini Foschi.

Chi la coltiva in Val d’Enza e nel Reggiano

La Malvasia Casalini/Odorosissima è coltivata anche sul versante reggiano. Il Parco Rurale della Biodiversità agricola di Rivalta ne conserva un esemplare in un vigneto di antichi vitigni autoctoni. Fra le aziende: La Madonnina (Malvasia IGT da Odorosissima), Crocizia (biologico, vigneti a 450 m), Cà Nova di Vetto — cantina biologica su terreni calanchivi che «coltiva l’antica varietà di Malvasia di Parma, la Malvasia Casalini, conosciuta perlopiù come Malvasia Odorosissima» — e Antonio Aldini.

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», 2022. ↩︎
  2. Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna, scheda RER V 047 (Malvasia Casalini). Zona tipica di produzione: Parmense. ↩︎
  3. G. Vasile Simone, G. Montevecchi, F. Masino, S.A. Imazio, C. Bignami, A. Antonelli, Aromatic Characterisation of Malvasia Odorosissima Grapevines and Comparison with Malvasia di Candia Aromatica, in «South African Journal of Enology and Viticulture», 39(1), 2018 (doi: 10.21548/39-1-2458). Progetto AGER 2010-2014; campioni forniti dal prof. Alberto Tagliavini, I.T.A. «A. Zanelli» di Reggio Emilia. ↩︎
  4. A. Scienza, S. Imazio, La stirpe del vino, Sperling & Kupfer, 2018. ↩︎
  5. F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867, scheda 18. ↩︎
  6. La storia della Malvasia nel Mediterraneo, cap. 1 (autore e anno del volume da precisare). Vedi l’approfondimento in preparazione «La Malvasia non è un vitigno: storia di un nome che viene da un porto». ↩︎
  7. La storia della Malvasia nei territori di Parma, §2.07-2.19 (autore e anno del volume da precisare). Fonti citate nel testo: F.M. Grapaldo, De partibus aedium, 1516; C. Stefano, Vineto, 1545; G. Calestani, Osservationi, 1564; Catasto Farnesiano (ASPr); inchiesta Du Tillot, 1771 (ASPr); C. Bargelli, La Città dei Lumi, Parma, MUP, 2020. ↩︎
  8. La storia della Malvasia nei territori di Parma, §2.02 e §2.04 (autore e anno del volume da precisare). Il testo cita: A. Zanfi, Emilia and Romagna: lands of wine and diversity, Poggibonsi, Carlo Cambi, 2010, p. 9; A. Pizzi, R. Baruffini, La Malvasia di Parma. Passato, presente e futuro, Parma, Silva per AIS Parma, 2021. ↩︎
  9. Gli itinerari turistici della Malvasia tra Parma e Piacenza, §4.03 «Dalla Val Baganza al Taro: Malvasia, un passato glorioso» (autore e anno del volume da precisare). ↩︎
  10. La storia della Malvasia nei territori di Parma, §2.20-2.25 (autore e anno del volume da precisare). Fonti: F. Botti, Malvasia, Lambrusco e compagnia, Parma, 1974; L. Veronelli, L’aristocrazia dei vini (suppl. «Epoca», 1970) e «Panorama», 1972; U. Delsante, Sala Baganza ieri e oggi, 1958. ↩︎
  11. La storia della Malvasia nei territori di Parma, §2.20-2.25 (autore e anno del volume da precisare). Fonti: F. Botti, Malvasia, Lambrusco e compagnia, Parma, 1974; L. Veronelli, L’aristocrazia dei vini (suppl. «Epoca», 1970) e «Panorama», 1972; U. Delsante, Sala Baganza ieri e oggi, 1958. ↩︎

Bibliografia di riferimento

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