Uva Verdea

Vitigno · Emilia-Romagna

Si tratta probabilmente di un’uva molto antica, che a seconda delle località ha assunto denominazioni diverse. Verifche ampelografche e/o genetiche (tabella profli genetici) hanno permesso di ricondurre a Verdea le accessioni denominate Paradisa (reperita a Castel San Pietro Terme, BO) e Angela romagnola (reperita a Castel Raniero di Faenza, RA), presenti nella Collezione del 1972 di Tebano di Faenza; l’accessione Cellino (rilevata in località Predappio alta, FC) e alcune accessioni denominate Uva della Madonna presenti in Romagna. Bisogna quindi fare attenzione a generalizzare di fronte a queste sinonimie, che non sempre possono essere considerate attendibili. Sinonimi accertati: Cellino (Predappio), Angela romagnola (raro), Paradisa (talora), Colombana bianca, Colombana di Peccioli o San Colombana, Bergo, Dorée d’Italie Sinonimie errate: Verdeca B. Denominazioni dialettali locali: Rischio di erosione: molto elevato

Con il nome di Verdea era difusa nel Piacentino, dove costituì uno dei pilastri della viticoltura da mensa del territorio, ma biotipi di questa varietà sono presenti anche in diverse altre zone dell’Emilia-Romagna con denominazioni diferenti. Fregoni et al. (2002) riportano che Verdea era molto difusa nel Piacentino in epoca pre-fllosserica, ma nel 1970 si era già ridotta a 251 ettari. Negli anni successivi questa contrazione non è cessata, tanto che, secondo i dati del V Censimento dell’agricoltura (Istat, 2000), Verdea era presente in Emilia-Romagna su 29 ettari, scesi poi a 19 circa nel 2010 e a poco più di 11 ettari nel 2021 (dati RER).
L’antichità del vitigno, col nome di San Colombana, è documentata dalla novella CLXXII di Franco Sacchetti (1390): il piovano dell’Antella di Firenze sente che messer Vieri de’ Bardi fa venire magliuoli di Vernaccia da Corniglia (uva di gran pregio) e trova il modo di sostituire, nottetempo, queste talee con materiali prelevati in “certe sue pergole d’uve angiole e verdoline e sancolombane e altri vitigni”. Questo testimonia che nel trecento le pergole di uve sancolombane erano già in uso. Interessante la lezione seicentesca del Soderini (1806) che delinea la duplice attitudine delle San Colombane, l’attitudine all’appassimento e attesta la presenza anche in Emilia-Romagna di uve molto simili a queste, dette “d’oro”: nel Bolognese si trovano piuttosto di frequente “le uve, che chiaman d’oro”, e che “somigliano nell’ingiallare le san colombane mature smaccate, son buone in cibo e fanno gustevole vino”. Nel 1685 Francesco Redi, invece, cita la “Verdea soavissima di Arcetri”, nel suo “Bacco in Toscana”, e successivamente il Trinci (1738) defnisce la sinonimmia tra Verdea e Bergo: “L’uva verdea bianca, o come altri dicono bergo, è di qualità bellissima, … e giunta alla sua dovuta maturità diventa di un colore molto bello, lucido, chiaro e trasparente”. E la sinonimia tra Bergo e Verdea viene successivamente confermata nel Vocabolario degli accademici della Crusca (ed. 1866). Alla fne del XVIII secolo (1797), per mano dell’abate Francesco d’Alberti di Villanova, si desume che esisteva anche una colombana nera. L’ottocentesco dizionario geografco del Repetti (1833) riferisce che nel territorio di Barberino, “nelle colline, nelle piagge e lungo le frane dei torrenti che scendono a libeccio nell’Elsa, (quasi tutte formate di mattajone)…., vi abbonisce pure la vite, che in cotesto terreno cresce rigogliosa e produce la dolce verdea”. Ma doveva essere coltivata anche oltre Appennino visto che nel Vocabolario parmigiano-italiano del Malaspina (1859), si trova la voce Uva San Colombàn, tradotto come “Uva colombana”. Finalmente si arriva ad una prima descrizione della Verdea bianca (altrimenti Bergo bianco), presente in Toscana, con Acerbi (1999). Il conte di Rovasenda (1877) cita una Colombana bianca e una nera difuse a Voghera, la Colombana del Peccioli osservata presso il cavalier Lawley a Poggio Secco di Firenze, e ritiene che i termini Colombana o Colombane indichino uve diverse dalle San Colombano. Alla voce “Verdea”, invece, cerca di sintetizzare le diverse sinonimie individuate da autori precedenti: tipicamente la Verdea è il vitigno di Arcetri, sinonimo di Bergo bianco, mentre secondo Origene Cinelli “Verdea Toscana” sarebbe sinonimo di Vernaccia a Sinalunga; inoltre potrebbe essere identica alla Verdise bianca di Treviso (Album ampelografco fotografco delle uve della provincia di Treviso) e al Verdiso bianco (dott. Carpenè). Alla voce “Verdea bianca” indica un vitigno presente a Voghera e in Piemonte, afermando poi che la Verdea di Alessandria non gli sembra identica a quella Toscana. Con Verdea o Verdeca indica anche un vitigno pugliese. La Commissione ampelografca della provincia di Forlì riscontra che l’Uva della Madonna presente a Forlì e Cesena è “identica all’omonima di Ancona e all’uva Santa Maria di Macerata, e di molto somiglia all’uva che nomasi San Colombano in Toscana” (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1879). Poi a inizio Novecento, fnalmente, il prof. Zago (1900) pubblica la prima descrizione dettagliata della Verdea, che indica come un’ottima uva da tavola, anche se in aree diverse dal Piacentino era usata come uva per vini da pasto, spumanti e anche passiti. Comunque tra tutte queste citazioni traspare una certa confusione tra le varie sinonimie e Molon (1906), nella sua “Ampelografa”, cerca di mettere un po’ di chiarezza: egli aferma che senza dubbio il Tamaro ha commesso un errore considerando la Verdea del Piacentino uguale al Verdiccio delle Marche e al Verdiso del Trevigiano. Inoltre dice di tenere ben distinta l’uva del Leccese detta Verdea o Verdeca da quella del Piacentino e di denominarla più propriamente Verdeca. In quanto all’identità tra la Verdea del Piacentino e la Paradisa del Bolognese, sostenuta da Pirovano e Zago, invece, Molon ha dei dubbi. L’Autore, poi, scrive che la Verdea del Piacentino era molto esportata e conosciuta all’estero come Dorée d’Italie. Il Marzotto (1925) pone Verdea come sinonimo di Verdicchio giallo, ma conclude con la necessità di approfondire questa identità. Toni (1927), infne, pone l’accento sulla coltivazione delle uve da mensa nel Piacentino a inizio del ‘900, tra cui Verdea era la più rinomata e la più coltivata.

Caratteristiche del vitigno
Foglia. Generalmente di medie dimensioni, cuneiforme, con 7 o anche più lobi e nervature pigmentate fino alla prima e, talora, anche fino alla seconda biforcazione. Seno peziolare a pa-rentesi graffa, aperto, ma talora anche chiuso. Seni laterali superiori mediamente profondi, con lobi leggermente sovrapposti. Pagina superiore mediamente poco bollosa, talora coi margini che tendono a ripiegarsi verso il basso. Pagina inferiore con peli coricati tra le nervature con densità tendenzialmente medio bassa e peli eretti sulle nervature piuttosto fitti. Denti a margini convessi o rettilinei, talora anche qualche dente concavo-convesso. Grappolo. Conico, molto racemolato (5-6 ali), tendenzialmente spargolo, con acini ellissoidali medi o più che medi, con buccia mediamente pruinosa, di colore verde-giallo, dorata al sole e piuttosto consistente. Caratteri agronomici ed enologici. Vitigno di buona vigoria e produzione. Preferisce la potatura lunga, ma non troppo ricca, poiché ne va della qualità dell’uva. Le fasi fenologiche si manifestano in epoca media, per completarsi in epoca me-dio-tardiva (fine settembre-inizio ottobre). Risente della siccità, mentre la sensibilità a peronospora e oidio è nella media; tollera abbastanza bene la botrite. Si può considerare una varietà a duplice attitudine. In passato era molto impiegata come uva da mensa e da serbo, ma entrava anche in uvaggi come uva da vino. Ideale per l’appassimento.

Il nome «paradîsa» ricorre anche nel dialetto reggiano, ma riferito a un’uva a bacca nera («Paradisa rossa», Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915): è quindi una varietà distinta e omonima (la «Paradisa nera»), da non confondere con la Verdea, che è bianca.

Identità genetica (2020)

L’analisi genetica (Pastore e altri, 2020) mostra che l’accessione bolognese raccolta come «Paradisa» corrisponde alla Verdea B.: nome locale, per quell’esemplare, di una varietà nota.

«Paradisa» resta però un nome locale non univoco: altrove designa varietà distinte — nel Reggiano, ad esempio, una «paradîsa» a bacca nera (C. Casali, 1915), diversa dalla Verdea, che è bianca. L’identità con la Verdea è quindi accertata per la specifica accessione bolognese analizzata (Pastore et al., 2020), non per il nome in sé.

Fonte: C. Pastore e altri, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna», American Journal of Enology and Viticulture, 2020.

Attestazione nel Ditirambo del Pegolotti (1811)

La Verdea è nominata per nome nel Ditirambo di Alessandro Pegolotti (1811), fra i vini cari agli Arcadi: «Indi cioncano sempre Verdea».

A. Pegolotti, Ditirambo [in lode del vino], 1811 (fra gli Arcadi).

  • F. Carega, 1879