I frutti di Plinio: il ciliegio di Lucullo e il catalogo dei pomi
Il quindicesimo libro della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (77 d.C.) è dedicato agli alberi da frutto: è il più ricco catalogo antico delle varietà coltivate in Italia — mele, pere, fichi, olivi — e il racconto, ormai celebre, di come il ciliegio arrivò da noi.
Il ciliegio, bottino di guerra
Plinio fissa una data: prima della vittoria di Lucio Licinio Lucullo su Mitridate, nel 74 a.C., in Italia non c’erano ciliegi. Fu Lucullo a portarli per primo dal Ponto — dalla città di Cerasus (l’odierna Giresun, in Turchia), da cui il nome cerasus, «ciliegio». In centovent’anni, dice Plinio, il ciliegio aveva già attraversato il mare fino in Britannia.
Cerasi ante victoriam Mithridaticam L. Luculli non fuere in Italia, ad urbis annum DCLXXX. is primum vexit e Ponto… — Prima della vittoria di Lucullo su Mitridate, fino all’anno 680 di Roma, in Italia non c’erano ciliegi: fu lui a portarli per primo dal Ponto.
E ne elenca le varietà: le Aproniane, le più rosse; le Lutaziane, le più nere; le Ceciliane, perfettamente tonde; le Giuniane, di sapore delicato ma da mangiare «sotto l’albero», tanto sono fragili. E una durona screziata di nero, rosso e verde che i Campani chiamavano «ciliegia pliniana».
Plinio, Naturalis Historia, XV, 30. È il capostipite documentario del ciliegio in Italia — materia della futura pagina-storia del ciliegio.
Mele e pere
Il catalogo delle mele è lungo: la Appia (nata innestando il cotogno su un melo Scaudiano, «profumo di cotogna, colore vermiglio»), la Scantiana, la Quiriniana, la Sceptiana, la Petisia, e le cotogne. Fra le pere: la Crustumia — «la più buona» —, la Falerna (da sidro, dal succo «lattiginoso»), la Siria, e poi Decimiana, Dolabelliana, Aniciana, Tiberiana, Amerina, Signina (la «libraria», grossa una libbra) e molte altre.
Plinio, Naturalis Historia, XV, 14-16.
Fichi e olivi
Fra i fichi: l’Africano, l’Ercolano, il Calcidico, il Rodio, il Tiburtino — e la caprificazione, il trucco dei fichi selvatici e dei moscerini per far maturare quelli coltivati. Fra gli olivi, Plinio nomina la Liciniana (celeberrima), la Salentina, le orchites, le posiae, la Sergiana: sono le stesse varietà che due secoli prima elencava Catone — segno di quanto fossero radicate.
Plinio, Naturalis Historia, XV, 3-4 (olivo) e 18-21 (fichi).
Nota di metodo
Come per le uve (vedi Le uve dell’antica Roma), questi nomi sono denominazioni antiche, non sempre riconducibili a cultivar odierne. Ma la coincidenza fra le liste di Catone e di Plinio, a due secoli di distanza, dice che l’Italia aveva già, in età romana, un patrimonio frutticolo vasto e con nomi propri.
Fonte: Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro XV (77 d.C.); testo dall’edizione critica (LacusCurtius/Perseus/Loeb). La traduzione italiana cinquecentesca di Lodovico Domenichi è in libreria ma con OCR non affidabile. Approfondimento nato dallo spoglio di Plinio per Cornucopia.
