L’orto di Vincenzo Tanara: erbe, zucche e zafferano
Il Libro IV dell’Economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara (1644) è «L’Horto»: l’orto delle erbe e degli ortaggi.1 Come per il frutteto, Tanara descrive le specie — non le varietà — intrecciando la cucina, la medicina dei semplici e l’erudizione classica.
Le erbe
L’orto è anche il regno delle erbe aromatiche e medicinali. Il timo, «che rima con Bologna» in un verso scherzoso, è l’erba delle api — «Dumque Timo pascuntur apes», cita Tanara da Virgilio — e insieme rimedio per la quartana e il «mal caduco». Le erbe da condimento e da medicina attraversano tutto il libro.
Le zucche
La zucca (Cucurbita) è «uno de’ maggiori utili» dell’orto, per le molte vivande e la lunga conservazione. Tanara descrive le zucche bianche lunghe — «dette Cucuzze a Roma» — coltivate da seme genovese, che si friggono in olio, si empiono di ripieni, si cuociono in minestra, o si seccano «venir toste come sassi» per serbarle; le più grosse fanno da recipiente per l’aceto, le rotonde da farina, le piccole da fiaschi da vino e da lumi per gli ortolani.
Lo zafferano: il vero e il bastardo
«Con due sorti di Zaffarano in fine abbellirai il tuo Horto». Il vero zafferano è il Crocus: dai bulbi (le «cipollette») nasce d’autunno il fiore coi quattro o cinque fili rossi, che si raccolgono, si seccano all’ombra e si serbano in una scatola «per dar colore, gusto e allegrezza a qual si voglia vivanda» — «cena coronata est plenior ista Croco». Ha inoltre molte virtù mediche: «conforta lo stomaco, allegra il cuore, provoca l’orina e facilita il parto», e «basta pigliarne due dramme».
Il zafferano bastardo, o matto è invece un’altra pianta: il Cartamo2, che si fa da seme, serve a governare i pappagalli «avidissimi» del suo seme, e dà la confezione detta «Diacartamo»; si vende in piazza per zafferano, ma non lo è. La distinzione fra Crocus e Cartamo è una delle più utili dell’orto storico.
La medicina dell’orto
Per le virtù delle erbe Tanara rimanda «all’ultimo libro» e all’autorità di Bartolomeo Ambrosini, medico eccellentissimo e, dopo Camillo Baldi, custode dell’insigne Museo di Ulisse Aldrovandi a Bologna: segno di quanto l’orto del cittadino in villa fosse anche un fatto di scienza cittadina.
