Il frutteto di Pietro de’ Crescenzi: il Libro V (1304)
Il Libro V del Trattato di Pietro de’ Crescenzi (1304) è il libro degli alberi da frutto.1 A differenza delle uve del Libro IV, qui de’ Crescenzi non nomina varietà: dei meli, dei peri, dei fichi dice che «le diversità sono infinite» e diverse in ogni città, e lascia che sia l’esperienza, contrada per contrada, a riconoscere le migliori. Descrive dunque le specie, l’innesto e gli usi — un ritratto del frutteto medievale.
Nota di metodo: poiché non compaiono nomi di varietà, questo libro alimenta la storia dei frutti (note nei frontespizi) e questo approfondimento, non nuove schede di varietà — che restano per le uve del Libro IV.
L’innesto
Il cuore tecnico del libro è l’innesto, con cui una specie si «alleva» su un’altra. Del melo scrive:
Il melo si può innestare in sé medesimo, e nel pero, e nel prugnolo, e nel pruno, e nel sorbo, e nel cotogno, e nel pesco, e nel platano, e nel pioppo, e nel salcio, del mese di Febbraio, e di Marzo, e per lo Solstizio cinquanta giorni, come Cato dice.
I frutti senza nome
Melo, pero e fico sono descritti per tipi — colore, sapore, stagione, serbevolezza — ma senza nomi. Del melo:
Certi sono di color rosso, e certi di color giallo, e certi di color verde: e certi son dolci, e certi acetosi, e certi afri… Onde le spezie de’ meli son molte, delle quali potrà l’huomo per esperienza conoscere il vantaggio in ciascuna contrada.
Del pero, ancora più netto:
Il Pero è arbore manifesto, e le sue diversitadi sono infinite, e in ciascuna Città sono diverse le pere l’una dall’altra… certe allora colte, e serbate, durano, e si maturano solamente nella State seguente, come sono le pere ruggini.
E del fico: «le sue diversitadi sono infinite, e imperò ciascheduno elegga quella generazion di fichi, la quale… meglio alligna». Le uniche indicazioni sono di tipo, non di nome: le pere «ruggini» serbevoli, i fichi precoci «che producono i fichi prima che le foglie».
L’olio d’oliva
Il capitolo dell’ulivo diventa un piccolo trattato sull’olio. Le olive si colgono acerbe per il «primo olio», poi nere per l’olio migliore; si ammucchiano a maturare, si macinano su «aspra e dura pietra», e — regola d’oro, da Catone — l’olio si separa dalla morchia il più presto possibile:
L’olio si dee partir dalla morchia, quanto più tosto si puote, imperocché l’olio, quanto più starà nella morchia, tanto sarà piggiore. E l’uliva si dee purgar dalle foglie, e da ogni altra immondizia, innanzi che se ne faccia olio.
Nulla si butta: la morchia (la feccia dell’olio) concima i campi in piccola quantità, protegge le vesti dalle tignuole, difende le radici degli alberi — con le auctoritates di Varrone e Catone.
Gli usi e le virtù
De’ Crescenzi non separa il frutto dalla medicina e dalla cucina. La castagna è quasi un cereale — «più nutritiva di tutti i granelli, in tanto che è prossimana a’ granelli del pane», dice citando Galeno — e con lo zucchero diventa cibo buono. Il cotogno dà due frutti, le «pere cotogne» e le «mele cotogne», che cotte addolciscono e legano la sapa (il mosto cotto). Ogni frutto porta con sé una qualità («caldo», «freddo», «stitico») secondo la medicina dei gradi di Avicenna e Galeno.
Le fonti
Come nel resto del trattato, de’ Crescenzi intreccia gli agronomi e i naturalisti antichi — Catone, Varrone, Palladio, Plinio, Aristotele — con la pratica del suo tempo.
Approfondimento in espansione: letti: melo, pero, fico, corniolo, ulivo (olio), castagno, cotogno. Da leggere: mandorlo, nocciolo, ciliegio, cedro, melograno, gelso, albicocco, nespolo, noce, susino, pesco, sorbo, giuggiolo e gli alberi selvatici (cc. 203-285).
- Pietro de’ Crescenzi, Trattato dell’agricoltura (volgarizzamento del Liber ruralium commodorum, libro V), edizione fiorentina di Cosimo Giunti, 1605, cc. 203-285. ↩︎
