L’agricoltura padana conobbe sotto Roma un periodo fiorente: lo testimoniano Virgilio (mantovano), Cicerone, Plinio — che aveva tenute sul lago di Como —, Marziale, Columella e Varrone. La centuriazione dei campi assegnati ai centurioni delle campagne di conquista è ancora leggibile nella pianura lombarda.
Da Plinio ai Longobardi
La frutticoltura crebbe in varietà: se al tempo di Catone (160 a.C.) si puntava alla quantità, ai tempi di Plinio si contavano già una quarantina di pere, venticinque mele, ventisei fichi, dodici susini, otto ciliegie; l’albicocca era una novità, pagata a numero. Poi la decadenza corse con quella dell’Impero: un editto di Diocleziano vietò di piantar viti per non ridurre il grano, e Teodosio arrivò a stabilire la pena capitale per chi tagliava le viti pur di non pagare i tributi. Le invasioni fecero il resto; i Longobardi (568-774) lasciarono al territorio il suo nome.
La ripresa medievale
Solo dopo il Mille, con i Comuni, l’agricoltura risorge. Attorno al 1305 Pietro de’ Crescenzi — contemporaneo di Dante e Marco Polo — scrive il Liber Ruralium Commodorum. Vecchi impianti frutticoli punteggiano ancora la Valcamonica.
- Colore non documentatoMelone Moscatello [melone dei Gonzaga]
Legenda — [quadre] = sinonimi; eventuali (tonde) interne = autore e anno della prima attestazione del sinonimo
Fonte: Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, vol. I (coord. C. Fideghelli), CREA, 2016, capitolo Lombardia (T. Eccher).
