La frutticoltura storica dell’Emilia-Romagna ha due anime: le varietà contadine della piantata e delle corti rurali — mele, pere e ciliegie documentate nei mercati e nella trattatistica fin dall’età moderna — e la grande stagione novecentesca della frutticoltura specializzata romagnola, che da Massa Lombarda e dal Ravennate fece della regione uno dei principali distretti frutticoli d’Europa. Molte varietà di quel doppio patrimonio sono oggi fuori dalla coltivazione commerciale e sopravvivono in collezioni, conservatori e vecchi alberi isolati.
Le basi sono antiche. Il pesco, simbolo quasi obbligato della frutticoltura romagnola moderna, arrivò nel Mediterraneo in età greco-romana passando per la Persia, pur essendo di origine cinese. Peri, meli, susini, ciliegi e peschi entrano nel lessico agronomico e alimentare in epoca romana e medievale, ma in Emilia-Romagna assumono un tratto specifico: la diffusione in un territorio molto coltivato, dove la vicinanza delle città e l’abbondanza d’acqua favoriscono presto le specie arboree. Non comprensori omogenei, ma elementi strutturali di una policoltura complessa.
Fra età moderna e Ottocento il sapere frutticolo si organizza. Filippo Re, a Bologna, fu figura chiave della nuova agronomia.1 Con l’Ottocento avanzano la pomologia e la descrizione sistematica delle cultivar: molte schede regionali di varietà locali rinviano a mostre, congressi e indagini pomologiche fra Otto e Novecento, dagli Atti del III Congresso nazionale di frutticoltura di Ferrara (1949) alle indagini di Breviglieri e Solaroli.2
La grande rottura, però, è novecentesca: la frutticoltura specializzata sostituisce quasi ovunque la conduzione consociata tradizionale. Il Ferrarese diventa lo spazio della pericoltura specializzata — oggi leggibile nell’IGP Pera dell’Emilia-Romagna con Abate Fetel, Conference, Decana del Comizio, Kaiser e William; la Romagna costruisce l’identità di pesco, nettarina, albicocco e ciliegio; fra Modenese e Bolognese si consolidano aree cerasicole e pedecollinari; l’Appennino conserva più a lungo il frutteto sparso e il frutto «da famiglia».
Qui si apre il capitolo della perdita di biodiversità. La specializzazione ha causato una contrazione significativa di molte varietà, sopravvissute là dove è rimasta debole — orti, giardini, aziende collinari: la Pera Angelica, la Cocomerina precoce dell’Alta Valle del Savio, la Bella di Cesena e diverse pere antiche resistono soprattutto grazie a custodi, parchi e collezioni. La modernizzazione non ha eliminato la frutticoltura: l’ha resa efficiente, ma ha ridotto in modo drastico l’ampiezza del paniere varietale.
L’altra faccia del Novecento è quella delle istituzioni tecniche: dal Centro Incremento Frutticoltura Ferrarese (CIFF) all’Università di Bologna, con figure come Silviero Sansavini, la frutticoltura regionale diventa universitaria, sperimentale e varietale, organizzata in centri di miglioramento e trasferimento tecnico.3
Approfondimento: Frutticoltura storica dell’Emilia-Romagna — cronologia, aree interne e fonti.
- Filippo Re, segretario della Società agraria di Bologna e titolare della cattedra di agricoltura, tra i protagonisti della nuova agronomia italiana fra Sette e Ottocento. ↩
- Atti del III Congresso nazionale di frutticoltura, Ferrara 1949; indagini pomologiche di Breviglieri e Solaroli; opuscolo di Dotti sul pesco industriale ravennate (1933). Schede del Repertorio regionale (RER) per pero, pesco, melo e cultivar locali. ↩
- Silviero Sansavini, dal 1959 al Centro Incremento Frutticoltura Ferrarese (CIFF) e poi professore di Frutticoltura all’Università di Bologna; pubblicazione regionale sulla cooperazione agroalimentare e la frutticoltura specializzata. ↩
La frutta di Mutina, in età romana
Nella Modena romana la varietà della frutta è il segnale più chiaro di un benessere diffuso, perché la frutta è voluttuaria: non è essenziale come il pane. Varrone paragonava l’Italia intera a un frutteto — «arboribus consita Italia, ut tota pomarium uidetur».
Fra la frutta coltivata o coltivabile i siti di Mutina restituiscono uva, fichi, noci, mele, pere, more di gelso, pinoli di pino domestico, ciliegie, prugne, pesche, mirabolani e melagrane. Fra i frutti eduli da raccolta sullo spontaneo: corniole (Cornus mas, C. sanguinea), nocciole, fragole (Fragaria vesca, F. viridis), alchechengi (Physalis alkekengi), prugnole, more di rovo, bacche di sambuco e sorbe selvatiche (Sorbus sp.pl.). Il bosco e il frutteto stavano sulla stessa tavola.
Due casi meritano una nota. Le mandorle, rarissime nei siti romani del Nord Italia, verosimilmente arrivavano da fuori come frutta secca: la pianura padana, con inverni umidi e nebbiosi ed estati afose, è fra i posti peggiori per impiantare il mandorlo. E i frutti di loto (Diospyros lotus): due calici trovati all’ex Cassa di Risparmio, che a oggi non hanno confronti in nessun altro scavo europeo di periodo classico.
G. Bosi, R. Rinaldi, M. Bandini Mazzanti, L’alimentazione vegetale: reperti archeobotanici, sezione VIII «Sulla tavola dei Mutinenses», pp. 329-331 (titolo e anno del volume da precisare). Analisi carpologiche su 7 siti di Mutina, II sec. a.C. – VI sec. d.C. Vedi l’approfondimento La tavola dei Mutinenses (in preparazione).





