
Loto
Frutto · Emilia-Romagna
Due calici all’ex Cassa di Risparmio: l’unico reperto di loto in tutta l’Europa di età classica. Frutta di lusso, importata già essiccata.

Il loto (Diospyros lotus L., Ebenaceae) è, in questa enciclopedia, il caso più singolare della Modena romana: due calici di frutto ritrovati nello scavo dell’ex Cassa di Risparmio che non hanno confronti in nessun altro scavo europeo di periodo classico.
Un nome che confonde
Va detto subito, perché l’equivoco è quasi inevitabile. In Italia oggi «loto» indica comunemente il kaki, che però è Diospyros kaki: specie diversa. Questo è Diospyros lotus, che in italiano si chiama albero di Sant’Andrea, legno santo, loto falso, guaiaco falso o loto minore. I due sono parenti — e non è un rapporto astratto: proprio per la sua maggiore resistenza al freddo, il D. lotus è oggi in Italia soprattutto il portainnesto del kaki. Nulla a che vedere, invece, col loto dei lotofagi né col fiore di loto: sono altre piante ancora.
Il nome italiano viene da una leggenda: Sant’Andrea, fratello di Pietro, sarebbe stato martirizzato in Grecia su una croce a forma di X costruita con il legno di questo albero — da cui anche «legno santo».
Il frutto
Bacche sferiche di 2 centimetri circa, grandi come ciliegie, di colore blu scuro a maturità. Il sapore è ricco, ma apprezzabile solo a maturazione completa: per l’alta concentrazione di tannini nella polpa il frutto è talmente astringente da non poter essere consumato appena colto. Va essiccato — ed è qui il punto — perché una volta secco assomiglia ai datteri nell’aspetto e nel gusto. Ancora oggi si vende quasi sempre essiccato; in inglese la pianta si chiama infatti date-plum, dattero-prugna.
La pianta
Pianta legnosa considerata autoctona nei Balcani e nel Caucaso, con un areale che si estende fino alla Cina e al Giappone; Iran e Uzbekistan sono ritenuti il centro d’origine della specie. Oggi è ampiamente distribuita e naturalizzata nel Bacino del Mediterraneo, dove è considerata una pianta invasiva emergente; in Italia è presente come ornamentale, talvolta rinselvatichita. Oltre che per il frutto ha valore economico per il legno, come portainnesto, per scopi officinali e come ornamentale.
A Mutina: due calici e nient’altro in Europa
Nel sito dell’ex Cassa di Risparmio sono stati ritrovati due calici di frutti di loto, di 18,0 mm.{1} Il dato che li rende eccezionali è negativo: non risulta finora alcuna testimonianza carpologica di loto da altri scavi in Europa. Esistono soltanto pochi manufatti lignei attribuiti al genere Diospyros — nel castrum romano di Vindonissa in Svizzera e nell’insediamento di Brigantium in Austria — e nessuno di essi è assegnabile con sicurezza a D. lotus, che però in periodo classico resta fra i candidati più probabili: il suo legno è noto come materiale per manufatti preziosi.
Perché è cibo di lusso
La deduzione degli archeobotanici è stringente. La pianta, come tale, sembra appurato che sia arrivata in Italia solo a metà del XVI secolo — le fonti la danno importata in Europa nel 1596-1597. Se ne discende che i calici trovati a Mutina rappresentano frutti importati già essiccati, e non il residuo di un albero che cresceva lì. L’unicità assoluta del reperto nel panorama europeo e il suo carattere di «frutta importata» lo pongono a buon diritto fra i cibi di lusso.{2}
Nella tavola degli archeobotanici il loto è uno dei tre «frutti» indici di un benessere diffuso nella colonia, accanto al pesco e ai pinoli di cirmolo. La ricchezza di Mutina, decantata dalle poche fonti disponibili, poteva permettersi beni importati da aree limitrofe — il cirmolo veniva dalle Alpi — o da paesi lontani, come gli esotici datteri e gli ancora più esclusivi frutti del loto.
G. Bosi, C. Corti, A. Pederzoli, Circuiti commerciali e consumo alimentare a Mutina — sezione «La ricca tavola di Mutina: segnali di lusso dalla frutta», di G. Bosi — e G. Bosi, R. Rinaldi, M. Bandini Mazzanti, L’alimentazione vegetale: reperti archeobotanici, sezione VIII «Sulla tavola dei Mutinenses», pp. 319-320 e 329-331 (titolo e anno del volume da precisare). Studio dedicato: G. Bosi, M. Bandini Mazzanti, F. Buldrini, R. Rinaldi, On the trail of date-plum (Diospyros lotus L.) in Italy and its first archaeobotanical evidence, in «Economic Botany», 2017, doi:10.1007/s12231-017-9377-z. Per i nomi italiani e il rapporto col kaki: Acta Plantarum; Flora d’Italia di S. Pignatti.
Immagine in evidenza: Foto: Zeynel Cebeci, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
- G. Bosi et al., «On the trail of date-plum (Diospyros lotus L.) in Italy and its first archaeobotanical evidence», Economic Botany, 2017
- archeobotanica di Mutina

