Alchechengi
Frutto · Emilia-Romagna
Il frutto nella lanterna arancione: raccolto spontaneo già nella Modena romana, e diuretico da Dioscoride in poi.

L’alchechengi (Physalis alkekengi L., Solanaceae) è la pianta del «palloncino»: il calice, dopo la fioritura, si gonfia in una lanterna di un arancio acceso e racchiude la bacca. Il nome viene dall’arabo al-kākanj, ed è uno dei pochi nomi di pianta che la nostra lingua ha preso di peso dalla medicina araba senza tradurlo.
Il frutto
Dentro la lanterna sta una bacca sferica, rosso-arancio, di circa un centimetro e mezzo, acidula e profumata, ricca di vitamina C, acido citrico e tannini. È edule solo a piena maturazione: il resto della pianta e il frutto acerbo, da buona Solanacea, contengono alcaloidi e non vanno mangiati.
A Mutina
L’alchechengi è documentato nella Modena romana. Le analisi carpologiche sui sette siti di Mutina (II secolo a.C. – VI secolo d.C.) lo collocano fra i frutti eduli provenienti da raccolta sullo spontaneo, insieme a corniole, nocciole, fragole, prugnole, more di rovo, bacche di sambuco e sorbe selvatiche.{1} Non era coltivato: si andava a prenderlo.
Storia

Dioscoride, nel I secolo, descrive nel De materia medica l’halikakabos, che gli studiosi riconducono all’alchechengi. Il nome latino che ne deriva, halicacabum, accompagna la pianta per tutto il Medioevo. La Wiener Dioskurides, il celebre codice del VI secolo, ne conserva una delle prime raffigurazioni.
Intorno al 1300 Arnaldo da Villanova raccomanda i frutti contro la ritenzione urinaria. Nel 1523 Matteo Silvatico, nell’Opus Pandectarum Medicinae stampato a Venezia, riporta la classificazione di Serapione: «ci sono quattro specie: una sola si mangia ed è un’erba non grande». Le altre tre erano dette sonnifera, maniale e furiale, dagli effetti che producevano — un modo antico e concreto di dire quello che oggi diciamo con la parola alcaloidi.
Pietro Andrea Mattioli mantiene la stessa struttura, distinguendo quattro solatri: solatro hortolano, halicacabo, solatro sonnifero e solatro furioso. Sarà Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708) a costruire il genere partendo dal nome arabo riportato proprio da Mattioli, e Linneo, nel 1753, a fissare il binomio definitivo.
Impiego
La farmacopea storica gli attribuisce proprietà diuretiche e depurative, e lo impiega contro la ritenzione urinaria, la gotta e i calcoli di acido urico: una linea che corre ininterrotta da Dioscoride e Galeno fino agli erbari moderni. Alimentarmente la bacca matura si mangia fresca, si candisce o entra in confetture e liquori.
G. Bosi, R. Rinaldi, M. Bandini Mazzanti, L’alimentazione vegetale: reperti archeobotanici, sezione VIII («Sulla tavola dei Mutinenses»), pp. 329-331 (titolo e anno del volume da precisare). Vedi l’approfondimento La tavola dei Mutinenses: le piante della Modena romana.
Immagine in evidenza: Foto: Hüseyin Cahid Doğan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
- G. Bosi, R. Rinaldi, M. Bandini Mazzanti, «L’alimentazione vegetale: reperti archeobotanici» (archeobotanica di Mutina)

