Categoria: Agrobiodiversità

L’agrobiodiversità comprende le razze autoctone e le varietà storiche che sono alla base della tradizione agricola e culinaria di molte regioni. Preservare questa biodiversità è essenziale per garantire sostenibilità e resilienza nei sistemi alimentari.

  • La mela della nonna

    La mela della nonna

    Nelle città Emiliane, Romagnole e Marchigiane risuonavano le grida della Guerra dei Trent’anni e il barocco si diffondeva nelle chiese e negli edifici, mentre gli Este assestavano la loro corte a Modena. Era il 1600 e lontano dal chiasso delle grida e dei cannoni nelle campagne e nelle colline circostanti, con l’arrivo dell’autunno, il terreno si ammorbidiva e le nebbie si diffondevano silenziose tra i filari. Qui i bambini avevano modo di divertirsi con ciò che la terra offriva loro, come ad esempio la cosiddetta mela della nonna o “mela sonaglio” (sunaìa in dialetto). Questa mela, che altrove veniva chiamata anche batocchia dal suono del battente della campana, prendeva il suo nome da una particolare caratteristica: i semi all’interno del frutto tendevano a staccarsi, creando un suono di sonagli quando la mela veniva scossa. Questa mela era di colore verde-giallo, con sfumature di rosso brillante nei punti esposti al sole, creando un meraviglioso effetto cromatico. La sua polpa era dolce e leggermente asprigna, e aveva quel caratteristico profumo delle mele di una volta. Quella mela c’è ancora, fortunatamente, anche se ormai non c’è nessun bambino per scuoterla.

    La mela sunaia condivide una caratteristica peculiare con una sua sorella, tipica della zona di Modena: la mela cavicchia (cavécc in dialetto, con la “c” pronunciata come la “c” di cioccolata e la “a” chiusa alla modenese). Entrambe le mele hanno una cavità interna particolarmente ampia, che contiene i semi che si staccano e ballano al suo interno 🍎.

    Come accennato in precedenza, oltre alla collina dell’Emilia la mela sunaia ebbe una certa popolarità anche nelle Marche, in particolare nella zona delle valli dei monti Sibillini e del fiume Nera e poi scendendo giù ancora, fino a Perugia. Nelle Marche, prima degli anni ’50, la mela sunaia veniva utilizzata per preparare le paccucce, quarti di mela che venivano lasciati ad asciugare al sole su vassoi o graticci di salice e infornati per evitarne il deterioramento. Le spartecche venivano spesso consumate come piatto principale della cena contadina durante i periodi di penuria.

    In ambito medico, le paccucce di mela venivano utilizzate per curare i raffreddori sotto forma di tisane. Questa antica mela era quindi una preziosa risorsa per le popolazioni rurali, non solo come fonte di nutrimento, ma anche per le sue proprietà terapeutiche.

    In Umbria, la nostra cara mela a batacchio assume un ruolo meraviglioso come farcitura della Rocciata Folignate, un dolce a base di mele, uvetta e frutta secca molto apprezzato in tutta la regione.

    Nonostante abbia indicato questa mela come frutto arancio (autunno), solo la raccolta avviene in Ottobre, ma poi la mela veniva lasciata maturare nel fruttaio fino a Dicembre, quando sprigionava tutto il suo profumo. Talmente delizioso l’aroma che la si usava persino per deodorare la biancheria.

    La ricetta Cornucopia: Pastello di Mele Sunaie Guaste

    Con questo post mi azzarderò ad inauguare questa sezione delle ricette Cornucopia, ovvero consigli di ricette storiche ascrivibili al territorio dell’Emilia e della Romagna e da utilizzarsi per valorizzare la nostra biodiversità agricola. Ricetta e varietà della stessa regione insomma. Si tratta dell’idea che sta al cuore della genesi di Cornucopia ovvero creare una connessione tra cucina e varietà storiche. Ovviamente si tratta di un progetto aperto a suggerimenti e consigli, soprattutto per quanto riguarda ricette delle campagne di primi ‘900 che ancora rimangono occultate nei cassetti delle nonne e che magari qualcuno potrebbe aver voglia di condividere 🍩. Quale migliore eredità per queste ricette che non crearvi una diretta correlazione con le materie prime della nostra Storia?

    Quindi partiamo con la mela della nonna e una ricetta del nostro scalco estense, Cristoforo Messisbugo, di cui magari vi parlerò un giorno. Si tratta di un personaggio importantissimo nella storia della cucina Rinascimentale della mia regione, ma c’è così tanto da dire su di lui che merita davvero un intero articolo.

    Visto il profumo e la vocazione di questa mela per la cottura, e visto che abbiamo parlato della rocciata che è una sfoglia di pasta ripiena, ho pensato di proporre la seguente ricetta del ‘500. La ricette delle mele guaste (ovvero tagliate a pezzi e cotte nel vino) ha due versioni, una di grasso e una di magro come si diceva a quei tempi: come torta sottile (una “pastella”) ripiena o come piatto che contiene solo il ripieno.

    Prendi le pere o le mele nella quantità necessaria per fare i pastelli o i piatti che desideri, penso che per sei pastelli ne serviranno sei e per un piatto ne basteranno otto. Dopo aver dato loro una buona scottata nel fuoco, li laverai e, una volta raffreddati, li monderai lasciando il picciolo in mezzo. Quindi li metterai in una pentola a bollire in un buon vino nero con abbondante zucchero, qualche pezzo di cannella integra e pochi garofani integri. Lasciarai cuocere fino a quando il sapore sarà ben amalgamato e sembrerà proprio una gelatina. Se vuoi farne dei pastelli, preparerai delle crostate e le riempirai con il composto di frutta, oppure lo disporrai sui piatti e cospargerai sopra dei cannellini confetti. Penso che per fare uno di questi pastelli serviranno sei once di zucchero, mezza oncia di cannella e dieci garofani, mentre per decorare i piatti o i pastelli, userai anche dei cannellini confetti.

    Cristoforo da Messisbugo, Banchetti composizioni di vivande e apparecchio generale
  • La Dama Bianca di Carpi e della Valpadana

    La Dama Bianca di Carpi e della Valpadana

    Il latte della Bianca Valpadana, il diamante bianco della caseifi cazione Emiliana. Oggi la dama che lo prodice la chiamiamo Bianca Modenese. Ieri  era definita Carpigiana per via della città che a fine Ottocento ospitò la migliore selezione di questa razza dal manto sempre più candido, è una vera meraviglia della natura: Carpi.

    Sulla storia di questa razza usciranno nei prossimi giorni pillole che ci permetteranno di conoscerla in dettaglio ma per oggi ci concentreremo sul suo meraviglioso latte, stretto fratello di quello della Rossa Reggiana.

    Il latte della Modenese era perfetto per la produzione di Parmigiano Reggiano DOP, contenendo eguali quantità di grassi e di proteine, un equlibrio oggi difficile da trovare nelle tradizionali stalle di razza olandese-americana (quelle bianche e nere che tutti conosciamo, per intenderci). La Bianca Modenese era in grado di produrre una buona quantità di latte, un latte che era addirittura naturalmente provvisto di beta-caseine A2A2 che ne migliorano la digeribilità, una caratteristica che oggi si cerca di riproporre anche nel latte delle razze produttive moderne ma che alla fine avevamo “già in casa”. La nostra Bianca pagò lo scotto di una minore propensione cratteriale alla mungitura, più che la presenza di reali problemi tecnici. Era difatti una razza che lavorava soprattutto nei campi, non dimentichiamoci che per i nostri nonni ed antenati il latte era qualcosa “in più”), e il suo temperamento portava rapidamente a difficoltà nella mungitura, una caratteristica che però si sta cercando di correggere insieme ad alre piccole caratteristiche genetiche.

    Qui sto facendo una piccola forma di primosale, un formaggio a latte crudo che lascerò a stagionare nei prossimi giorni. Quella cosa gelatinosa che sembra panna cotta è la cosidetta cagliata, che sta alla base di praticamente tutti i formaggi (ovvero cagliate lasciate stagionare all’interno di una “forma”, da qui l’etimologia), quel liquido torbido invece è il siero che ricotto diventa… Ricotta :-).
    Quel che avanza alla fine della lavorazione? Un liquido ricco di proteine che diventa mangime animale o, adeguatamente trasformato, per animali da palestra, si, sono le cosiddette whey!

    Cornucopia sosterrà sempre l’importanza di recuperare, valorizzare e capire la storia delle razze e delle varietà agricole. Solo conoscendo il passato possiamo scegliere con cognizione e consapevolezza.

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  • Oh, quant’è bella l’uva termarina?

    Oh, quant’è bella l’uva termarina?

    Oggi parliamo di uve. In particolare di un’uva rara e dai molteplici usi culinari, una varietà profumata e senza semi con una storia secolare.

    La termarina nera, o rossa, è un’antica e uva coltivata oggi quasi solamente nei territori di Reggio Emilia e Parma, anche se ci sono custodi, quasi tutti privati, un po’ in tutta la regione dell’Emilia-Romagna, dal confine settentrionale fino alla costa. Si tratta di un’uva che cresce naturalmente senza semi (in gergo “apirena”) e citata sin dal Rinascimento, un’uva straordinaria per confetture e saba, ma anche per vini profumati e uva passa.

    La Termarina (o Tremarina, o Passerina) ha la caratteristica di presentare dei piccoli acini intervallati talvolta con altri più grossi, questi contenenti i semi. Anche se le sue origini sono molto antiche, probabilmente almeno medievali (è un’uva usata spesso nella preparazione tradizionale del savurètt, una confettura dell’appennino reggiano-parmense, di origine mevievale) viene citata dal monaco agronomi Agostino Gallo nel ‘500 e dal ‘700 il suo nome è stato associato alla “Termarina Bianca” e alla Malvasia aromatica di Candia con con la quale si trova spesso menzionata con il nome (errato) di Candia Rossa, ma non vi sono correlazioni tra le due varietà. Quest’ultimo vitigno bianco aromatico infatti fu probabilmente introdotto in Italia grazie agli scambi commerciali della Repubblica di Venezia con l’Egeo.

    Secondo una teoria filologica, il nome del vitigno deriverebbe dal latino “ultra + marinus”, ovvero “al di là del mare”, da cui “Uva d’oltre mare” e, attraverso “Oltremarina”, “Tra marina” per arrivare a “Termarina”. Il nome potrebbe anche essere collegato ad un modo di dire dialettale tipicamente emiliano “la va’ in termareina”, che si riferisce alla presenza di acinellatura (mancanza di semi) nel grappolo, come in effetti accade anche per la Termarina in cui la maggior parte degli acini sono apireni (ovvero senza i semini, i vinaccioli).

    La diffusione della coltivazione in Emilia-Romagna della Termarina, pur con nomi diversi, nell’800 ci viene descritta da varie fonti. Il marchese Vincenzo Tanara, agronomo bolognese del ‘600, nella sua opera “L’economia del cittadino in villa”, parla espressamente di Tremarina, che come la Lugliatica, si presta ad essere “potata a pergola”. Nella sezione dell’opera dedicata alla cucina, poi, consiglia di spargere grane di tremarina in una particolare insalata e cita tra le materie prime da tenere in dispensa “Uva tremarina bianca, e negra”.

    Le Dieci Giornate Della Vera Agricoltura E Piaceri Della Villa

    Storicamente la Termarina veniva utilizzata non solo come ottima uva da tavola, ma come detto prima anche per la produzione di confetture tra cui il tradizionalissimo saporetto, per la saba (il mosto cotto che sta alla base dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, ad esempio) e ovviamente, vini. Grazie al suo elevato grado zuccherino viene spesso lavorata senza l’aggiunta di ulteriore zucchero le confetture, più naturale di così! Per un’esperienza davvero straordinaria, dovreste assaggiarla in versione appassita.

    Anche se la resa in mosto è bassa, il vino prodotto da questa uva è molto interessante, di colore rosso rubino con note di rosa e frutti di bosco, accompagnate da sentori speziati. Al gusto, il vino ha una buona struttura, media acidità e persistenza gustativa. Pochissimi produttori ancora coltivano quest’uva, ma ho trovato la composta e il vino ad una fiera sui frutti antichi un paio d’anni fa a Piacenza.

    Nonostante i suoi molteplici utilizzi, la Termarina è entrata in disuso principalmente a causa di fattori economici e produttivi. Dal 2007 è entrata nel registro dei vitigni nazionali.

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  • Conferenza sulla Gallina Modenese

    Conferenza sulla Gallina Modenese

    Venerdì 9 luglio si è tenuta una conferenza sulla Gallina Modenese, o Fulva di Modena, presso l’ASD Ragliando si Impara di Castelfranco Emilia, organizzata dall’Associazione Culturale Opalia, impegnata nel sostenimento del progetto Cornucopia per la riscoperta della storia dell’agroalimentare in territorio emiliano-romagnolo.

    La famiglia di Giuliano Serafini si occupa ormai da generazioni, come spiega nel video, della custodia della razza Modenese.

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