
Vacca Bianca Modenese
Razza animale · Emilia-Romagna, Lombardia

Alias: Bianca Val Padana (BVP), Carpigiana, Correggese

Definita Carpigiana per via della città che a fine Ottocento ospitò la migliore selezione di questa razza dal manto sempre più candido, è una vera meraviglia della natura: Carpi.
Il latte della Modenese era perfetto per la produzione di Parmigiano Reggiano DOP, contenendo eguali quantità di grassi e di proteine, un equlibrio oggi difficile da trovare nelle tradizionali stalle di razza olandese-americana (quelle bianche e nere che tutti conosciamo, per intenderci). La Bianca Modenese era in grado di produrre una buona quantità di latte, un latte che era addirittura naturalmente provvisto di beta-caseine A2A2 che ne migliorano la digeribilità, una caratteristica che oggi si cerca di riproporre anche nel latte delle razze produttive moderne ma che alla fine avevamo “già in casa”. La nostra Bianca pagò lo scotto di una minore propensione cratteriale alla mungitura, più che la presenza di reali problemi tecnici. Era difatti una razza che lavorava soprattutto nei campi, non dimentichiamoci che per i nostri nonni ed antenati il latte era qualcosa “in più”), e il suo temperamento portava rapidamente a difficoltà nella mungitura, una caratteristica che però si sta cercando di correggere insieme ad alre piccole caratteristiche genetiche.
Dati aggiornati di conservazione (fonte: Le razze locali dell’Emilia-Romagna, 2024)
Sinonimi accertati: Carpigiana, Mantovana Bianca, Correggese. Rischio di erosione: medio. Da un massimo di circa 200.000 capi negli anni Cinquanta, la razza scese a soli 800 capi nel 2005; nel 2020 erano risalite a 1.067, per un totale attuale di 1.374 capi fra Emilia-Romagna (31 aziende, 579 capi) e Lombardia (18 aziende, 795 capi). Lo standard di razza fu approvato nel 1935 con il nome “Bianca Val Padana”, per il vasto areale esteso anche alla Lombardia; il Libro Genealogico, attivo dal 1957, è oggi gestito dall’Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Reggiana. Tratto distintivo è la particolare pigmentazione del musello, detta in gergo tecnico “morfea”: area periferica grigiastra e centro roseo.
Bibliografia
D. Bigi, F. Perri, A. Zanon, Le razze locali dell’Emilia-Romagna, Edizioni Bertani & C., 2024. Bibliografia citata nella scheda originale: Reggiani E. (1914) I bovini modenesi di Pianura, Società Tipografica Modenese; C.N.R. (1983) Atlante Etnografico delle popolazioni Bovine italiane.
Il giudizio dei concorsi agrari
Un resoconto sui concorsi agrari dell’epoca, relativo alla «varietà Modenese», ne confermava l’attitudine al lavoro e alla produzione di carne, giudicando invece deboli i caratteri per la mungitura: il bestiame veniva «lodato per la sua attitudine ad un lavoro proficuo in terreni forti, quali si estendono per la parte piana della Provincia, e per la bontà della carne, che la rende ricercata anche all’estero», ma non poteva «figurare come varietà produttrice di latte, meno in rare eccezioni». Il resoconto attribuiva questo limite lattifero all’ossatura, sviluppata assai anche nelle femmine, alla pelle grossa e allo scarso sviluppo del sistema mammario, «specialmente in quanto concerne le vene e gli stemmi», questi ultimi spesso intercalati da ovoli, spighe e linee di contropelo.2
La «modenese di pianura» negli studi zootecnici
La Nuova enciclopedia agraria italiana di Marchi e Mascheroni (1925) dedica una trattazione ampia alla «razza modenese di pianura», o «modenese di piano», osservando che il nome «carpigiana» è improprio, «perché non è solo nel circondario di Carpi che si produce questa razza»: essa popolava tutta la pianura modenese, dalle prime ondulazioni preappenniniche fino alla riva destra del Po, occupando gran parte del circondario di Modena e l’intero circondario di Mirandola. Nuclei importanti si trovavano anche nel Reggiano — nei comuni di San Martino in Rio, Correggio, Rio Saliceto, Fabbrico, Rolo e Campagnola — e, più sparsi, nel Bolognese, nel Ferrarese e nel Mantovano.3
Origine meticcia
Gli autori concordavano nel non ritenerla una razza distinta, bensì il prodotto di un lontanissimo incrocio fra due o più tipi bovini, seguito da un irregolare meticciamento. Il Reggiani e il Tampellini, che meglio di altri ne studiarono i caratteri, individuavano l’origine soprattutto nell’incontro di due ceppi: il «giurassico» (Bos taurus brachyceros) e l’«alpino» (Bos taurus frontosus), incrociati con i tipi locali. La tradizione ricordava inoltre l’importazione, sotto gli Estensi, di bovini tirolesi (Val d’Ultimo, Rendena, Merano) incrociati con quelli modenesi. Il Colt (1868) e il Comizio Agrario di Modena (1871) distinguevano ancora due popolazioni di pianura — la «fromentina» della media provincia e la «bionda delle valli» del basso piano — distinzione poi svanita con le bonifiche e l’uniformarsi delle condizioni agricole.
Il mantello e la «spaccatura»
Il nome «fromentino», a lungo sinonimo del bestiame modenese di pianura, indicava il colore un tempo predominante: un rossiccio né scuro né slavato, della tinta caratteristica delle cariossidi del frumento. All’inizio del Novecento quel mantello era però in via di sostituzione da parte del bianco latteo, tendente al gialliccio nella parte più alta della pianura e più grigiastro scendendo verso il basso Modenese, dove l’ambiente favoriva la pigmentazione. Carattere di razza ritenuto importantissimo era la cosiddetta «spaccatura» del muffolo: i lati, presso le narici, colorati di nero ardesia, e la parte mediana solcata da una macchia rosea. Ai muselli rosei si accompagnava la colorazione bionda di ciglia e fiocco della coda; gli individui così caratterizzati, detti «pastellati», erano ottimi per finezza e per produzione di carne e latte, ma poco adatti al lavoro.
Triplice attitudine e produzioni
La modenese di pianura era razza a triplice destinazione — carne, latte e lavoro — in accordo con le esigenze dell’ambiente agricolo locale, senza che si tentasse la specializzazione. L’attitudine più apprezzata era quella alla carne: pur non essendo precoce, dava un buon reddito alla macellazione, con carne soda, compatta, sapida e poco infiltrata di grasso. Lo Squadrini rilevò su 617 buoi macellati a Modena un reddito netto medio del 55,68% e del 51,13% su 847 vacche, con punte oltre il 60% e casi eccezionali fino al 66-67%; nei concorsi per animali grassi del 1910-1912 i buoi resero in media il 63,19% e le vacche il 58,32%. La vacca era anche discreta lattaia (9-10 litri al giorno, fino a 12-15 nelle migliori, su una lattazione di circa 300 giorni): su questa attitudine si fondò una rilevante industria casearia (formaggio grana tipo reggiano e burro), con i caseifici saliti da 166 nel 1894 a 560 nel 1912. Buoi e vacche erano infine molto resistenti al lavoro, adatti alle profonde arature dei tenaci terreni argillosi, aggiogati a coppie multiple con giogo doppio di testa e di collo.
Il miglioramento e l’incrocio Durham
La selezione metodica fu promossa dal 1880 dalla Società Modenese per Fiere, Corse ed Esposizioni, poi (1892) dall’Associazione voluta dal Tampellini e, dal 1909, dall’Associazione zootecnica modenese, che con esposizioni, libro genealogico e monte taurine avviò la fase risolutiva del miglioramento. Per accrescere la resa in carne si ricorse anche all’incrocio con razze estere — Charolais, Simmenthal e soprattutto Durham (Shorthorn): il conte Salimbeni introdusse per primo il Durham nel Modenese, e dal 1889 Guido Sacerdoti tentò a Bomporto l’incrocio con vacche modenesi di piano, ottenendo meticci più precoci, dallo scheletro finissimo e da un reddito netto che superava il 60% del peso vivo.
