Duecento viti in vaso: il marchese che collezionava vitigni a Rocchetta Tanaro

C’è un’immagine che vale la pena tenere a mente. Giugno 1864: a Torino una commissione di esperti assaggia millecentotrentanove vini arrivati da tutta Italia e, alla fine, scuote la testa. Le uve sono magnifiche — scrivono — ma i vini no: non sappiamo farli. Nello stesso momento, appena più a sud, sulle colline di Rocchetta Tanaro, un signore anziano si aggira tra file di vasi. In ciascun vaso, una vite diversa. Sono oltre duecento, quasi tutte con i grappoli. Quel signore è il marchese Leopoldo Incisa, e sta facendo, in silenzio, esattamente ciò che alla commissione mancava: mettere ordine.

Dal magistrato al vignaiolo

Leopoldo Incisa della Rocchetta era nato ad Asti nel 1792. Per quasi trent’anni aveva fatto tutt’altro: funzionario pubblico a Milano, fino a diventare vice-segretario generale nell’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Poi, intorno al 1840, aveva lasciato gli uffici ed era tornato alla terra di famiglia. Si dedicò alla seta e, sempre di più, al vino. Ma non da produttore soltanto: da studioso.

Nel 1843 entra come socio corrispondente nell’Accademia di Agricoltura di Torino. Comincia a scrivere — nel 1845 un opuscolo Intorno allo svinare, sul momento giusto per separare il vino dalle vinacce; nel 1855 uno studio sulla solforazione. E soprattutto comincia a raccogliere viti.

Una collezione vivente

L’idea era tanto semplice quanto rivoluzionaria per l’epoca: coltivare fianco a fianco, in condizioni identiche, tutte le varietà di vite che riusciva a procurarsi — italiane e straniere — per poterle confrontare, descrivere, distinguere. Nel 1852 aprì persino un vivaio per distribuire ai viticoltori le marze delle uve migliori. La sua collezione di Rocchetta Tanaro divenne un punto di riferimento europeo: nel 1864 le viti esposte erano «oltre a duecento», ciascuna in vaso, la maggior parte con i frutti.

Da quel lavoro nacque un catalogo: la prima edizione, del 1862, descriveva 105 varietà; la seconda, stampata ad Asti nel 1869, arrivava a citarne centinaia. Incisa era in corrispondenza con i più grandi ampelografi del tempo, dai francesi Henri Bouschet a Victor Pulliat, discutendo con loro nomi, sinonimi, identità delle uve — quella materia scivolosa in cui la stessa vite cambia nome di valle in valle.

L’uva del cuore

Fra tutte le sue viti, ne aveva una prediletta: il Pinot Nero, il grande vitigno di Borgogna, che fu il primo a introdurre su queste colline e quello dal quale, si racconta, traeva le maggiori soddisfazioni. Il filo non si è mai spezzato: la famiglia coltiva ancora Pinot Nero nelle stesse vigne, e alla sua memoria ha dedicato un vino che ne porta il nome, il «Marchese Leopoldo».

Compilare l’alfabeto

Incisa morì a Rocchetta Tanaro nel 1871. Non lasciò un vino celebre né una scuola clamorosa: lasciò qualcosa di più discreto e più duraturo — un modo di guardare alle viti. Dove i più vedevano un miscuglio confuso di uve da buttare tutte insieme nel tino, lui vedeva un vocabolario da ordinare, una varietà alla volta.

Ed è qui che le due immagini del 1864 si ricongiungono. La commissione di Torino lamentava che non sapevamo fare il vino (ne abbiamo raccontato la relazione qui); il marchese, nei suoi vasi, stava costruendo l’alfabeto senza il quale quel vino non si sarebbe mai potuto scrivere. Raccontare i sapori dimenticati comincia sempre da lì: da qualcuno che, pazientemente, ha dato un nome alle cose.

Fonti: voce Incisa della Rocchetta, Leopoldo nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani); la nota d’apertura e la relazione enologica in «Economia Rurale», Torino 1864.

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