Autore: Mick

  • L’anno in villa: le cene di Vincenzo Tanara

    Nel 1644, a Bologna, il senatore Vincenzo Tanara dà alle stampe L’economia del cittadino in villa: sette libri che accompagnano il padrone di casa dal campo alla cantina, dal cortile all’orto. Ma è l’ultimo libro, «Il Sole e la Luna», a rivelare il senso di tutta l’opera. È un calendario dell’anno che non si ferma alle stelle e ai venti: mese per mese, sfocia nella tavola.

    Il cielo, i campi, la tavola

    Ogni mese si apre con il moto del sole e della luna e con i venti — il Favonio che «fa crescere alle fave», la Tramontana che «rischiara l’aria» — e prosegue con i lavori, ordinati per luogo: nel campo, nel cortile, nell’orto. A giugno si castrano i meloni, si alzano le viti, si copre il letame, si assiste allo sciamare delle api. Poi, ed è qui la novità di Tanara, il mese si chiude con un menù di banchetto.

    La cena per il Cardinale

    I menù non sono immaginari: ricalcano conviti reali. Il più memorabile è la cena preparata «alla Villa de’ Signori Palleotti degli Arieti» per il ricevimento del Cardinale Sacchetti, legato della città. La «Cena di Magro» che ne segue — un pranzo senza carne, da giorno di magro — è un piccolo teatro barocco di finzioni e freschezze:

    Un bacile di ricotte finte, tramezzate con mascaroncini di mangiar bianco, fatto di polpe di pesce … un’insalata di tutte le sorti d’herbe, fiori e radici, regalata con falcie di limoncelli lavorati, con una serpe nel mezzo, intagliata in una radice … luccio grosso coperto di gelatina rotta … fragole in un piatto reale con zucchero e neve, circondate di spichi di naranzo lavati in acqua rosa.

    Le ricotte sono di pesce, la serpe è una radice intagliata, la neve raffredda le fragole a giugno: la tavola signorile del Seicento è fatta di illusioni e di stagioni forzate, e Tanara la mette in fila come un regista.

    Dal campo alla cena

    È questo il filo che tiene insieme tutto il Trattato. Il lavoro dell’anno — la vendemmia, la salumeria del porco, l’orto, il frutteto con i suoi canditi — si fa infine cena. Anche a tavola, del resto, il campo non è mai lontano: fra le vivande di magro Tanara ricorda il limone «tramezzato con fette di mortadella o salame», che ne tempera la sapidità.

    A distanza di quasi quattro secoli, il calendario di Tanara resta un modo per capire come si mangiava e si beveva «di una volta»: seguendo il sole, la luna e il lavoro delle mani, dal solco alla tavola.

  • Duecento viti in vaso: il marchese che collezionava vitigni a Rocchetta Tanaro

    Duecento viti in vaso: il marchese che collezionava vitigni a Rocchetta Tanaro

    C’è un’immagine che vale la pena tenere a mente. Giugno 1864: a Torino una commissione di esperti assaggia millecentotrentanove vini arrivati da tutta Italia e, alla fine, scuote la testa. Le uve sono magnifiche — scrivono — ma i vini no: non sappiamo farli. Nello stesso momento, appena più a sud, sulle colline di Rocchetta Tanaro, un signore anziano si aggira tra file di vasi. In ciascun vaso, una vite diversa. Sono oltre duecento, quasi tutte con i grappoli. Quel signore è il marchese Leopoldo Incisa, e sta facendo, in silenzio, esattamente ciò che alla commissione mancava: mettere ordine.

    Dal magistrato al vignaiolo

    Leopoldo Incisa della Rocchetta era nato ad Asti nel 1792. Per quasi trent’anni aveva fatto tutt’altro: funzionario pubblico a Milano, fino a diventare vice-segretario generale nell’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Poi, intorno al 1840, aveva lasciato gli uffici ed era tornato alla terra di famiglia. Si dedicò alla seta e, sempre di più, al vino. Ma non da produttore soltanto: da studioso.

    Nel 1843 entra come socio corrispondente nell’Accademia di Agricoltura di Torino. Comincia a scrivere — nel 1845 un opuscolo Intorno allo svinare, sul momento giusto per separare il vino dalle vinacce; nel 1855 uno studio sulla solforazione. E soprattutto comincia a raccogliere viti.

    Una collezione vivente

    L’idea era tanto semplice quanto rivoluzionaria per l’epoca: coltivare fianco a fianco, in condizioni identiche, tutte le varietà di vite che riusciva a procurarsi — italiane e straniere — per poterle confrontare, descrivere, distinguere. Nel 1852 aprì persino un vivaio per distribuire ai viticoltori le marze delle uve migliori. La sua collezione di Rocchetta Tanaro divenne un punto di riferimento europeo: nel 1864 le viti esposte erano «oltre a duecento», ciascuna in vaso, la maggior parte con i frutti.

    Da quel lavoro nacque un catalogo: la prima edizione, del 1862, descriveva 105 varietà; la seconda, stampata ad Asti nel 1869, arrivava a citarne centinaia. Incisa era in corrispondenza con i più grandi ampelografi del tempo, dai francesi Henri Bouschet a Victor Pulliat, discutendo con loro nomi, sinonimi, identità delle uve — quella materia scivolosa in cui la stessa vite cambia nome di valle in valle.

    L’uva del cuore

    Fra tutte le sue viti, ne aveva una prediletta: il Pinot Nero, il grande vitigno di Borgogna, che fu il primo a introdurre su queste colline e quello dal quale, si racconta, traeva le maggiori soddisfazioni. Il filo non si è mai spezzato: la famiglia coltiva ancora Pinot Nero nelle stesse vigne, e alla sua memoria ha dedicato un vino che ne porta il nome, il «Marchese Leopoldo».

    Compilare l’alfabeto

    Incisa morì a Rocchetta Tanaro nel 1871. Non lasciò un vino celebre né una scuola clamorosa: lasciò qualcosa di più discreto e più duraturo — un modo di guardare alle viti. Dove i più vedevano un miscuglio confuso di uve da buttare tutte insieme nel tino, lui vedeva un vocabolario da ordinare, una varietà alla volta.

    Ed è qui che le due immagini del 1864 si ricongiungono. La commissione di Torino lamentava che non sapevamo fare il vino (ne abbiamo raccontato la relazione qui); il marchese, nei suoi vasi, stava costruendo l’alfabeto senza il quale quel vino non si sarebbe mai potuto scrivere. Raccontare i sapori dimenticati comincia sempre da lì: da qualcuno che, pazientemente, ha dato un nome alle cose.

    Fonti: voce Incisa della Rocchetta, Leopoldo nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani); la nota d’apertura e la relazione enologica in «Economia Rurale», Torino 1864.

  • Le vecchie varietà di meloni reggiani

    Le vecchie varietà di meloni reggiani

    A Calerno, nell’azienda agricola di Catia Frignani e Paolo Morini, l’incontro con il professor Mirco Marconi ha ricostruito la singolare storia del Rospa, del Ramparino e dei due meloni Banana salvati appena prima della scomparsa

    Sabato 11 luglio sono stato all’azienda agricola Camurein di Calerno, nel Reggiano, per una giornata dedicata agli antichi meloni della pianura padana.

    L’incontro ha permesso di ricostruire il modo in cui questi meloni furono dimenticati, ritrovati nelle campagne e infine rimessi in coltivazione. Una storia fatta di ricordi familiari, fotografie, ricerche nelle biblioteche, testimonianze di anziani agricoltori e semi recuperati talvolta appena prima che fosse troppo tardi.

    A raccontarla è stato il professor Mirco Marconi dell’Istituto agrario Antonio Zanelli di Reggio Emilia, fra i principali protagonisti del recupero. Davanti a noi erano disposti i quattro meloni, nelle loro versioni mature: il Rospa, il Ramparino, il Banana di Santa Vittoria e il Banana di Lentigione.

    Visti insieme, spiegavano già una parte della storia. Nessuno di loro corrisponde perfettamente all’immagine del melone che abbiamo imparato a riconoscere nei supermercati.

    Perché furono abbandonati?

    La prima domanda posta da Marconi è stata anche la più importante: perché questi meloni caddero nell’oblio?

    La risposta era davanti ai nostri occhi: sono meloni “fuori norma”.

    Il loro declino cominciò soprattutto negli anni Settanta, quando gli acquisti si spostarono progressivamente dai mercati locali alla grande distribuzione. Le varietà agricole vennero selezionate secondo esigenze precise: produttività elevata, maturazione uniforme, resistenza al trasporto e lunga conservabilità.

    Anche il gusto subì una standardizzazione. Il consumatore venne abituato a meloni molto dolci, teneri e facilmente riconoscibili. I frutti dovevano poter essere raccolti prima della piena maturazione, trasportati per lunghe distanze e conservati sugli scaffali senza deteriorarsi.

    Gli antichi meloni reggiani possedevano spesso caratteristiche opposte.

    Il Ramparino è piccolo, parzialmente retato e può sembrare un frutto cresciuto male. Il Rospa ha una buccia bitorzoluta che ricorda una zucca. Il Banana di Lentigione cambia colore maturando e deve essere raccolto nel momento preciso. Se lo si anticipa, la polpa non raggiunge la dolcezza desiderata; aspettando troppo, invece, può diventare rapidamente molle e quasi liquescente.

    Anche i sapori sono differenti da quelli ai quali siamo abituati. Accanto alla dolcezza compaiono note pepate, sapide, liquorose e talvolta terrose. Sono meloni che devono essere spiegati, assaggiati e interpretati.

    Possono funzionare nella vendita diretta, nei mercati contadini e nella ristorazione, dove l’agricoltore raccoglie il frutto maturo e lo consegna perché venga consumato rapidamente. Nel sistema della distribuzione su larga scala, invece, molti di questi caratteri diventano ostacoli quasi insuperabili.

    Il ricordo del magazzino del nonno

    Naturalmente, il recupero non nacque inizialmente da un programma pubblico, che a quanto ho visto sono iniziative che durano solo quanto il finanziamento per poi estinguersi nel nulla. La sua origine fu molto più personale.

    La famiglia di Mirco Marconi commerciava frutta e ortaggi. Durante l’incontro ci è stata mostrata una fotografia scattata probabilmente fra il 1943 e il 1945 al mercato di San Polo d’Enza. Vi compaiono la madre ancora bambina, lo zio e la nonna.

    Nella fotografia non si vedono meloni, ma altre due cucurbitacee legate alla medesima storia agricola: l’anguria allora chiamata semplicemente “nostrana” e la grande zucca reggiana a Cappello da prete.

    Da ragazzo, fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, Marconi aveva ancora visto gli antichi meloni nel magazzino del nonno. Ricorda in particolare il Ramparino, che allora veniva mangiato frequentemente ed era ancora presente nei negozi locali.

    Quei ricordi rimasero per anni chiusi in un cassetto.

    Nel 1992 Marconi iniziò a insegnare all’Istituto Antonio Zanelli, scuola agraria fondata nel 1879 come Regio istituto di zootecnia e caseificio. L’ambiente scolastico conservava una solida tradizione agronomica, ma stava anche attraversando un cambiamento.

    I professori della generazione precedente si erano formati nel dopoguerra, quando la priorità era aumentare le rese e sfamare il Paese. L’agricoltura doveva produrre di più, mentre la diversità veniva spesso considerata un ostacolo alla razionalizzazione.

    Alcuni di quei docenti, tuttavia, avevano avuto la lungimiranza di conservare vecchie varietà di vite sostituite, a partire dagli anni Sessanta, dalle poche ammesse nei disciplinari del Lambrusco Reggiano. Quella collezione, successivamente ampliata, avrebbe dato origine anche al vino Migliolungo, prodotto riunendo le uve delle vecchie varietà coltivate dalla scuola (vino che conosco, ne parleremo più avanti).

    Alla fine degli anni Novanta cominciava inoltre a diffondersi una nuova sensibilità verso le razze e le cultivar locali. Marconi riaprì allora il cassetto dei ricordi e propose al collega Alberto Tagliavini di verificare se le varietà viste nel magazzino del nonno esistessero ancora.

    La ricerca cominciò da una zucca

    La prima varietà recuperata non fu un melone, ma la zucca Cappello del prete, una delle cucurbitacee più rappresentative della Bassa reggiana.

    La sua forma particolare, le grandi dimensioni e la parte inferiore piena di semi erano diventate svantaggi commerciali. La polpa, tuttavia, è densa, poco fibrosa e dal sapore relativamente neutro: caratteristiche che la rendono particolarmente adatta alla preparazione dei tortelli.

    La ricerca avveniva direttamente nelle campagne. Si visitavano le aziende, si parlava con gli agricoltori e si seguivano le indicazioni ottenute attraverso il passaparola. Alla fine degli anni Novanta furono raccolte diverse zucche che potevano corrispondere alla varietà ricordata.

    Le forme erano molto differenti. Dopo il confronto vennero selezionate due accessioni: una più grande, proveniente dall’Oltrepò mantovano, e una leggermente più piccola, ritrovata nell’area di Guastalla.

    Da allora i semi sono stati riprodotti ogni anno. Oggi la Cappello da prete viene nuovamente coltivata e trova uno sbocco soprattutto nella ristorazione. È la dimostrazione che una varietà può tornare a vivere quando alla conservazione si accompagna un utilizzo reale.

    Quella prima ricerca costruì una rete nella quale rimasero impigliati molti altri prodotti: l’anguria di Santa Vittoria, diverse angurie bianche da mostarda, il pomodoro Borsa di Brescello, la pecora Cornella bianca e infine i quattro meloni che abbiamo incontrato da Camurein.

    Quando le campagne non bastano

    Nel 2008 la Regione Emilia-Romagna approvò una legge per la tutela delle razze e delle varietà locali d’interesse agrario. Per iscrivere una risorsa nel repertorio regionale bisognava dimostrare la sua presenza storica sul territorio. La ricerca passò così dalle campagne alle biblioteche.

    L’Istituto Zanelli conservava una lunga collezione di Italia Agricola, rivista pubblicata a Piacenza fra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. Furono consultati anche i bollettini delle cattedre ambulanti di agricoltura, manuali tecnici, cataloghi sementieri e pubblicazioni locali.

    Una fonte preziosa fu I nomi delle piante nel dialetto reggiano di Carlo Casali (che ben conosciamo, vi rimando alla sezione sulle uve dell’Emilia-Romagna), pubblicato nel 1915. Conteneva la presenza di un nome come mlòun ramparèin. Dimostrava che il Ramparino era conosciuto nel territorio reggiano all’inizio del Novecento.

    La ricerca bibliografica risultò comunque difficile. Meloni, zucche e angurie erano considerate colture minori e trovavano poco spazio nella letteratura agronomica, maggiormente interessata ai cereali, al pomodoro, alla vite e agli alberi da frutto.

    Fu quindi necessario affidarsi anche alle testimonianze degli anziani.

    Particolarmente importanti furono quelle di alcuni spicadór, specialisti che percorrevano i campi durante la raccolta delle angurie. Erano capaci di riconoscere i frutti maturi semplicemente osservandoli, senza bisogno di batterli o toccarli. La loro memoria professionale conservava nomi, caratteri e aree di diffusione che non erano mai entrati nei manuali.

    Le dichiarazioni vennero raccolte formalmente davanti a un notaio e permisero di documentare la presenza storica delle varietà.

    Il Rospa, antico e bitorzoluto

    Il Rospa, spesso chiamato anche Rospo, è probabilmente il più antico dei quattro meloni osservati durante la giornata.

    La buccia è coperta da protuberanze che ricordano la pelle di un rospo. L’aspetto può facilmente trarre in inganno: senza conoscerlo, si potrebbe pensare a una zucca.

    Meloni simili erano diffusi in un’area molto più vasta del Reggiano. In Toscana venivano chiamati zatte, mentre in alcune zone lombarde e mantovane ricorrevano nomi come satra. Frutti dalla superficie verrucosa compaiono inoltre in dipinti italiani del Cinquecento e del Seicento.

    Nel 1811 l’agronomo reggiano Filippo Re ricordava una zatta coperta di “bernoccoli” che i Bolognesi chiamavano Rospa. Il suo giudizio gastronomico era molto favorevole: considerava la polpa la migliore fra quelle dei poponi.

    L’accessione oggi conservata fu ritrovata nel 2003 presso un agricoltore che continuava a coltivarla per uso personale.

    All’interno il Rospa rivela una polpa soda di colore arancione. Può sviluppare una buona dolcezza, accompagnata però da un sapore deciso, sapido e leggermente pungente. Durante l’incontro questa nota è stata descritta come pepata o liquorosa.

    È un melone che si presta anche alla cucina. Può essere trattato quasi come un ortaggio oppure cotto al forno con cioccolato e amaretti.

    Il piccolo Ramparino

    Il Ramparino è il più piccolo dei quattro. La superficie è retata solo parzialmente e la polpa ha un colore verde chiaro.

    Il nome deriva dalla tradizionale coltivazione in altezza. Grazie al peso contenuto, i frutti potevano crescere su reti e sostegni senza spezzare i tralci, lasciando libero il terreno sottostante.

    Varietà simili erano conosciute anche oltre il Po. In Lombardia ricorreva il nome rampeghin, mentre nel Rodigino era chiamato peverin o peperin, un riferimento evidente al gusto leggermente piccante.

    Il Ramparino era ancora venduto nel Reggiano alla fine degli anni Settanta. In seguito venne rapidamente sostituito da varietà più produttive, uniformi e resistenti. Anche la sua sensibilità alla fusariosi contribuì all’abbandono.

    Il sapore può variare molto secondo il grado di maturazione. In condizioni favorevoli raggiunge una buona dolcezza, ma conserva note pepate e talvolta terrose. È forse il più difficile dei quattro per il gusto contemporaneo, ma proprio questa caratteristica consente abbinamenti insoliti.

    Marconi ha ricordato, per esempio, un piatto nel quale sottili fette di Ramparino venivano avvolte intorno a cotechino freddo. Un accostamento apparentemente improbabile, ma capace di sfruttare il carattere vegetale e pungente del melone.

    Il Banana di Santa Vittoria

    Il nome “melone Banana” è stato applicato nel tempo a varietà molto diverse. In alcuni casi indica frutti lunghi e gialli, simili esteriormente a una banana. Nei meloni reggiani, invece, il riferimento nasce soprattutto dall’aroma della polpa.

    Per distinguere le due accessioni ritrovate, i ricercatori aggiunsero il nome delle località d’origine.

    Il Banana di Santa Vittoria fu individuato nel 2008 presso un’azienda della zona di Cadelbosco di Sopra, vicino a Santa Vittoria. L’anziano agricoltore ne coltivava soltanto poche piante per il consumo familiare e non metteva i frutti in vendita.

    Pochi anni dopo la sua morte, l’azienda smise di riprodurlo. I semi erano stati prelevati appena in tempo: senza quel ritrovamento la varietà avrebbe potuto scomparire insieme al suo ultimo custode.

    Il frutto è allungato ed ellittico, con buccia sottile e polpa biancastra, dolce e aromatica. È il più serbevole dei quattro, ma conserva un profumo più intenso rispetto a molti altri meloni tardivi.

    Cataloghi sementieri italiani citano un “melone Banana” almeno dal 1936. Una descrizione della SAIS di Cesena, risalente al 1972, parla di frutti molto allungati e polpa bianco-giallastra. Non possiamo affermare con sicurezza che si trattasse esattamente dello stesso ecotipo, ma queste fonti confermano la diffusione novecentesca di meloni conosciuti con quel nome.

    Il misterioso Banana di Lentigione

    Il Banana di Lentigione è forse il più affascinante dei quattro, perché la sua origine rimane sconosciuta.

    Fu ritrovato nel 2003 nell’orto di un anziano agricoltore di Lentigione di Brescello, produttore di prugne zucchelle. Accanto alla coltura principale conservava una ventina di piante di questo melone.

    L’uomo raccontò che i semi erano arrivati nella sua famiglia circa settant’anni prima, portati da una donna che prestava servizio nella casa. Non riuscì però a fornire altre informazioni sulla loro provenienza.

    Il frutto è tondeggiante, liscio e privo di costolature. Durante la crescita presenta una buccia verde scuro screziata, che diventa giallo-arancio con la maturazione. La polpa è chiara, tenera, dolce e molto profumata.

    Deve essere raccolto nel momento giusto. Se anticipato rimane poco dolce; se lasciato maturare eccessivamente, la polpa tende a disfarsi rapidamente. Un solo frutto maturo può diffondere in casa un profumo molto intenso, nel quale la nota di banana è chiaramente riconoscibile.

    Un anziano spicadór disse di ricordarlo con il nome di “Tripolino”. Secondo la sua testimonianza, sarebbe arrivato dalla Libia con i militari italiani rientrati durante il periodo coloniale. L’ipotesi è suggestiva, ma finora non è stata sostenuta da riscontri documentari.

    Una possibile somiglianza con alcuni meloni pugliesi ha aperto un’altra pista, successivamente abbandonata. I frutti meridionali esaminati erano meloni invernali capaci di conservarsi per mesi, mentre il Lentigione è estremamente delicato.

    Potrebbe dunque trattarsi di un ecotipo rimasto confinato fra poche famiglie nell’area compresa fra Brescello e Sorbolo. Forse non ne conosceremo mai l’origine precisa.

    Dal seme conservato al melone coltivato

    La giornata da Camurein ha mostrato con particolare chiarezza che esistono due modi diversi di salvare una varietà.

    Il primo è conservarne i semi.

    All’Istituto Zanelli è oggi operativa BAG.GER, la Banca Agraria del Germoplasma di Genotipi Emiliano-Romagnoli, nella quale sono custodite più di cento accessioni, in prevalenza cucurbitacee.

    Una parte dei semi viene conservata a temperatura controllata e utilizzata per le riproduzioni periodiche. Altri campioni sono essiccati, confezionati sottovuoto, refrigerati o congelati, in modo da prolungarne la germinabilità e assicurare una riserva per il futuro.

    I meloni si incrociano facilmente attraverso l’impollinazione degli insetti. Per evitare ibridazioni accidentali, lo Zanelli ha sperimentato anche la coltivazione sotto tunnel protetti da reti, introducendo gli insetti impollinatori all’interno. Il sistema, però, è complesso da gestire. Si è quindi scelto di riprodurre in campo una sola varietà ogni anno.

    Il secondo modo di salvare una cultivar è però ancora più importante: continuare a coltivarla.

    Un seme conservato in congelatore mette al sicuro un patrimonio genetico, ma non si confronta più con l’ambiente. Una popolazione coltivata continua invece a reagire al clima, alle malattie e alle condizioni del terreno. L’agricoltore seleziona i frutti migliori e le piante più vigorose, accompagnando l’adattamento della varietà.

    È qui che aziende come Camurein assumono un ruolo essenziale. I semi escono dalle collezioni, ritornano nella terra e producono nuovamente frutti che possono essere osservati, assaggiati e cucinati.

    L’altra metà del recupero

    Durante l’incontro è emerso un concetto che considero fondamentale anche per il lavoro di Cornucopia.

    Una varietà non è veramente salvata soltanto perché alcuni suoi semi sono conservati in una banca del germoplasma. Quella è una garanzia indispensabile contro la perdita definitiva, ma rappresenta soltanto metà del lavoro.

    L’altra metà consiste nel riportarla fra gli agricoltori, nei mercati e nella ristorazione.

    Questi meloni hanno bisogno di qualcuno che sappia raccoglierli nel momento giusto, raccontarne le differenze e trovare per ciascuno un impiego gastronomico. Il Rospa, il Ramparino e i due Banana non devono necessariamente sostituire i meloni commerciali. Possono occupare uno spazio diverso, legato alla vendita locale, alla stagionalità e a una cucina capace di valorizzarne il carattere.

    La giornata da Camurein non è stata dunque una semplice esposizione di frutti curiosi una occasione per osservare come si ricostruisce concretamente un frammento di biodiversità agricola.

    Tutto era cominciato da un ricordo nel magazzino di un nonno. Poi erano venuti i viaggi nelle campagne, gli orti degli anziani, le fotografie di famiglia, i cataloghi sementieri, le parole dialettali, le dichiarazioni davanti al notaio e la paziente riproduzione dei semi.

    Sabato quei meloni erano di nuovo davanti a noi, maturi e riconoscibili, in un’azienda che continua a coltivarli.

    È questa, forse, la forma più autentica di conservazione: non limitarsi a ricordare che un prodotto è esistito, ma permettere a qualcuno di incontrarlo nuovamente, sentirne il profumo e riportarlo a tavola.

    Da parte mia, si apre una strada di indagine interessante, al di la del consumo fresco, come venivano utilizzati tradizionalmente in cucina?

  • San Valentino, il santo che benedice gli agrumi: la festa di Vico del Gargano

    San Valentino, il santo che benedice gli agrumi: la festa di Vico del Gargano

    A Vico del Gargano, patria dell’arancia Duretta e del limone Femminello, San Valentino non è il patrono degli innamorati ma il protettore degli agrumeti. Fin dal Seicento la tradizione lo lega alla coltura che ha fatto la fortuna — e in parte la rovina — di questo angolo di Puglia.

    Ogni anno, il 14 febbraio, una processione porta per le vie del paese la statua del Santo adornata non di fiori ma di arance e limoni, raccolti proprio nei giorni della festa. Chi vi partecipa porta con sé frasche di alloro benedette, da custodire poi nei propri giardini come protezione per l’anno a venire. Una filastrocca dialettale, tramandata oralmente, accompagna ancora oggi il rito: «Sant’ Valantìn’ arricùghij e mitt’ ’nzìn, arricùghij i rancitèdd’ e mitt’ ’nzìn’ u bambinèdd’» — raccogli e metti in grembo, raccogli le arancine e mettile in grembo al Bambino. Un proverbio meteorologico legato alla stessa festa recita: «Sant’ Valentìn’ aggròggn’u dìt’» — se il Santo abbassa il dito, sta per arrivare la neve.

    Il legame fra il Santo e gli agrumi non è solo devozionale. Nei documenti commerciali di fine Ottocento la festa segnava anche una scadenza economica: nella vendita «sull’albero», i grossisti concordavano con i proprietari un abbuono del 10% in frutti regalati ogni cinquecento pezzi, valido fino al giorno di San Valentino — una consuetudine che intrecciava calendario liturgico e calendario del raccolto.

    Fonte: N. Biscotti, Storie di agrumi e paesaggi.

  • Quando un Comune vendeva i limoni all’asta: il caso di Sanremo

    Quando un Comune vendeva i limoni all’asta: il caso di Sanremo

    Per tre secoli il Comune di Sanremo fu l’unico «produttore» di limoni della città — e i contadini non potevano neppure raccogliere i propri frutti

    Immaginate un’economia agricola in cui il proprietario del terreno non ha il diritto di cogliere ciò che vi cresce. È esattamente quello che accadeva a Sanremo, dove per secoli il Comune gestì la coltivazione dei limoni come un monopolio pubblico.

    Un sistema fuori dal comune

    Il Comune di Sanremo curava raccolta, cernita e vendita all’asta dei limoni cittadini; era, di fatto, l’unico «produttore» sul mercato, e fissava i prezzi in modo da garantire un guadagno ai contadini e assicurare le entrate fiscali alla città. Al proprietario del fondo restava solo il compito di innaffiare, concimare, potare — e incassare quanto il Comune decideva di corrispondergli. Il sistema, attestato fin dagli Statuti del 1435, resse per secoli: nel 1662 Sanremo produceva fra 20 e 25 milioni di limoni; nel 1756 contava da sola 40-50.000 piante.

    L’acqua dovuta

    Il problema di fondo era l’irrigazione. Le estati del Ponente, lunghe e siccitose, imposero regole strettissime, le «aighe in deveu» — letteralmente «acqua dovuta»: i turni si scandivano sui rintocchi del campanile di San Siro, che suonava anche i quarti d’ora lungo tutte le ventiquattro ore. Nel Levante, più piovoso, non ce n’era bisogno: a Rapallo prevaleva invece la coltura promiscua, senza la monocoltura specializzata del Ponente.

    Una rete di città agrumarie

    Il modello sanremese si irradiò lungo la costa. Bordighera ne copiò gli statuti nel 1776; Ventimiglia, a metà Ottocento, raccoglieva 3 milioni di limoni l’anno; oltre confine, Mentone riceveva limoni proprio da Ventimiglia per la propria festa dei limoni. A Vallebona, sul finire dell’Ottocento, si scoprì un mercato ancora più insolito: non i limoni, ma i loro fiori, venduti in gran parte a Roma per i bouquet nuziali.

    Perché durò così a lungo

    La qualità dei limoni «bignetta» — così si chiamavano localmente — spiega in parte la fortuna del sistema: raggrinzivano ma non ammuffivano durante il trasporto, una qualità rara e preziosa per un frutto che doveva raggiungere i porti di mezzo Mediterraneo in ceste foderate di paglia. Oggi di quell’economia restano solo esemplari sparsi negli orti del Ponente: la pianta si è fatta rara, ma la sua storia — un intero comune trasformato in azienda agricola — resta uno dei casi più singolari dell’agricoltura ligure.

  • Giorgio Gallesio, il conte che catalogò gli agrumi d’Europa

    Giorgio Gallesio, il conte che catalogò gli agrumi d’Europa

    Un magistrato ligure, una villa sperimentale a Finale, e il primo tentativo scientifico di ordinare il genere Citrus

    C’è un conte ligure che, fra un incarico di giudice e uno da segretario di legazione, ha trovato il tempo di scrivere il primo trattato scientifico sugli agrumi d’Europa — e di farlo leggere, sessant’anni dopo, a Charles Darwin.

    Un magistrato con la passione degli agrumi

    Giorgio Gallesio nasce a Finale Ligure nel 1772. Fa il giudice a Savona, il deputato del Dipartimento di Montenotte, il sottoprefetto, il segretario di legazione al Congresso di Vienna: una carriera pubblica densa, fra il governo francese e la Restaurazione. Ma dal 1801, ereditati i possedimenti di famiglia nell’entroterra finalese, comincia ad annotare ogni giorno osservazioni agronomiche e climatiche in un Giornale di Agricoltura. È l’inizio di un’ossessione che durerà tutta la vita.

    La villa sperimentale di Finale

    Gallesio chiama la sua tenuta «la mia villa sperimentale»: vi innesta, incrocia, osserva la riproduzione delle piante, mette a confronto varietà di agrumi arrivate da ogni parte d’Italia. Per trent’anni, nel Giornale dei Viaggi, annota le colture di agrumi, fruttiferi, viti e olivi incontrate nei suoi spostamenti — dal Piemonte a Napoli — confrontandole sempre con quanto cresce a Finale.

    Il Traité du Citrus e la scoperta di Darwin

    Nel 1811, a Parigi, pubblica il Traité du Citrus: primo tentativo organico di classificare il genere Citrus, con una tavola sinottica che separa per la prima volta gli aranci amari (Citrangoli) da quelli dolci (Melangoli). Aveva commissionato le tavole illustrative al pittore Antoine Poiteau; l’atlante completo non vide mai la luce, ma le tavole sono oggi conservate e pubblicate. Il libro gli valse l’ingresso in mezza dozzina di accademie scientifiche europee — e un lettore d’eccezione: Charles Darwin possedeva una copia del Traité, la annotò di suo pugno, e la citò diciassette volte nella Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico.

    L’eredità

    L’opera più ambiziosa di Gallesio resta la Pomona Italiana, pubblicata a fascicoli fra il 1817 e il 1839: un catalogo illustrato dei fruttiferi italiani che anticipa di un secolo i moderni atlanti varietali. Morì a Firenze nell’ottobre del 1839, pochi giorni dopo aver presentato a Pisa, alla prima riunione degli scienziati italiani, l’ultimo aggiornamento dei suoi studi. Riposa a Santa Croce, fra i grandi d’Italia — e nelle schede di Cornucopia dedicate al Chinotto di Savona e all’Arancio Pernambucco, dove il suo Traité del 1811 torna a essere una fonte di prima mano.

  • Il bergamotto e l’Acqua di Colonia: come un agrume calabrese profuma l’Europa dal 1750

    Il 1750 è l’anno in cui, secondo le fonti sul bergamotto, si riconobbero le proprietà dell’essenza di questo agrume per l’industria della profumeria — proprio quando Paolo Feminis, “il primo grande profumiere italiano”, mise a punto l’Acqua di Colonia. Da allora una striscia di costa calabrese, larga poche centinaia di metri e lunga appena sessanta chilometri, è rimasta l’unico luogo al mondo dove il bergamotto industriale (Citrus bergamia) si coltiva con profitto: un tentativo di introdurlo in Sicilia, dove le condizioni ambientali non erano troppo diverse, non riuscì.

    Prima di allora il bergamotto era una pianta quasi ignorata: fino al 1688 compare solo in qualche inventario di farmacia. Poi, in pochi decenni, diventa la materia prima di un profumo che avrebbe attraversato l’Europa intera — e la sua coltivazione, concentrata da Villa San Giovanni a Marina di Gioiosa Ionica, si trasforma in un’industria che nel Novecento avrebbe dato lavoro, nella sola stagione della raccolta (da novembre a febbraio-marzo, detta dai contadini “stagiuni du bacamortu”), a buona parte della popolazione agricola del Reggino.

    L’essenza, ricavata per abrasione della scorza, ha una resa che non arriva all’1% del peso del frutto: eppure bastava, negli anni Cinquanta, a rifornire le maison profumiere di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, oltre a diverse aziende italiane di Venezia, Parma, Roma, Milano e Napoli. Dal 1946 il Consorzio del Bergamotto di Reggio Calabria ammassa per legge l’intera produzione nazionale, ne certifica la qualità e ne gestisce la vendita: un caso più unico che raro di un intero settore agricolo regolato attorno a un solo, piccolissimo agrume.

    Oggi il bergamotto resta legato soprattutto al profumo — ma le fonti storiche ne ricordano anche gli usi in liquoreria, in enologia e, nella medicina popolare calabrese, come antisettico e cicatrizzante. Una parte della produzione, ancora negli anni Cinquanta, veniva lavorata direttamente a Reggio Calabria in essenze dai nomi che sono già un piccolo racconto: “Fiori del Sud”, “Fiori di Calabria”, “Calabresella”.

    Fonte: D. Novembre, La coltura del bergamotto nella provincia di Reggio Calabria, in “Bollettino della Società Geografica Italiana” (dati aggiornati al 1958-59).

  • L’uva Perusinia: un vitigno dimenticato tra Perugia e Modena

    L’uva Perusinia: un vitigno dimenticato tra Perugia e Modena

    Una ricerca tra Plinio, epigrafi romane e ampelografie ottocentesche

    Tra i vitigni antichi oggi scomparsi o irriconoscibili si trova l’uva Perusinia, o Prusinia secondo una variante testuale, menzionata da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XIV, 3). La breve citazione pliniana attribuisce alla città di Mutina (Modena) la coltivazione di questa vite a bacca nera, da cui si otteneva un vino curioso: “venia sbiancando nello spazio di quattro anni“. Una caratteristica rara, che suggerisce una vinificazione in bianco o una chiarifica naturale di un mosto originariamente rosso. Ma da dove veniva davvero questa uva? E perché portava un nome che sembra rimandare a un’altra città: Perusia, l’odierna Perugia?

    Un nome, due città: Prusinia o Perusinia?

    La chiave per comprendere l’origine di questa uva è nascosta in una variante testuale di Plinio stesso. Nel Palinsesto Veronese, una riscrittura medievale della Naturalis Historia, il vitigno viene chiamato Perusinia anziché Prusinia. La differenza di una sola lettera ha innescato nel XIX secolo una riflessione filologica e storica profonda: e se l’uva modenese fosse in realtà di origine perugina?

    Nel 1856, monsignor Celestino Cavedoni, archeologo e filologo modenese, scriveva al conte di Perugia che “la variante Perusinia mostrerebbe le antiche corrispondenze di Prusia con Mutina“. Non si trattava solo di una questione linguistica: Cavedoni suggeriva una reale migrazione agricola, sostenuta da prove materiali.

    L’epigrafe di Baggiovara e la tribù Tromentina

    Un indizio archeologico rilevante proviene da una stele funeraria romana rinvenuta nel 1843 a Baggiovara, oggi conservata al Museo Lapidario Estense di Modena. La lastra è frammentaria, ma riporta con certezza un dato: l’iscrizione alla tribù Tromentina, abbreviazione TROM. nelle epigrafi latine. Le tribù erano suddivisioni amministrative della cittadinanza romana, e la Tromentina è storicamente associata ai cittadini di Perusia.

    Questa stele attesta dunque la presenza a Mutina di gentes perugine, insediate nel territorio già in epoca imperiale. Una coincidenza con il nome Perusinia, la sua coltivazione a Modena, e la variante pliniana? O piuttosto la prova di un’antica migrazione culturale e agricola da Perugia a Modena, dove il vitigno attecchì e divenne locale?

    Una vite modenese dall’‘800 alla scomparsa

    Le fonti ottocentesche rafforzano questa ipotesi. Il Rapporto dell’Orto Agrario dell’Università di Bologna (1856) include tra le “viti modenesi” la Prusinia Plinii, confermando una percezione locale dell’origine. A pagina 75 si specifica: “è nera, ma il vino che ne risulta è bianco”.

    Anche la Biblioteca Italiana (1817) cita la Prusinia come una delle viti “ricordate da Plinio” e ancora presenti nel modenese, mentre “smarrite altrove”. Infine, negli Atti delle RR. Deputazioni di Storia Patria (1882), durante un racconto storico sull’assedio di Modena, si cita il “generoso nostro vino spremuto dall’uva Prusinia” come simbolo d’identità locale. L’uva era quindi ben nota ai modenesi dell’epoca e parte della loro tradizione vitivinicola.

    Un vitigno scomparso?

    Oggi non esiste una varietà iscritta ai repertori ampelografici moderni con il nome Prusinia o Perusinia. Non ne resta memoria diretta in campo, salvo ipotetiche discendenze non ancora indagate. Alcune delle sue caratteristiche, come la bacca nera a vinificazione chiara, possono suggerire analogie con pratiche antiche oggi scomparse o trasformate.

    Potrebbe trattarsi di un vitigno estinto, oppure rinominato nel corso dei secoli. L’assenza di dati genetici e la frammentazione delle fonti locali rendono complessa la sua identificazione. Tuttavia, la convergenza di fonti testuali (Plinio, varianti), epigrafiche (stele di Baggiovara), agronomiche (ampelografie ottocentesche) e narrative (letteratura storica modenese) giustifica pienamente l’inserimento della Perusinia / Prusinia tra i vitigni scomparsi ma documentati del patrimonio enologico italiano.

    Scheda nell’Encyclopedia

    Fonti principali

    1. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIV, 3
    2. Palinsesto Veronese, ed. Sillig
    3. Celestino Cavedoni, Lettera al conte di Perugia, 1856
    4. Nuova Silloge Epigrafica Modenese, 1843, p. 46
    5. Rapporto dell’Orto Agrario dell’Università di Bologna, 1856, pp. 48, 75
    6. Atti RR. Deputazioni di Storia Patria, 1882, p. 16
    7. Biblioteca Italiana, 1817, vol. VIII, p. 97

    Scheda a cura di Cornucopia, con ricerche d’archivio, fonti epigrafiche e analisi storica M. Toscan.

  • L’Uva Saslà e la Cerasetta, dalla Svizzera alla tradizione locale

    L’Uva Saslà e la Cerasetta, dalla Svizzera alla tradizione locale

    Secoli fa il calendario agricolo non aveva bisogno di orologi né di giornali: erano i grappoli a dire quando una stagione stava cambiando. Così, a metà agosto, quando i calanchi si tingevano di luce e le cicale riempivano l’aria con il loro canto ostinato, arrivava nella zona di Bologna il tempo dello Saslà.

    Nei poderi dei colli bolognesi le famiglie uscivano all’alba, con le ceste di vimini e i grembiuli annodati stretti. I filari pendevano di grappoli trasparenti, così chiari che il sole sembrava attraversarli. Bastava un gesto per vederli brillare come perle dorate. Così gli uomini riempivano cassette di legno ben allineate, mentre le donne sceglievano i grappoli più belli per la tavola di casa. Poi, lungo le strade polverose, carri e carretti prendevano la via della pianura. Bologna li attendeva: nei mercati cittadini lo Saslà era il segnale che l’estate aveva raggiunto il suo culmine. E non era raro che da lì partissero altre spedizioni dirette ai mercati di Vienna o Monaco, portando con sé un po’ di sole emiliano.

    Lo chiamavano Saslà, un nome dialettale che custodiva un racconto antico. Perché dietro a quel soprannome si nascondeva una delle famiglie di uve più celebri d’Europa: i Chasselas.

    La prima cosa che dobbiamo considerare quando si parla di questa uva, è che era considerata la migliore uva da tavola d’Europa, così deliziosa e popolare che si è diffusa letteralmente in qualsiasi paese, con tecniche agronomiche e incroci per farla produrre e radicare su vari terreni. 

    Ogni paese sembra avere avuto qualche forma di chasselas. A Modena ad esempio, era conosciuta come Cerasetta, anche se qui parliamo della sua variante rosata (secondo Aggazzotti) o violetta (secondo gli annali della sperimentazone agraria del 1940, cerise o cerasa erano termini usati localmente come sinonimi di chasselas violetto), deliziosa sia per spumanti rosati molto minerali e sapidi (a proposito, se chi legge è di Modena, possiamo colleborare per un possibile vino spumante da ottenersi con quest’uva). Il motivo di questo nome sta forse nel colore, o forse nel fatto che veniva maritata proprio al ciliegio (Malvasia, 1927). E’ comunque incontrovertibile che secondo il prestigioso libro di Rovasenda l’uva ceraso o cerasetta era chasselas rosato.

    Quindi, da dove arriva, in principio, quest’uva?

    Dalle prime menzioni cinquecentesche al nome “Chasselas”

    Prima di arrivare a Bologna, quest’uva aveva già fatto un lungo viaggio. Nel 1539, l’erborista tedesco Hieronymus Bock la descrive nel suo New Kreüterbůch con il nome di Gross Fränkisch o Edeldrauben (Bock, 1539). All’epoca le viti erano osservate e catalogate come parte dell’enciclopedia naturale del mondo: piante da nominare e studiare, oltre che da coltivare.

    Nel 1612, lo svizzero Johann Bauhin la ricorda con un altro appellativo, Fendant o Lausannois (Bauhin, 1612), legandola alle rive del lago di Ginevra. Era già un vitigno diffuso in più paesi, capace di cambiare nome a seconda del paesaggio che lo accoglieva.

    Il salto decisivo avviene nel 1654, quando il giardiniere reale Nicolas de Bonnefons usa per la prima volta la parola “Chasselas” nelle sue Délices de la campagne (Bonnefons, 1654). Il nome sembra derivare da un villaggio presso Mâcon, in Borgogna, dove la vite era già coltivata. Da allora “Chasselas” sarebbe rimasto il termine che identifica la famiglia, riconosciuto come simbolo di un’uva da tavola raffinata, precoce e croccante, amata per la trasparenza dei suoi acini.

    Ma quindi, le voci che la volevano una varietà turca o libanese? Smentite, da analisi su centinaia di microsatelliti, che ne hanno inequivocabilmente fissato le origini in Svizzera, dove ancora oggi viene usata per produrre vino, oltre che essere usata da tavola.

    Nel 2009, Vouillamoz & Arnold hanno condotto uno studio genetico che ha dimostrato come il Chasselas non provenga dall’Oriente, ma dall’Europa occidentale, in particolare dall’Arc lémanique, la regione del Lago di Ginevra, in Svizzera (Vouillamoz & Arnold, Revue Suisse de Viticulture, 2009). Qui si riscontrava già nell’Ottocento la massima diversità clonale, indizio del suo epicentro evolutivo.

    Le analisi hanno inoltre rivelato legami stretti con vitigni alpini come Nebbiolo, Lagrein, Teroldego, Refosco, Altesse, Viognier, e hanno mostrato come il Chasselas abbia dato origine per incrocio naturale al Mornen Noir. È dunque un vitigno figlio dell’arco alpino, e non dell’Oriente, come per lungo tempo si era pensato.

    Acerbi 1825: le “uve straniere”

    La prima vera comparsa in Italia però a quanto sono riuscito a risalire, è del 1825, quando Giuseppe Acerbi cita il Chasselas tra le uve straniere (Acerbi, 1825). Non è ancora percepito come vitigno “nostro”, ma come una rarità esotica, introdotta da poco nei cataloghi italiani.

    Nella seconda metà dell’Ottocento il Chasselas si afferma come la regina delle uve da tavola, ma la sua stessa popolarità genera confusione. I cataloghi orticoli moltiplicano i nomi: dorato, rosa, violetto, musqué, Montauban, Curtiller, Napoléon, Grévy.

    Nel Giornale Vinicolo Italiano (1882), il professor Alexis Millardet ipotizza addirittura di incrociare il Chasselas con la Vitis aestivalis americana per ottenere viti resistenti alla fillossera mantenendo la qualità del frutto (Millardet, 1882).

    Nel Bollettino del Comizio Agrario di Alessandria (1884) e nell’Italia Agricola dello stesso anno, il Chasselas viene celebrato come la più elegante delle uve precoci, amata dai francesi, diffusa in tutta Europa. Ma gli agronomi notano con preoccupazione la selva di sinonimi che confondeva i vivaisti, al punto da rendere difficile distinguere le varietà autentiche (Italia Agricola, 1884).

    Alla fine del secolo, la voce di Farneti non lascia dubbi: il Chasselas è “la migliore di tutte per usi di tavola” (Farneti, Le uve da tavola, 1892). Le descrizioni sono chiare: il Chasselas de Fontainebleau, giallo-verdastro che a maturità si colora di rosso, è considerato “la migliore uva che si mangi a Parigi”; il Chasselas doré, con acini color ambra, è eccellente; il gros Coulard porta chicchi enormi; il musqué profuma come un moscato.

    Cavazza, Tamaro e la classificazione scientifica

    Con il nuovo secolo, la viticoltura italiana cerca ordine. Nel suo manuale di Viticoltura (1914), Domizio Cavazza colloca i Chasselas come “il più magnifico e prezioso” tra i gruppi di uve da tavola, e li propone come riferimento di precocità (Cavazza, 1914). Arriva a censire quasi 200 varietà di Chasselas in Italia, pur riconoscendo che solo una decina avevano reale importanza, tra cui il doré, il lacinie, il gros Coulard, il musqué, il precoce de Fontainebleau.

    Un anno dopo, nel suo manuale Uve da tavola (1915), Domenico Tamaro offre descrizioni minuziose. Il Chasselas bianco (dorato di Fontainebleau) coincide perfettamente con lo Saslà bolognese: grappoli medi, acini giallo-dorati, polpa croccante, sapore dolce e gradevole. Tamaro distingue anche il rosa, dal colore delicato ma sensibile alle intemperie (probabilmente la Cerasetta modenese, che da Aggazzotti è infatti descritta come molto sensibile); il violetto, appariscente e precoce; il musqué, con note aromatiche. Tutti conservano i tratti comuni: maturazione precoce, buccia sottile, polpa succosa.

    Negli Annali della sperimentazione agraria (1937) compaiono gli ibridi ungheresi di Mathiasz: il Chasselas Tompa Michele, la Bella di Cegléd, il Fiore di Kecskemét. Vitigni che testimoniavano il ruolo del Chasselas come base per sperimentazioni, capace di offrire grappoli dolci e precoci ma di adattarsi a nuovi incroci (Annali, 1937).

    Lo Saslà bolognese

    In Emilia, il Chasselas diventa Saslà. Sui colli di Monteveglio, Serravalle e Casalecchio, nei piccoli orti e nei vigneti a conduzione familiare, matura a metà agosto e inaugura la stagione. È un’uva dorata e trasparente, con buccia sottile e polpa croccante, capace di conservare la freschezza per una ventina di giorni. Nel Novecento raggiunge persino i mercati di Austria e Germania, ma dagli anni ’60 viene progressivamente sostituito da uve più “produttive”, come l’Italia e la Regina. Lo Saslà resta così un ricordo, un nome dialettale sopravvissuto nella memoria contadina.

    La prima considerazione che mi viene da fare a questo punto è – quanto è produttivo invece il fatto che compriamo l’uva da tavola all’estero perché i costi di produzione non la rendono profittevole? E’ più produttivo un mercato lasciato morire, o cercare di proporre qualcosa di respiro italiano come prodotto di eccellenza? Anche se, non nego, per quanto deliziosa forse il saslà non sarebbe proprio la mia prima scelta, ma ci torniamo dopo.

    Il Saslà bolognese è quasi certamente una forma locale del Chasselas dorato, l’uva di Fontainebleau che ha viaggiato in tutta Europa. In questo nome dialettale emiliano si concentra una storia che attraversa cinque secoli: dalle prime menzioni cinquecentesche, ad Acerbi che lo definiva straniero, ai cataloghi ottocenteschi, alle classificazioni di Cavazza e Tamaro, fino alle ricerche genetiche del XXI secolo.

    Assaggiarlo oggi significa non solo gustare un acino croccante e dolce, ma ritrovare un frammento della storia agricola europea che ha messo radici a Bologna, trasformandosi in identità locale.

    Considerazioni finali

    Il saslà è un’uva dal sapore delizioso, radicata da almeno un paio di secoli nel nostro territorio e a tutti gli effetti può considerarsi un vitigno, se non storico perchè comunque internazionale, sicuramente parte della tradizione popolare contadina bolognese e possibilmente adattato al terroir locale al punto di potersi considerare quasi autoctono (come la Barbera bolognese, per dire). Non sempre, a supporto di una storia importante, si può anche proporre una qualità così deliziosa anche al palato, ed è interessante sapere che si potrebbe anche produrne un vino molto interessante (il custode Giorgio Erioli mi ha confessato di averci provato, e conferma). 

    Eppure, ad essere sincero, penso che la grande varietà di uve bolognesi da tavola, alcune sicuramente di origine rinascimentale o medievale, avrebbe un racconto ancor più profondo e articolato da proporre. Pensiamo alle uve Angela, Paradisa (questa la vera regina del mercato del secolo scorso), Sampiera, Lugliatica. Se dovessi ipotizzare un marchio di qualità per le uve da tavola bolognesi, per dire, per me sarebbe imprescindibile comprenderle tutte. 

    Consideriamo a prova di ciò, che il grande mercato dell’uva da tavola bolognese è stato anche uno dei fattori che hanno pregiudicato il prestigio dell’enologia felsina che oggi riposa solo su vitigni internazionali, uno “importato” (Barbera) e uno di dubbie origini (Grechetto Gentile). Bologna, come Piacenza, esprime qui la sua anima, come nessun’altra città Emiliana.

    Detto questo, nel mese di Settembre ci sono ben quattro eventi sull’uva saslà che si ripetono ogni anno, chi è di passaggio non perda l’occasione si assaggiarla! 

    Per approfondire

    • Hieronymus Bock – New Kreüterbůch, 1539.
    • Johann Bauhin – Historia Plantarum Universalis, 1612.
    • Nicolas de Bonnefons – Les Délices de la campagne, 1654.
    • Giuseppe Acerbi – Delle viti italiane e straniere, 1825.
    • Giornale Vinicolo Italiano (Millardet), 1882.
    • Italia Agricola, 1884.
    • Bollettino del Comizio Agrario del circondario di Alessandria, 1884.
    • Farneti – Le uve da tavola, 1892.
    • Domizio Cavazza – Viticoltura, 1914.
    • Domenico Tamaro – Uve da tavola; economia della coltivazione, varietà, coltivazione, conservazione e cura dell’uva, Hoepli, Milano, 1915.
    • Annali della sperimentazione agraria, 1937.
    • Vouillamoz & Arnold – Revue Suisse de Viticulture, Arboriculture, Horticulture, 2009.

    Albero delle varietà di Chasselas (Saslà) nell’Ottocento

     

    Altre varietà di Chasselas

      • Chasselas bocche del Rodano: grappoli grandi e compatti, acini sferici e grandi, color rosato.

      • Chasselas Cioutat: grappoli medi o piccoli.

      • Chasselas Moscato: acini rotondi, medi, verde tendente al giallo dorato. Conosciuto anche come Chasselas a foglie laciniate, Spagnuola, Uva d’Egitto, Africana.

      • Chasselas Coulard: grappolo medio, cilindrico, spargolo per colatura, acini grandi, giallo dorato. Sinonimi: Gros-Coulard, Perle Blanche, Imperiale precoce, Duca di Malakoff, Diamant.

      • Chasselas Falloroux: acini sferici, grandi, giallo sfumato di roseo sul lato esposto al sole. Sinonimi: Rigio, Chasselas Rosé du Pont.

      • Chasselas Maria: grappoli grandi e spargoli, acini ellissoidi arrotondati, giallo verdastro, un po’ dorati verso il sole. Più tardivo degli altri Chasselas.

      • Chasselas Moscato (variante): grappoli conici, spargoli, acini medi, giallo-bianchicci, appena dorati dal sole, sapore leggermente moscato.

      • Chasselas di Negroponte: simile al rosato, ma con grappoli più corti ed acini più piccoli e scuri.

      • Chasselas Rosato: detto anche Rosé Royal, Rosé Fendant, Tokay Rosé, Fendant Rosé, Frankentraube, Rotedel, Tramontaner. Grappoli medi o grandi, conici, alati, poco compatti; acini sferici, di bel colore rosato.

      • Chasselas Violetto: grappoli medi, alati, poco compatti; acini sferici, un po’ ineguali, di color rosa violetto chiaro. Sinonimi: Cérèse, Chapelet Rosé, Königlicher Gutedel, Lacryma Christi Rosé, Zlaktina, Kralieva.

      • Chasselas Curtiller: grappoli medi, cilindro-conici, alati; acini ovali globulosi, verdognolo chiaro, leggermente rosato dal sole. Sinonimi: Admirable de Courtilier, Blanc de Courtilier.

      • Chasselas Villa Pasini: incrocio di Garganega con Chasselas Dorato. Grappoli variabili; acini medi, sferici o cubo-ovali, di color “cipro nero”. Uva da cui si ottiene il celebre vino di Cipro, descritto dal Rovasenda come la più squisita da lui assaggiata. Grappoli cilindro-conici, acini grandi, ellissoidi corti, nero-bluastri.

    Elenco delle migliori uve da mensa secondo Marzotto

    Per consumo locale

      • Precoci: Bianca di Forster, Bianca d’Ambra, Luglienga bianca, Luglienga nera, Portoghese blu.

      • Medie: Chasselas Dorato, Chasselas Violetto, Chasselas Negroponte, Chasselas Rosato, Chasselas di Spagna, Bellino, Fiutindo, Moscato fior d’arancio, Moscato nero di Napoli, Moscato Puy de Doe, Frankenthal, Malvasia rossa di Piemonte, Sant’Antonio di Spagna.

      • Tardive: Uva della Madonna, Dorona di Venezia, Garganega comune e piramidale, Moscato giallo, Moscato rosato, Uillade bianca, Pelaverga di Saluzzo, Trebbiana di Vicenza.

    Per esportazione: Angiola, Besgano, Barbarossa, Colombana di Peccioli, Dorona, Erbaluce, Favorita, Garganega, Gerosolimitana, Invernesca, Moscato di Alessandria (Sultanina), Moscatellone bianco e nero, Olivetta rossa, Paradisa, Pergolone di Pescara, Pizzutello, Servant bianco, Turra bianca, Sangiovella, Uva Regina, Uva rossa, Verdea, Vermentino.

    Per conserva in acquavite: Bermesta bianca e violetta, Olivetta di Odart (Uva Salpiccia), Olivetta rossa, Bicane, Uva Regina, Pizzutello, Rasaki d’Ungheria, Rasaki d’Antiochia, Lattuarja, Pergolone di Pescara, Pergolese, Dattero di Beyrouth.

  • Alionza, il bianco dimenticato di Bologna

    Alionza, il bianco dimenticato di Bologna

    Imola, fine Quattrocento. La città è in fermento: Cesare Borgia ha preso possesso della rocca e le strade si riempiono di soldati, notabili e ambasciatori. Nei saloni della corte si apparecchiano banchetti sontuosi, con carni speziate, formaggi stagionati e dolci arricchiti di miele. Tra i calici che scorrono in abbondanza, uno in particolare cattura l’attenzione del duca: un vino chiaro, profumato, dal gusto fresco e rotondo. È un bianco ottenuto da un’uva che i contadini delle colline chiamano Alionza, conosciuta anche come Leonza.

    Si racconta che Cesare, compiaciuto, ne inviasse botticelle a Roma, affinché anche suo padre, papa Alessandro VI potesse gustare quel nettare bolognese. È il primo riflesso di una storia lunga secoli, in cui questa vite si intreccia con la cultura agricola dell’Emilia, diventando simbolo di una viticoltura tanto radicata quanto fragile.

    È proprio in questo contesto che incontriamo per la prima volta l’Alionza, un vitigno che, dal Medioevo all’età moderna, ha accompagnato la vita delle campagne bolognesi.

    Le origini

    Le prime tracce dell’Alionza risalgono al XIV secolo, quando Pier de’ Crescenzi, padre dell’agronomia medievale, descrive nel suo Ruralia Commoda una “uva Schiava” presente nelle colline bolognesi. Ma è nel Seicento che il nome specifico compare con chiarezza: Vincenzo Tanara, nel 1644, la cita come “Leonza” tra le varietà coltivate nel Bolognese. Nei secoli successivi le fonti abbondano: cronache agronomiche, inventari parrocchiali, registri catastali. L’Alionza era parte integrante delle vigne promiscue, intrecciata a gelsi e olmi nelle piantate tipiche della pianura e coltivata a pergola sulle colline.

    Il favore dei secoli

    Perché tanto apprezzata? Innanzitutto per la rusticità: resisteva alle gelate, alle malattie e garantiva grappoli anche in annate difficili. I suoi acini dorati, spesso soggetti a “acinellatura dolce”, regalavano chicchi piccoli e zuccherini che venivano consumati anche come uva da tavola. Vinificata, dava un vino fresco, floreale e profumato, di buona acidità, capace di accompagnare i piatti grassi della cucina emiliana. Non a caso, tra Sette e Ottocento, autori come Cosimo Trinci e Giuseppe di Rovasenda la citano tra le varietà di pregio. Per Bologna e il suo contado l’Alionza era un bianco identitario: non troppo aristocratico, ma elegante nella sua semplicità.

    Il declino

    L’Ottocento segna però l’inizio della crisi. La fillossera mette in ginocchio la viticoltura europea e, nel reimpianto, molti viticoltori scelgono varietà più produttive e costanti. L’Alionza paga la sua irregolarità produttiva dovuta all’acinellatura, che rendeva la resa incerta. La sua fama, pur luminosa nei secoli passati, comincia a sbiadire. Nel Novecento sopravvive solo in pochi filari delle colline bolognesi e modenesi, confusa a volte con altre “Schiave bianche” o sostituita da vitigni più redditizi. A poco a poco l’Alionza scivola nell’oblio, fino a rischiare la scomparsa.

    La riscoperta

    Oggi, grazie agli studi ampelografici e genetici, la sua identità è stata finalmente chiarita. È risultato che l’Alionza è strettamente imparentata con la Garganega, uno dei grandi vitigni bianchi del Nord Italia, e vicina al Trebbiano Toscano. La Regione Emilia-Romagna l’ha iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 1989 e la tutela come vitigno a rischio di erosione genetica. Alcuni vignaioli coraggiosi – tra i Colli Bolognesi e il Modenese – l’hanno recuperata, sperimentando vinificazioni in purezza e versioni spumante che esaltano la sua fragranza. Nomi come Cantina Erioli, custode inserito nel racconto di Cornucopia, o Gradizzolo sono oggi custodi di questo bianco dimenticato.

    Il valore ritrovato

    Coltivare Alionza nel XXI secolo non significa puntare a grandi numeri, ma a un patrimonio culturale. È un atto di memoria, un ponte tra i banchetti rinascimentali e i calici moderni, tra la voce di Tanara e quella dei vignaioli di oggi. Il suo vino, fresco, floreale e sapido, racconta la storia di una Bologna agricola e collinare che rischiava di sparire. Degustare un calice di Alionza significa riportare alla luce un frammento identitario, un modo di fare vino legato al territorio e alla resilienza.

    E poi io non so voi, ma a me fa un certo effetto pensare di bere un vino che era lo stesso che aveva bevuto anche Papa Borgia, che era uno che di vizi a quanto pare ne sapeva qualcosa.

    Il gusto ritrovato

    Oggi l’Alionza accompagna con grazia i tortellini in brodo, le paste al forno, le carni bianche e i pesci delicati. Nella sua veste frizzante o spumante è perfetta come aperitivo, insieme a salumi e crescentine. È un vino che non impone, ma accompagna, e proprio in questa sua misura elegante risiede il suo fascino.

    Un bicchiere di Alionza è un viaggio nel tempo: il profumo dei fiori di campo, il colore dorato dei grappoli maturi, il racconto di una viticoltura che ha rischiato di scomparire e che oggi torna a vivere. È la voce gentile del Bolognese, ritrovata in un calice.

    Scheda dell’Alionza su Encyclopedia Cornucopia