Tema: Storia del vino

Rubrica: storia del vino e dei territori vinicoli, fra fonti, tecniche e terroir.

  • Il polline che distingue la vite selvatica dalla coltivata: la terramara di Poviglio

    Per sapere se in un sito preistorico si coltivasse la vite, gli archeologi contano i granuli di polline. Uno studio del 2021 condotto sulla terramara Santa Rosa di Poviglio, nel Reggiano, mostra che quel conteggio nascondeva un problema — e che a risolverlo è un dettaglio che i viticoltori conoscono benissimo, ma che nessun archeologo aveva pensato di usare.

    Due pollini per la stessa pianta

    La vite ha un dimorfismo pollinico. I fiori ermafroditi e quelli maschili producono un polline trizonocolporato, cioè con tre aperture. I fiori femminili producono invece un polline inaperturato: liscio, senza aperture. Due forme diverse, prodotte dalla stessa specie.

    La cosa conta perché le due sottospecie della vite si comportano in modo opposto. La vite selvatica (Vitis vinifera subsp. sylvestris) è dioica: ci sono piante maschili e piante femminili, separate. La vite coltivata (subsp. vinifera) ha fiori ermafroditi, e proprio questo la rende produttiva senza bisogno di un partner: è uno dei caratteri che definiscono la domesticazione.

    Il sapere dei viticoltori, ignorato dagli archeologi

    Il dimorfismo, scrivono gli autori, è «ben noto in viticoltura, per le implicazioni sulla resa del vigneto». Ma la palinologia applicata all’archeologia non l’aveva mai considerato, e la forma inaperturata era semplicemente ignorata dagli studi sulla storia archeobotanica della viticoltura. Il titolo del lavoro dice esattamente questo: condividere con l’archeologia il sapere agrario.

    Poviglio: il primo ritrovamento

    La terramara Santa Rosa di Poviglio, sito del Bronzo medio e recente, è stata studiata a lungo dal punto di vista geoarcheologico e paleoambientale per ricostruire il sistema silvo-agro-pastorale di quella cultura. Di vite non ci sono macroresti, ma il polline trizonocolporato compare in molti campioni.

    La novità è che vi è stato riconosciuto anche polline inaperturato di vite: è il primo ritrovamento in un sito archeologico. Il dato indica la compresenza, sul posto, di piante maschili o ermafrodite — che producono il polline con le aperture — e di piante femminili, che producono quello liscio.

    La domanda che apre

    Se i fiori femminili appartengono alle piante dioiche, e le piante dioiche sono la vite selvatica, allora il polline inaperturato può essere un marcatore della vite selvatica in età preistorica? Gli autori pongono la domanda senza chiuderla, e indicano una nuova strategia d’indagine sulla storia antica della vite selvatica e coltivata. Il contesto rende la questione pesante: il Bronzo è l’età critica del passaggio dalla vite selvatica a quella domesticata nel Mediterraneo centrale.

    Perché la vite non è come l’olivo

    C’è poi una conseguenza di metodo che riguarda tutta la palinologia mediterranea. L’indice OJCOlea, Juglans, Castanea: olivo, noce, castagno — è usato come segnale di presenza umana e di coltivazione. Funziona perché quelle tre piante hanno la stessa morfologia pollinica e la stessa dispersione sia da selvatiche sia da coltivate: il polline non cambia.

    La vite no. Il suo segnale pollinico nei record del passato può essere diverso a seconda della sottospecie, ermafrodita o dioica, e il dimorfismo implica anche una produzione e una dispersione del polline differenti fra selvatica e domesticata. Leggere quel segnale come si legge quello dell’olivo, insomma, è un errore possibile: la vite è palinologicamente un caso a sé fra gli alberi «culturali» del Mediterraneo.

    Il filo con la Malvasia

    Vale la pena notare dove porta questo carattere quando lo si guarda dal lato del vigneto invece che dello scavo. Esistono viti coltivate con fiori morfologicamente ermafroditi ma funzionalmente femminili, ed è precisamente il caso della Malvasia Casalini, o odorosissima: i suoi fiori femminili allegano male, la resa crolla, e per questo la varietà è stata sostituita nei vigneti dalla Malvasia di Candia aromatica fino a ridursi sull’orlo dell’estinzione. Lo stesso tratto che in un vigneto del Novecento fa perdere quintali, in una terramara del Bronzo permette di distinguere una pianta selvatica da una coltivata. Non è una coincidenza che Cristina Bignami firmi entrambi i lavori.

    A.M. Mercuri, P. Torri, A. Florenzano, E. Clò, M. Mariotti Lippi, E. Sgarbi, C. Bignami, Sharing the Agrarian Knowledge with Archaeology: First Evidence of the Dimorphism of Vitis Pollen from the Middle Bronze Age of N Italy (Terramara Santa Rosa di Poviglio), in «Sustainability», 13, 2287, 2021 (doi: 10.3390/su13042287). Ad accesso aperto.

  • I vini premiati all’Esposizione di Torino, 1864

    La stessa Esposizione di Torino del 1864 produsse due sguardi opposti sul vino italiano. In giugno la commissione enologica aveva pronunciato la sua diagnosi severa (ne abbiamo raccontato la relazione qui): uve magnifiche, vini mediocri. In dicembre, però, la Sezione III — Enologia pubblicò l’elenco dei premiati, ed è un documento di segno opposto: non la regola, ma le eccezioni. I pochi vini che, in mezzo a tanta approssimazione, indicavano già la strada.

    L’oro: Brolio e Asti

    La massima onorificenza — la medaglia d’argento dorato — andò, a pari merito, a due soli nomi. Il primo è quello del barone Bettino Ricasoli, che a Brolio, in Toscana, presentava undici vini. Fra questi i giurati distinsero un aleatico di lusso del 1840 e, soprattutto, un rosso scelto del 1863 «di Sangiovese e Canaiolo», definito «tipo eccellente di vino scelto». È un dettaglio che oggi fa sobbalzare: quella coppia di uve, Sangiovese e Canaiolo, è la formula intorno a cui Ricasoli stava in quegli stessi anni costruendo il Chianti moderno. A Torino, nel 1864, se ne premiava un’anteprima.

    Accanto a lui, il piemontese Francesco Varvello di Asti, con quarantadue campioni: i migliori un nebbiolo secco del 1859, un nebbiolo amabile del 1863 e un grignolino del 1861. Toscana e Piemonte, i due poli che di lì a poco avrebbero guidato il vino italiano, erano già sul podio.

    L’ombra lunga di Oudart

    Fuori concorso, perché il suo autore sedeva fra i giurati, spiccava un’altra collezione: i ventitré vini che il cav. Louis Oudart — l’enologo francese che firma anche la relazione di giugno — aveva ottenuto nelle Langhe, nel circondario d’Alba. Bianchi secchi per l’antipasto, comuni e scelti per le vivande di mezzo, robusti per l’arrosto, amabili per i dolci, generosi per la frutta, e perfino spumanti: una gamma completa, giudicata «la più importante dell’Esposizione». Era la dimostrazione vivente della tesi di quell’anno: con le stesse uve, sapendole lavorare, si otteneva tutto.

    L’argento: un giro d’Italia

    La medaglia d’argento premiò nove collezioni, e a leggerne l’elenco si attraversa la penisola. Da Caluso, presso Ivrea, il conte Della Torre con un curioso «pelleverde» del 1847; dall’isola d’Elba, Jacopo Foresi con un bianco chiamato «biancone di Longone»; da Loreto, nelle Marche, un lacrima e due varietà di «balsamino»; da Pollenzo d’Alba un nebbiolo e un barolo del 1863; da Lipari, dal Brindisino, da Torre del Greco, i vini meridionali e i lacrima del Vesuvio, bianchi e rossi. Una geografia del gusto messa in fila in poche righe.

    Il bronzo, e i vini di Romagna ed Emilia

    Trentaquattro furono le medaglie di bronzo, ed è qui che affiorano i nomi di casa nostra. Da Faenza, il conte Zauli-Naldi con un vin santo e un bianco detto «San Mamante» del 1862; da Brisighella, i fratelli Ceroni con un «misto ambra» del 1862; da Traversetolo, nel Parmense, Cesare Pazzoni con un «barbarossa» e un «malvatico» bianco; da Piacenza, il conte Cigala Fulgosi con i suoi bianchi; e persino un «riminese» premiato fra i vini dell’isola di Pianosa. Non manca un lambrusco nero, presentato da un espositore dell’Alessandrino.

    Intorno a loro, un campionario di vitigni che è già un piccolo atlante ampelografico: brachetto, barbera e grignolino d’Asti; erbaluce, neretto e moscatello del Canavese; cortese e bonarda dell’Alessandrino; moscato e malvasia un po’ ovunque; montepulciano, tokay, passeretta. Nomi che in molti casi raccontano territori precisi, e che spesso — come il «barbarossa» parmense o il «malvatico» — sopravvivono oggi solo nella memoria di poche colline.

    Una mappa del futuro

    Messo accanto alla relazione di giugno, l’elenco dei premiati cambia il tono del racconto. Là si diceva che non sapevamo fare il vino; qui si vede che qualcuno, in ogni angolo d’Italia, aveva già cominciato a farlo bene — e che dalla Toscana di Ricasoli al Piemonte di Varvello e Oudart, fino alle colline di Romagna e d’Emilia, erano già seminati i vini e i vitigni su cui il secolo seguente avrebbe costruito. Raccontare i sapori dimenticati significa anche rileggere queste liste di premi come una carta geografica: molti di quei nomi li ritroviamo, altri li abbiamo perduti per strada.

    Fonte: Sull’Esposizione agraria tenutasi in Torino nel 1864 — Relazione, Sezione III: Enologia. Premiati, in «Economia Rurale», Torino, fascicolo 24, 25 dicembre 1864, pp. 701-705 e segg. I nomi di produttori, vini e annate sono trascritti dal testo originale.

  • «Le uve sono eccellenti, i vini no»: la relazione enologica di Torino, 1864

    Nel giugno del 1864 Torino, da poco capitale del Regno d’Italia, ospita una grande Esposizione. Nella sezione dedicata ai vini una commissione di esperti assaggia e giudica un numero enorme di campioni: millecentotrentanove, arrivati da tutta la penisola. Alla fine i relatori mettono per iscritto un verdetto che suona quasi come una confessione collettiva: di quei 1139 vini, pochissimi meritano davvero il nome di vini eccellenti.

    Fra i saggi dei vini sottoposti all’esame dei Giurati (e toccano essi al considerevole numero di 1139) convien confessare, pochissimi essersene rinvenuti, che rispondessero veramente a tutte le condizioni richieste.

    Relazione della Sezione Enologica, Torino 1864

    Il documento che ne nasce non è un elenco di premiati: è un ritratto senza sconti dell’enologia italiana di metà Ottocento. E la sua tesi di fondo è tanto severa quanto incoraggiante: se i nostri vini sono mediocri, la colpa non è della terra né della vite.

    «La colpa non è della vite»

    È questo il punto che la commissione ripete con insistenza. Le uve italiane, scrivono, sono materia prima straordinaria, capace di dare i vini più raffinati d’Europa.

    Le uve che produssero cotesti vini sono eccellenti, ricche, di proprietà variate, capaci di fornire i vini i più squisiti.

    Eppure quelle stesse uve finiscono in vini incerti, aspri, torbidi, pesanti. Perché? La risposta, i relatori la danno senza giri di parole: perché non sappiamo farlo, il vino, né quello comune né quello di lusso. E il primo errore comincia molto prima della cantina, nella scelta stessa dei vitigni: troppi vini comuni nascono da un miscuglio casuale di uve, alcune di poco pregio o di difficile maturazione. Scegliere i vitigni giusti, dicono, è «la prima cura da raccomandarsi ai coltivatori».

    Vigna bassa e vigna alta

    La seconda causa sta nel modo di allevare la vite. La relazione mette a confronto due mondi. La vigna alta — la vite maritata agli alberi, i pergolati, gli alteni della pianura padana, con l’uva sospesa lontano dal suolo — cresce rigogliosa ma dà grappoli che maturano male e in modo disuguale: ne escono vini «austeri e ruvidi», duri e legnosi. La vigna bassa, potata e contenuta, offre invece uve più fini e vini più sani.

    La vigna bassa e gentile a pari circostanze, convien dichiararlo, offre sempre prodotti più fini che la vigna alta, e a grande sviluppo di vegetazione.

    È una presa di posizione che, letta oggi, anticipa di decenni la viticoltura moderna: la rinuncia alla piantata promiscua a favore del vigneto specializzato.

    La vendemmia, tra fretta e ladri

    Poi viene la vendemmia, e qui la relazione fotografa un’Italia contadina fatta di abitudini tenaci. In molti paesi si fissa un giorno unico per raccogliere, spesso per difendersi dai ladri e dai «girovaghi» che invadono le vigne aperte: così si vendemmia tutto insieme, uva matura e uva acerba, con danno alla qualità. Il Governo ha ormai vietato di imporre date fisse, lasciando a ciascun proprietario la scelta del momento giusto — ma il vecchio costume resiste.

    C’è poi una geografia del gusto che i commissari colgono con finezza: i vini delle province meridionali tendono a essere troppo dolci o troppo alcolici e poveri di profumo; quelli delle regioni settentrionali, più aromatici, sanno spesso di acerbo. Entrambi i difetti si correggono lavorando sui tempi di raccolta e, soprattutto, scegliendo uve a maturazione precoce, «delle quali per buona sorte ce n’ha parecchie eccellenti».

    Dal grappolo al tino

    La parte centrale della relazione è un piccolo manuale di vinificazione. I difetti dei vini fini, osservano, nascono quasi tutti dai metodi di lavorazione. Trasportare l’uva schiacciandola, lasciarla macerare troppo a lungo nei tini all’aria aperta, mescolare tralci e foglie al mosto: tutto questo innesca fermentazioni sbagliate — lattiche, butirriche, acetiche — che rovinano il vino prima ancora che sia nato.

    Sulla pigiatura i relatori sono quasi appassionati. Diffidano dei cilindri meccanici, che spappolano la parte polposa e trattengono troppa sostanza nelle bucce; preferiscono i piedi del vignaiolo, «lavati e ripuliti», o meglio ancora una cassa di legno dal fondo forato, posata sopra il tino, dove due uomini pigiano senza fatica mentre il mosto cola limpido: un metodo — dicono — che rende più mosto e vino migliore, e che accostano a quello messo a punto in quegli anni da un certo enologo Buelli.

    La fermentazione e il nemico di primavera

    Sul momento della svinatura — quando separare il vino dalle vinacce — la relazione è categorica, e lo stampa quasi a caratteri di scatola:

    Non esservi mai pericolo veruno di svinar troppo presto; mentre si corrono gravi rischi di perdere il vino o di farlo cattivo col ritardare la svinatura.

    Da lì in avanti è un susseguirsi di consigli pratici: fermentazioni brevi per le uve poco mature, un po’ più lunghe per quelle appassite; botti solforate e mai colme del tutto, perché il vino continua a lavorare; travasi regolari fino a primavera, la stagione in cui il vino mal fatto rischia di inacetire senza rimedio. È l’esperienza di chi ha visto marcire troppe botti, tradotta in regole semplici per «il più umile vignaiuolo».

    Chi firma — e una collezione di duecento viti

    In fondo alla relazione ci sono due nomi: Oudart e Panizzardi. Il primo è Louis Oudart, l’enologo francese che in quegli stessi anni sta contribuendo a rifondare i grandi rossi del Piemonte: non stupisce che il testo trasudi il rigore della scuola francese unito a una conoscenza minuta delle campagne italiane.

    E in apertura del fascicolo, quasi un contrappunto luminoso a tanta severità, una notizia: a Rocchetta Tanaro, nell’Astigiano, il marchese Leopoldo Incisa espone oltre duecento varietà di viti, ciascuna coltivata in vaso, la maggior parte con i frutti. Mentre la commissione lamenta che non sappiamo fare il vino, c’è già chi, vite per vite, sta costruendo l’alfabeto su cui l’enologia italiana imparerà a scriverlo.

    Il seguito di questa storia è nei vini premiati della stessa Esposizione: le poche eccezioni che già indicavano il futuro.

    Fonte: Sull’Esposizione dei vini tenutasi in Torino nel giugno 1864 — Estratto dalla Relazione della Sezione Enologica, in «Economia Rurale», Torino 1864, pp. 454-469 (relatori L. Oudart e Panizzardi). Le citazioni sono verbatim dal testo originale.

  • La Prusinia di Plinio e la Vite Modanese

    Plinio il Vecchio ricorda l’uva Prusinia, introdotta per innesto nel suolo modenese e divenutane una specialita`: aveva l’acino nero, e il vino che se ne spremeva si trasformava da nero in bianco dopo un quadriennio — «nigro acino intra quadriennium albescente vino» (Hist. Nat., l. XIV).

    La Vite Modanese di Filippo Re

    Nel Catalogo delle piante coltivate nell’Orto agrario della R. Universita` di Bologna (1812), Filippo Re appone alla Prusinia di Plinio il nome di Vite Modanese, «percheé ai giorni di quel grande naturalista abbondava nell’agro modenese». L’avvocato Filippo Spezzani di Modena gliene aveva inviato i magliuoli, avendone fatto un vino «ad uso di Sciampagna», bianco e assai buono.

    Maini, interrogati gli agronomi del suo tempo, pote` solo accertare che di quella varieta` restavano alcune viti in un fondo dei fratelli Reggianini di Modena, ma che i periti non vi riconoscevano i caratteri attribuiti da Plinio alla Prusinia.

    Fonti: Plinio, Naturalis Historia, l. XIV; F. Re, Rapporto sullo stato dell’Orto Agrario, Milano 1812; riportati in L. Maini, 1851. Da integrare con immagini.

  • I nomi delle uve modenesi: note etimologiche

    Un «prestantissimo filologo concittadino» corredo` il catalogo di osservazioni sull’etimologia dei nomi dialettali di alcune uve modenesi (riportate da Maini, 1851).

    Lambrusca e Lambrusco

    Poicheé il vocabolo indica una sorte di vite e uva salvatica (la Labrusca e Labruscum di Columella), il filologo osserva che i Lombardi, avendolo applicato a una scelta e pregiata varieta`, dovrebbero qualificarla con l’aggiunto dimestica per essere intesi da tutti gl’Italiani.

    Altri nomi

    BermestaBrumesta, da Bruma, percheé matura all’approssimarsi del verno.

    CovraCorva, in relazione al colore (donde anche Negrone).

    GradesanaGradigiana o Graticciana, dal graticcio su cui si conserva per la mensa.

    TermarinaTremarina ovvero Tramarina, troncamento di Oltremarina: una medesima specie con l’Uva di Corinto, secondo Filippo Re.

    SchiancoSchianto (da schiantare).

    Fonte: note di un filologo modenese (Catalogo di spropositi, n. 2, Modena, Tipi Camerali, 1840) riportate in L. Maini, 1851. Le singole etimologie sono richiamate nelle rispettive schede. Da integrare con immagini.

  • Il terroir dei Lambruschi modenesi (Ramazzini, 1885)

    Nella monografia I Lambruschi di Sorbara e Salamino (Modena, 1885) Enrico Ramazzini non si limita a descrivere i due vitigni: ne studia il terreno, il clima e il vino, cercando di spiegare perché certe uve, in certe terre, diano un prodotto distinto. È uno dei primi tentativi modenesi di leggere il legame fra vitigno e terroir.

    Il suolo

    Ramazzini analizza i terreni delle due zone d’elezione. Quello di Sorbara è alluvionale: una sabbia silicea con frammenti di rocce e, tratto peculiare, granuli di mica argentea. Il soprassuolo è più fine e più argilloso del sottosuolo — perché la corrente che depositò le alluvioni, rallentando, lasciò in superficie i materiali più minuti — e perciò meno sciolto. Il terreno di Santa Croce (zona del Salamino) è composto degli stessi frammenti, ma privo di mica e di grana ancora più fine. Ramazzini insiste sull’importanza della calce, che tempera la tenacità dell’argilla e favorisce la vita delle piante.

    Il clima

    Dal 1883 Ramazzini condusse esperienze termometriche, misurando la somma dei gradi di calore ricevuti dalla vite dal «pianto» (la ripresa primaverile, verso metà marzo) alla maturazione (fine settembre). Concluse che alla vite occorrono circa duemila gradi di calore per maturare l’uva, e che il clima temperato della provincia ne offre in abbondanza. In generale le annate più calde davano i vini migliori: il 1883, caldo, diede prodotto abbondante e normalmente zuccherino; il 1884, più freddo, un raccolto scarso, poco zuccherino e più acido.

    Il vino

    Le analisi dei mosti e dei vini confermano il carattere del Lambrusco Sorbara: un vino di scarso corpo e poco alcol, povero di glicerina, dall’acidità talora eccessiva, fragrante e da bere giovane (invecchiando perde). Corretti questi difetti, scrive Ramazzini, riesce «un vino distinto, leggiero e corroborante», caro ai Modenesi «quanto la Secchia e la Ghirlandina». Il Salamino, invece, dà uva abbondante ma un vino che invecchiando peggiora, e si presta più al taglio e alla tavola.

    La conclusione

    Di qui il dilemma con cui Ramazzini chiude l’opera: chi guarda all’interesse «dell’oggi» e vuole vendere uva pianti il Salamino a foglia verde, di prodotto copioso e sicuro; chi guarda al «domani» e a un vino fine, distinto ed esportabile, pianti il Sorbara sferico a foglia verde, che egli giudica «senza dubbio il nostro migliore vitigno».

    Fonte: E. Ramazzini, I Lambruschi di Sorbara e Salamino, Modena, 1885.

  • La fama dei vini modenesi e reggiani

    La fama dei vini modenesi e reggiani

    Il catalogo di Maini raccoglie numerose testimonianze sulla rinomanza dei vini modenesi e reggiani, dai trattatisti del Cinquecento ai poeti del Seicento.

    Andrea Bacci e i vini di Vignola

    Andrea Bacci (Baccio), esaltata «l’amena posizione di Vignola e la rara feracita` de’ suoi contorni», distingue tre vini: l’Albano (da viti propagate dall’Albano della Campania), il Tosco (da viti trasportate di Toscana) e il Trebbiano, «eletto fra gli altri» e migliore dei Trebbiani dell’Arno. Bacci documenta anche la vinificazione «per semplice ebullizione nei vasi vinarii», comunissima in tutta la regione circumpadana.

    Tassoni e i vini di Sassuolo

    Nella Secchia rapita (canto III) Tassoni celebra i vini di Sassuolo, «dove suol de l’uve far nettare a Giove», dichiarandoli nelle note «perfettissimi». Vedi la scheda Vino di Sassuolo.

    Fulvio Testi

    Il lirico Fulvio Testi antepone i vini estensi a quelli d’Etruria, del Vesuvio, di Liguria, d’Ischia e di Grecia: «Cari al Tebano Dio / questi colli son anco e non si sdegna…»

    I terroir migliori secondo Caula

    Caula osserva che le uve di buona qualita` nascono nei terreni magri e leggieri (dove crescono felci, razze, rosette, iperico, timo, centaurea, serpillo), ma anche in alcuni siti di terra forte e grassa: le terre della villa di Serra, la Nizzola, la Baccona («cosi` detta dal Dio Bacco»), il Casamento, le Costiere de’ Cavedoni, di Nirano e di Fiorano. Maini propende pero` per il primato della buona esposizione e dell’aria temperata.

    Fonti: A. Bacci, De naturali vinorum historia; A. Tassoni, La Secchia rapita, 1622; F. Testi, Canzoni; N. Caula, 1752; riportati in L. Maini, 1851. Sezione su acquavite e aceto da completare. Da integrare con immagini.

  • Vendemmia e vinificazione nel Modenese del Settecento

    Vendemmia e vinificazione nel Modenese del Settecento

    Alle Annotazioni al Baccanale di G. B. Vicini, Nicolo` Caula (1752) aggiunse alcune avvertenze pratiche sulla vendemmia, la pigiatura, la fabbricazione e la conservazione dei vini. Luigi Maini le raccolse nel suo catalogo (1851). Ne riportiamo le principali.

    Le avvertenze di Caula

    a) «L’uva non si vendemmi se non ben matura: lo che si conosce quando l’uva sara` negra ed acini parimenti resteranno nudi e separati in tutto dalla polpa…»

    b) «Bisogna vendemmiare in bel tempo e sereno e nel calare della luna… che non piova per tutto il tempo della vendemmia; impercioccheé la pioggia leva la forza ed il gusto soave dell’uva.»

    c) «Nella vendemmia bisogna badare a cominciare sempre dalla parte che sta esposta al sole.»

    d) «Nel trasportar l’uva… star attento che non entrino mescolati pampini, fronde o ramuscelli, neé uva guasta o fracida.»

    e) «Dell’uva per far vino perfettissimo, si torce il ramoscello ove pende il graspo, affincheé non tragga piu` umore… e non si spicca fincheé non si vegga appassito un poco dal sole.»

    f) «Chi preme l’uva dee sempre aver pulite le mani, i piedi e le gambe, neé abbandonare il lavoro se non a opera finita…»

    g) «Se si brama il colore che l’ambra e l’oro rappresenti, bisogna procurare che non v’entri un granello d’uva nera, e i vasi sieno ben puliti… Non bisogna lasciar troppo all’aria il mosto, ma con la maggior possibile prestezza invasarlo.»

    h) «Si lasci bollire ventiquattr’ore, piu` o meno secondo che si vuol dolce o delicato, o grosso e robusto…»

    i) «Terminato il vendemmiare il vino resta d’aver attenzione sera e mattina: se si vede scemato pel focoso bollire… bisogna tener riempito il vaso…»

    l) «Il vino si travasi in tempo che non soffi vento, o che la luna non sia sul crescere… e si separi quel di fondo percheé fa l’altro corrompere.»

    Due vini particolari: il Vino di Grana e il Vino colato

    Caula da` notizia di due «prelibatissime specie di vini». Il Vino di Grana si trae dai soli grani dell’uva scelta, racchiusi in un botticello con cerchi di ferro e un travicello che li sforza a spremersi: ne nasce un vino focoso, gagliardo e di lunga durata, da serbarsi in fiaschi «per coronar le mense». Il Vino colato e` invece un vino debole, «spossato e slavato», privato dello spirito col feltrarlo piu` volte in pannilini, usato nelle convalescenze degli infermi; oggi — nota Maini — quasi in disuso.

    Fonte: N. Caula, annotazioni al ditirambo I Vini Modenesi di G. B. Vicini, 1752, riportate in L. Maini, Catalogo… Modena e Reggio, 1851. Da integrare con immagini.

  • Storia dei vitigni italiani minori e dimenticati

    A partire dal 2025 Cornucopia estende il proprio raggio d’azione a tutta l’Italia, includendo nelle ricerche anche le varietà al di fuori dell’Emilia-Romagna. Il focus rimane quello sui vitigni antichi, minori o localmente radicati, spesso ai margini del mercato ma centrali per la storia della viticoltura italiana.

    Nel mondo esistono migliaia di lingue parlate da una minoranza della popolazione; molte sono destinate a scomparire, insieme alle culture che le hanno generate. In modo analogo, anche il patrimonio viticolo subisce un’erosione costante: in Italia una decina di vitigni copre circa la metà della superficie vitata, mentre su un migliaio di varietà complessive solo una parte è ancora coltivata e riconosciuta. I vitigni minori e dimenticati sono spesso i più esposti alla perdita, ma anche quelli che custodiscono il legame più stretto tra ambiente, pratiche agricole e tradizioni locali.

    Questa sezione dell’Encyclopedia Cornucopia raccoglie, regione per regione, le schede dei vitigni storici italiani, con l’obiettivo di documentarne l’origine, il contesto agronomico, il profilo sensoriale e il ruolo nella cultura materiale dei territori in cui sono nati o si sono radicati.

    Atlante regionale dei vitigni storici

    Di seguito l’indice delle sezioni regionali dedicate ai vitigni storici e dimenticati. Ogni pagina raccoglie le schede delle singole varietà, organizzate per territorio.

    Introduzione alla sezione “Encyclopedia”

    Nel mondo circa 6.000 lingue sono parlate da una quota minoritaria dell’umanità; molte di esse sono destinate a scomparire nel silenzio, insieme alle culture che le hanno generate. In modo sorprendentemente simile, in regioni come il Caucaso si perdono ogni anno decine e decine di vitigni, e anche in Italia il quadro è fortemente squilibrato: una decina di varietà copre circa il 50% della superficie vitata, mentre, su un patrimonio complessivo di circa un migliaio di vitigni, solo poco più di trecento risultano effettivamente coltivabili.

    Il parallelismo fra lingue e vitigni aiuta a comprendere la portata culturale di questa erosione. Così come ogni cultura locale ha creato fonemi, dialetti e idiomi per esprimere la propria visione del mondo, allo stesso modo le comunità contadine hanno selezionato, nel corso dei secoli, le varietà di vite che meglio si adattavano alle esigenze locali e alle caratteristiche degli ambienti di coltivazione. I vitigni, e i vini che se ne ricavano, sono divenuti così veri e propri vettori di espressione del territorio: da un lato la componente genetica (la varietà), dall’altro la componente culturale (pratiche viticole, tecniche enologiche, abitudini alimentari, bisogni locali).

    Poi, qualcosa è cambiato. Il contatto e la mescolanza con culture lontane hanno portato, in ambito linguistico, all’assimilazione di idiomi esterni a scapito di dialetti e parlate locali; in viticoltura, nello stesso modo, i vitigni stranieri hanno dapprima affiancato e poi sostituito le varietà minori delle zone marginali. Come alcune lingue o dialetti sono scomparsi perché abbandonati dalle nuove generazioni, così numerosi vitigni locali sono stati progressivamente estinti e rimpiazzati da poche varietà internazionali. La scomparsa di un vecchio vitigno, come la morte di una lingua, è un fenomeno collettivo: è l’intera tradizione viticola ed enologica di un territorio che si interrompe o si trasforma.

    L’adozione di un “linguaggio universale” della vite e del vino – varietà internazionali, tecniche enologiche standardizzate, gusto omologato su parametri dettati dal mercato – ha semplificato il sistema produttivo, ma al prezzo di una forte riduzione della complessità genetica e culturale. Dal passaggio dalle popolazioni varietali ai cloni, all’uso indistinto di protocolli enologici importati, fino all’omologazione sensoriale, molti passaggi hanno contribuito all’erosione del patrimonio ampelografico. In Italia, nel corso di un secolo, si è assistito a una drastica riduzione del numero di vitigni coltivati e a un aumento massiccio di poche varietà straniere, con un progressivo impoverimento della variabilità genetica.

    Anche il lessico usato per parlare di questi vitigni riflette questa complessità. Termini come “antichi”, “autoctoni”, “locali”, “minori”, “indigeni” o “domestici” sono spesso impiegati in modo approssimativo. Un vitigno locale è di norma anche antico, in quanto coltivato in quel luogo da molto tempo, ma non necessariamente autoctono in senso stretto; al contrario, alcune varietà di antichissima introduzione (come i Moscati o le Malvasie provenienti da oriente) sono oggi radicate in territori lontani dall’area d’origine. Spesso i nomi vernacolari derivano da caratteri morfologici (colore della bacca, forma del grappolo, vigoria, epoca di maturazione) o dal luogo di provenienza, e testimoniano una selezione intimamente integrata nel sistema agrario tradizionale.

    Per molti contesti della viticoltura europea occidentale, la definizione rigorosa di “autoctono” risulta problematica, se non forse per i vitigni derivati direttamente dalla domesticazione di viti selvatiche locali o dalle varietà ottenute per introgressione genetica. Appare quindi più corretto, in molti casi, parlare di vitigni antichi o minori, piuttosto che insistere su una presunta autoctonia difficilmente dimostrabile.

    L’interesse contemporaneo verso questi vitigni nasce da più direttrici. Da un lato, il movimento ecologista degli anni Settanta e Ottanta ha riportato al centro il tema della biodiversità, vegetale e animale, spontanea e addomesticata. Dall’altro, mutamenti di natura economica – segmentazione del mercato del vino, creazione di nicchie di consumo come reazione alla diffusione di pochi vitigni ubiquitari – hanno reso evidente il valore strategico di queste varietà per differenziare le produzioni e evitare l’omologazione a modelli replicabili ovunque. In questo quadro va ricordata anche la vite selvatica, ancora presente in diversi ambienti umidi europei, che rappresenta una testimonianza antichissima delle viti primigenie e una possibile risorsa di geni utili per caratteri qualitativi o di tolleranza alle malattie.

    Il recupero dei vitigni antichi passa attraverso una serie di azioni complementari: raccolta e catalogazione del germoplasma esistente; caratterizzazione viticola ed enologica; risanamento dalle principali virosi; iscrizione al Catalogo nazionale o provinciale, condizione indispensabile per la propagazione e la coltivazione; costituzione di reti di “viticoltori custodi” che mantengano la variabilità in azienda, evitando che sopravviva solo nelle collezioni; conservazione dei vigneti più vecchi, dove la diversità intravarietale è ancora massima; programmi di comunicazione, formazione e valorizzazione rivolti a produttori, tecnici, ristoratori, enoteche, sommelier e consumatori; eventi territoriali dedicati ai vini ottenuti da queste varietà.

    La reintegrazione dei vitigni antichi nella viticoltura contemporanea può seguire percorsi diversi e non necessariamente alternativi: ruolo di protagonisti in nuovi modelli viti-enologici locali; funzione complementare per accrescere la tipicità sensoriale di vini già consolidati; cardine di prodotti di nicchia inseriti in sistemi enogastronomici locali ed eco-compatibili; presenza in percorsi ecomuseali dedicati alla cultura materiale; componente di raccolte di risorse genetiche; fonte di geni per il miglioramento della vite del futuro. In tutti i casi, la relazione con il territorio e con le tecniche colturali storiche rimane centrale, così come la consapevolezza che non tutti i vini che se ne ricavano saranno uniformemente “buoni” secondo standard internazionali, né devono esserlo.

    La sezione “Antichi vitigni italiani” del sito Cornucopia nasce in questo contesto: un patrimonio viticolo in gran parte silenzioso, ma ancora recuperabile, e una necessità crescente di riconnettere genetica, paesaggio e cultura materiale. Le schede raccolte in questa “Encyclopedia” documentano i vitigni antichi e minori italiani a partire da criteri condivisi: storia e diffusione, sinonimi, comportamento agronomico, caratteristiche morfologiche, profilo organolettico dei vini, territorio di riferimento e dati utili alla loro identificazione e conservazione.

    In questo modo, la catalogazione non rimane un esercizio puramente tecnico, ma diventa uno strumento per comprendere meglio le “corrispondenze” profonde tra vitigno, territorio e comunità umane, e per restituire voce a una parte essenziale, spesso dimenticata, della viticoltura italiana.

    Progetti collegati

    Storia e tradizioni del vino – progetto Patreon

    Per sostenere la ricerca sulle vecchie varietà e il loro reinserimento in ambito agricolo e ristorativo è stato avviato il progetto Patreon “Storia e Tradizioni del Vino”, ospitato in lingua inglese per ampliarne la portata internazionale.

    Attraverso la pagina Patreon
    https://www.patreon.com/ideacornucopiait
    vengono sviluppate strategie di divulgazione e di proposta rivolte a produttori, ristorazione ed enoturismo, con l’obiettivo di:

    • valorizzare i vitigni dimenticati come risorsa per la differenziazione territoriale;
    • creare narrazioni storiche e tecniche utili a chi opera sul campo;
    • rafforzare un modello di enoturismo legato alla biodiversità viticola e alla memoria dei luoghi.

    Il Circolo dei Contadini Custodi

    Accanto al lavoro di ricerca sui vitigni, Cornucopia è collegata al Circolo dei Contadini Custodi, un’associazione nata per creare una rete di custodi dell’agrobiodiversità. Ne fanno parte agricoltori, allevatori, ristoratori, professionisti e appassionati accomunati dall’obiettivo di proteggere razze animali, varietà vegetali e ricette tradizionali a rischio di scomparsa.

    L’associazione promuove:

    • la salvaguardia del patrimonio genetico locale;
    • il mantenimento in azienda di varietà storiche e razze antiche;
    • la trasmissione di saperi agronomici, zootecnici e gastronomici legati alle pratiche contadine.

    Informazioni aggiornate su attività, modalità di adesione e iniziative sono disponibili sul sito e sui canali social del Circolo dei Contadini Custodi.