I vini premiati all’Esposizione di Torino, 1864
La stessa Esposizione di Torino del 1864 produsse due sguardi opposti sul vino italiano. In giugno la commissione enologica aveva pronunciato la sua diagnosi severa (ne abbiamo raccontato la relazione qui): uve magnifiche, vini mediocri. In dicembre, però, la Sezione III — Enologia pubblicò l’elenco dei premiati, ed è un documento di segno opposto: non la regola, ma le eccezioni. I pochi vini che, in mezzo a tanta approssimazione, indicavano già la strada.
L’oro: Brolio e Asti
La massima onorificenza — la medaglia d’argento dorato — andò, a pari merito, a due soli nomi. Il primo è quello del barone Bettino Ricasoli, che a Brolio, in Toscana, presentava undici vini. Fra questi i giurati distinsero un aleatico di lusso del 1840 e, soprattutto, un rosso scelto del 1863 «di Sangiovese e Canaiolo», definito «tipo eccellente di vino scelto». È un dettaglio che oggi fa sobbalzare: quella coppia di uve, Sangiovese e Canaiolo, è la formula intorno a cui Ricasoli stava in quegli stessi anni costruendo il Chianti moderno. A Torino, nel 1864, se ne premiava un’anteprima.
Accanto a lui, il piemontese Francesco Varvello di Asti, con quarantadue campioni: i migliori un nebbiolo secco del 1859, un nebbiolo amabile del 1863 e un grignolino del 1861. Toscana e Piemonte, i due poli che di lì a poco avrebbero guidato il vino italiano, erano già sul podio.
L’ombra lunga di Oudart
Fuori concorso, perché il suo autore sedeva fra i giurati, spiccava un’altra collezione: i ventitré vini che il cav. Louis Oudart — l’enologo francese che firma anche la relazione di giugno — aveva ottenuto nelle Langhe, nel circondario d’Alba. Bianchi secchi per l’antipasto, comuni e scelti per le vivande di mezzo, robusti per l’arrosto, amabili per i dolci, generosi per la frutta, e perfino spumanti: una gamma completa, giudicata «la più importante dell’Esposizione». Era la dimostrazione vivente della tesi di quell’anno: con le stesse uve, sapendole lavorare, si otteneva tutto.
L’argento: un giro d’Italia
La medaglia d’argento premiò nove collezioni, e a leggerne l’elenco si attraversa la penisola. Da Caluso, presso Ivrea, il conte Della Torre con un curioso «pelleverde» del 1847; dall’isola d’Elba, Jacopo Foresi con un bianco chiamato «biancone di Longone»; da Loreto, nelle Marche, un lacrima e due varietà di «balsamino»; da Pollenzo d’Alba un nebbiolo e un barolo del 1863; da Lipari, dal Brindisino, da Torre del Greco, i vini meridionali e i lacrima del Vesuvio, bianchi e rossi. Una geografia del gusto messa in fila in poche righe.
Il bronzo, e i vini di Romagna ed Emilia
Trentaquattro furono le medaglie di bronzo, ed è qui che affiorano i nomi di casa nostra. Da Faenza, il conte Zauli-Naldi con un vin santo e un bianco detto «San Mamante» del 1862; da Brisighella, i fratelli Ceroni con un «misto ambra» del 1862; da Traversetolo, nel Parmense, Cesare Pazzoni con un «barbarossa» e un «malvatico» bianco; da Piacenza, il conte Cigala Fulgosi con i suoi bianchi; e persino un «riminese» premiato fra i vini dell’isola di Pianosa. Non manca un lambrusco nero, presentato da un espositore dell’Alessandrino.
Intorno a loro, un campionario di vitigni che è già un piccolo atlante ampelografico: brachetto, barbera e grignolino d’Asti; erbaluce, neretto e moscatello del Canavese; cortese e bonarda dell’Alessandrino; moscato e malvasia un po’ ovunque; montepulciano, tokay, passeretta. Nomi che in molti casi raccontano territori precisi, e che spesso — come il «barbarossa» parmense o il «malvatico» — sopravvivono oggi solo nella memoria di poche colline.
Una mappa del futuro
Messo accanto alla relazione di giugno, l’elenco dei premiati cambia il tono del racconto. Là si diceva che non sapevamo fare il vino; qui si vede che qualcuno, in ogni angolo d’Italia, aveva già cominciato a farlo bene — e che dalla Toscana di Ricasoli al Piemonte di Varvello e Oudart, fino alle colline di Romagna e d’Emilia, erano già seminati i vini e i vitigni su cui il secolo seguente avrebbe costruito. Raccontare i sapori dimenticati significa anche rileggere queste liste di premi come una carta geografica: molti di quei nomi li ritroviamo, altri li abbiamo perduti per strada.
Fonte: Sull’Esposizione agraria tenutasi in Torino nel 1864 — Relazione, Sezione III: Enologia. Premiati, in «Economia Rurale», Torino, fascicolo 24, 25 dicembre 1864, pp. 701-705 e segg. I nomi di produttori, vini e annate sono trascritti dal testo originale.
