Il polline che distingue la vite selvatica dalla coltivata: la terramara di Poviglio

Per sapere se in un sito preistorico si coltivasse la vite, gli archeologi contano i granuli di polline. Uno studio del 2021 condotto sulla terramara Santa Rosa di Poviglio, nel Reggiano, mostra che quel conteggio nascondeva un problema — e che a risolverlo è un dettaglio che i viticoltori conoscono benissimo, ma che nessun archeologo aveva pensato di usare.

Due pollini per la stessa pianta

La vite ha un dimorfismo pollinico. I fiori ermafroditi e quelli maschili producono un polline trizonocolporato, cioè con tre aperture. I fiori femminili producono invece un polline inaperturato: liscio, senza aperture. Due forme diverse, prodotte dalla stessa specie.

La cosa conta perché le due sottospecie della vite si comportano in modo opposto. La vite selvatica (Vitis vinifera subsp. sylvestris) è dioica: ci sono piante maschili e piante femminili, separate. La vite coltivata (subsp. vinifera) ha fiori ermafroditi, e proprio questo la rende produttiva senza bisogno di un partner: è uno dei caratteri che definiscono la domesticazione.

Il sapere dei viticoltori, ignorato dagli archeologi

Il dimorfismo, scrivono gli autori, è «ben noto in viticoltura, per le implicazioni sulla resa del vigneto». Ma la palinologia applicata all’archeologia non l’aveva mai considerato, e la forma inaperturata era semplicemente ignorata dagli studi sulla storia archeobotanica della viticoltura. Il titolo del lavoro dice esattamente questo: condividere con l’archeologia il sapere agrario.

Poviglio: il primo ritrovamento

La terramara Santa Rosa di Poviglio, sito del Bronzo medio e recente, è stata studiata a lungo dal punto di vista geoarcheologico e paleoambientale per ricostruire il sistema silvo-agro-pastorale di quella cultura. Di vite non ci sono macroresti, ma il polline trizonocolporato compare in molti campioni.

La novità è che vi è stato riconosciuto anche polline inaperturato di vite: è il primo ritrovamento in un sito archeologico. Il dato indica la compresenza, sul posto, di piante maschili o ermafrodite — che producono il polline con le aperture — e di piante femminili, che producono quello liscio.

La domanda che apre

Se i fiori femminili appartengono alle piante dioiche, e le piante dioiche sono la vite selvatica, allora il polline inaperturato può essere un marcatore della vite selvatica in età preistorica? Gli autori pongono la domanda senza chiuderla, e indicano una nuova strategia d’indagine sulla storia antica della vite selvatica e coltivata. Il contesto rende la questione pesante: il Bronzo è l’età critica del passaggio dalla vite selvatica a quella domesticata nel Mediterraneo centrale.

Perché la vite non è come l’olivo

C’è poi una conseguenza di metodo che riguarda tutta la palinologia mediterranea. L’indice OJCOlea, Juglans, Castanea: olivo, noce, castagno — è usato come segnale di presenza umana e di coltivazione. Funziona perché quelle tre piante hanno la stessa morfologia pollinica e la stessa dispersione sia da selvatiche sia da coltivate: il polline non cambia.

La vite no. Il suo segnale pollinico nei record del passato può essere diverso a seconda della sottospecie, ermafrodita o dioica, e il dimorfismo implica anche una produzione e una dispersione del polline differenti fra selvatica e domesticata. Leggere quel segnale come si legge quello dell’olivo, insomma, è un errore possibile: la vite è palinologicamente un caso a sé fra gli alberi «culturali» del Mediterraneo.

Il filo con la Malvasia

Vale la pena notare dove porta questo carattere quando lo si guarda dal lato del vigneto invece che dello scavo. Esistono viti coltivate con fiori morfologicamente ermafroditi ma funzionalmente femminili, ed è precisamente il caso della Malvasia Casalini, o odorosissima: i suoi fiori femminili allegano male, la resa crolla, e per questo la varietà è stata sostituita nei vigneti dalla Malvasia di Candia aromatica fino a ridursi sull’orlo dell’estinzione. Lo stesso tratto che in un vigneto del Novecento fa perdere quintali, in una terramara del Bronzo permette di distinguere una pianta selvatica da una coltivata. Non è una coincidenza che Cristina Bignami firmi entrambi i lavori.

A.M. Mercuri, P. Torri, A. Florenzano, E. Clò, M. Mariotti Lippi, E. Sgarbi, C. Bignami, Sharing the Agrarian Knowledge with Archaeology: First Evidence of the Dimorphism of Vitis Pollen from the Middle Bronze Age of N Italy (Terramara Santa Rosa di Poviglio), in «Sustainability», 13, 2287, 2021 (doi: 10.3390/su13042287). Ad accesso aperto.