Pere e Mele selvatiche

Frutto · Emilia-Romagna

I selvatici dell’Appennino: frutti di 1,2 cm, aromatici e serbevoli, di variabilità genetica straordinaria.

Pere e mele selvatiche (Pyrus communis L. e Pyrus malus L., Rosaceae) — in dialetto pradín, pralìn — sono i frutti degli alberi spontanei diffusissimi nell’Appennino modenese. Non hanno bisogno di cure né hanno esigenze di terreno o clima: si adattano a qualsiasi temperatura e condizione.

Il frutto

Frutti piccolissimi — attorno a 1,2 cm — ma di grande aroma e intensa profumazione. La buccia delle pere vira dal giallo ocra al bruno, cosparsa di lenticelle evidenti e rugginosità; la polpa è soda, granulosa, acida e astringente se assaggiata prima della maturazione. Le mele sono tondeggianti, più o meno allungate, con buccia da verde a giallo, cromata o punteggiata di rosso, e lenticelle numerose e in rilievo su tutto il piccolo frutto; il picciolo è corto e legnoso ma forte; la polpa è bianca, poco succosa, aspra e acida.

La maturazione, sia per le pere sia per le mele, avviene in inverno, da novembre a dicembre; l’elevata serbevolezza le fa conservare in ottimo stato.

La pianta

Alberi di elevata vigoria e sviluppo vegetativo, di eccezionale rusticità e resistenza ai climi rigidi, agli inverni lunghi e nevosi.

La variabilità

Il carattere più notevole è l’elevatissima variabilità genetica: pur appartenendo alla stessa varietà, questi alberi si differenziano da madre a figlia, anche a distanza di pochi metri. È la continua selezione naturale ad averne impedito l’estinzione e, al contrario, ad averne allargato la diffusione.

Impiego tradizionale

Fino a non molto tempo fa queste piccole pere e mele erano un alimento comune nella dieta invernale dell’Appennino. Si consumavano bollite nell’acqua e mangiate intere: anche i semi, piccoli e sottili, ammorbiditi dalla cottura, diventavano commestibili. Il consumo fresco era possibile solo a maturazione molto avanzata, quando la polpa non era più acida ma dolce; altrimenti si lasciavano ammezzire sotto la paglia per qualche settimana, al buio e all’asciutto, come per le sorbe e le nespole. Le pere sono inoltre ottime per aromatizzare la grappa. Oggi l’uso è quasi del tutto scomparso, a differenza della diffusione delle piante sul territorio.

I «capponi»

Le pere selvatiche bollite e poi essiccate al sole prendevano il nome di «capponi»: la buccia imbruniva e il frutto diventava brutto a vedersi, ma il gusto era eccezionale e la conservazione lunghissima.

Testimonianza

Nella nostra zona costituivano un alimento fondamentale, anche se di piccole dimensioni e selvatiche. Sono resistentissime come piante, anche al freddo rigido che c’è in inverno. Se ne trovano una quantità esagerata anche adesso, come una volta, e la cosa più curiosa è che godono di una variabilità genetica incredibile: a distanza di un chilometro, o addirittura di metri, queste piante selvatiche della stessa varietà producono frutta di forma o colore diverse ma di gusto simile. Anche la figlia non produce mai la stessa frutta della madre… e non sono difficili da propagare, perché hanno le radici come quelle delle acacie e uno sviluppo velocissimo.

Testimonianza raccolta dalla ricerca CIPA nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna

Mia zia, ricordo, le pere selvatiche le bolliva nell’acqua, poi, una volta cotte, le metteva al sole per un paio d’ore. Diventavano brutte da vedere, perché la buccia assumeva una colorazione bruna, ma il gusto era eccezionale: io ne «andavo matto». Si consumavano tutte intere, come una caramella, anche i semi si mangiavano. Duravano moltissimo e davvero, per noi bambini, erano meglio delle caramelle! Queste pere cotte ed essiccate al sole prendono il nome di «capponi». Le mele risultavano essere più acide e di solito si lasciavano maturare eccessivamente prima di consumarle fresche: addirittura si diceva che era necessario aspettare che cadessero le foglie dalla pianta e arrivasse la neve, prima di poterle mangiare.

Testimonianza raccolta dalla ricerca CIPA nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna

CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, ricerca sui frutti antichi della Comunità Montana Appennino Modena Ovest (valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna); titolo e anno del catalogo da precisare. Vedi l’approfondimento Il giardino dei frutti antichi di Montefiorino.

  • CIPA — ricerca sui frutti antichi dell’Appennino Modena Ovest