Il giardino dei frutti antichi di Montefiorino: le valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna

C’è un angolo dell’Appennino modenese dove il Secchia raccoglie tre torrenti — il Dolo, il Dragone e il Rossenna — e dove, in quattro comuni (Frassinoro, Montefiorino, Palagano e Prignano sulla Secchia), una ricerca ha provato a fare una cosa semplice e difficile: mettere per iscritto quali frutti si coltivavano, come si chiamavano, a cosa servivano. Non un esercizio d’archivio: il lavoro è nato accanto a un progetto concreto, il recupero del vecchio vivaio forestale «La Rocca» di Montefiorino per farne un giardino dei frutti antichi — definito, con bella formula, «un salotto di sapori e al contempo una piccola banca dati della biodiversità».
Il metodo è quello che ci piace: nessun fondamento teorico da cui partire, perché «tutto ciò che riguarda le piante antiche è un sapere che appartiene alla cultura locale, tramandato di famiglia in famiglia e mutevole da paese a paese». Così la ricerca è diventata «un viaggio nelle campagne ma soprattutto nella memoria»: innestatori disposti a cedere il proprio sapere, abitanti «inizialmente timidi, che si sono poi rivelati fonti inesauribili di racconti».
Una vallata di passo
Queste valli non sono mai state un fondo cieco. Da qui saliva la via Bibulca, così chiamata perché larga abbastanza da lasciar passare due buoi aggiogati l’uno di fianco all’altro: strada pre-romana, poi romana, nel Medioevo uno dei collegamenti principali con la Toscana. Accanto correva il Sentiero Matilde, fino a San Pellegrino in Alpe. A Frassinoro l’abbazia fu fondata da Beatrice di Lorena, madre di Matilde di Canossa; Montefiorino nasce forse come Mons Florinus, il monte di un Florius; Palagano deve il nome (dal latino palaga, «pepita d’oro») e a lungo l’economia al rame delle miniere di Boccassuolo.
Ed è passando per la storia che si arriva ai semi. Nelle case-forti medievali di Casola, Corzago e Vitriola — mura di oltre un metro, una scala prensile che di notte veniva ritirata al piano di sopra — al piano terra stavano stalle e attrezzi; ai piani alti, al sicuro da razzie, lupi e orsi, si custodivano «le scorte dei viveri e le preziose sementi». La biodiversità, qui, si è salvata anche così: dietro un muro spesso.
Il pomario della necessità
Alla fine del Settecento in Europa si contavano oltre settemila varietà di mele. Oggi poche centinaia. Non era ricchezza per capriccio: era un’economia chiusa che doveva avere frutta per l’intero arco dell’anno, e la varietà era la dispensa. Lo dice meglio di ogni trattato il proverbio raccolto in valle:
Pesghe, fīg, zūc e mlōn, tūt è bōn a la sō stasōn.
Pesche, fichi, zucche e meloni: tutto è buono alla sua stagione
Il capostipite di tutto è il Pòm Selvàdegh, la mela selvatica (Malus sylvestris), considerata la forma ancestrale del melo. Il gesto contadino era esatto: si andava a cercare i selvatici nei boschi — nati dai semi che uccelli e animali avevano portato lontano dai frutteti —, li si trapiantava nei campi vicino a casa e lì li si innestava con le varietà utili alla famiglia. Il bosco forniva le radici, la casa sceglieva il frutto.
Di questa alleanza restano perfino i nomi dei luoghi: Cerreto, Faeda, Castagneta, Pere Storte. Toponimi che «affondano le proprie radici in tempi spesso a noi ignoti», ma che dicono con precisione in funzione di quale pianta quel posto sia nato.
La farmacia dei campi
Fino all’Ottocento non c’era il farmacista, c’era lo speziale; e prima ancora santoni e guaritori. La ricerca ne ha incontrato uno per via di memoria: il Santone della Canalacchia, nato a Frassinoro alla fine dell’Ottocento, emigrato in America a ventotto anni e tornato — non ricco — con «segreti e conoscenze sull’arte della stregoneria». Barba biondastra, occhi chiari, una cura per tutto: mal di testa, dolori, malocchio, oggetti smarriti, con un rituale «fatto di versi, fischi, soffi ed una gestualità esasperata».
Accanto alla superstizione, però, correva una farmacopea che funzionava davvero: corteccia e foglie di salice come sostituto economico dell’aspirina (e infatti l’acido salicilico viene di lì); l’erba detta «piede di cavallo», dalla foglia carnosa a forma di zoccolo, il cui succo deterge le ferite. E i riti del calendario: all’alba di San Giovanni ci si immergeva nell’erba alta coperta di rugiada — usanza che ha una sua logica, visto che verso il 20 giugno fiorisce l’Iperico, l’erba di San Giovanni, tuttora riconosciuta benefica per la pelle. La sera prima, malva, camomilla e sambuco restavano sul davanzale tutta la notte «affinché bevano la guazza».
Quello che finiva in tavola
La necessità ha fatto di mele, pere e castagne «i principali alimenti dell’epoca». E la cucina di queste valli lo dimostra:
— le pere volpine lessate con le castagne nel vino, con solo un po’ di sale e una foglia d’alloro;
— il «mezzo vino»: il graspo rimasto dalla pigiatura fatto bollire con acqua, fino a ottenere un vino lunghissimo da bere con la polenta di castagne;
— il «saporetto»: sorbe lasciate maturare distese sulla paglia, poi bollite con zucchero, limone e mele e passate — ed è ancora oggi, in qualche casa, la base della marmellata per i tortelli di Natale;
— le mele durelle al forno, col loro sugo.
E c’era la «Buona mano»: il primo giorno dell’anno si andava dai vicini a fare gli auguri. Il frutto, qui, non è mai solo cibo: è calendario, è gesto, è vicinato.
La babele dei nomi
Chi ha fatto la ricerca lo dice senza infingimenti: «Non è stato facile lavorare con i nomi». Passando dal dialetto all’italiano e viceversa «si finisce con l’avere nomi diversi ma un’unica specie a seconda del territorio o del dialetto parlato». Il caso limite è la Pera del Curato, che di nomi ne ha almeno otto — fra cui Spadona di Francia (perché di lì introdotta) e Spadona d’inverno, per distinguerla dalla Pera Spadona vera e propria, che matura d’estate.
È esattamente il problema che l’enciclopedia prova a risolvere: dare a ogni frutto il suo nome, e ai suoi nomi il loro frutto.
Il giardino, e ciò che il fuoco ha preso
Il progetto guarda avanti — l’ex vivaio «La Rocca» che torna a essere un frutteto-collezione — ma porta anche una perdita: «a causa di un incendio il materiale relativo al vivaio di Montefiorino è andato perduto». Restano le foto storiche dell’inaugurazione, scattate da Aldo Corti. Un archivio bruciato e un pugno di fotografie: è spesso da lì che ricomincia il lavoro di chi custodisce.
La ricerca è opera del CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, con un gruppo di lavoro di ventitré persone fra tecnici, studiosi e abitanti della valle. In bibliografia, accanto ai nomi attesi — l’Archeologia arborea di Isabella e Livio Dalla Ragione, i cataloghi degli istituti agrari Bocchialini di Parma e Zanelli di Reggio — compare anche Enzo Melegari con «Il frutteto famigliare con varietà rustiche»: gli stessi fili, ancora una volta, che legano fra loro i custodi emiliani.
Fonte: CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, ricerca sui frutti antichi della Comunità Montana Appennino Modena Ovest (valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna); capitoli Presentazione, Introduzione, Piante e frutti: risorse e rimedi naturali, Una vallata ricca di storia, Tradizioni, sapori ed usanze. Titolo e anno del catalogo da precisare. Il proverbio dialettale «e n gh’è mia tant d’andar a l’uvva» è ripreso da M. Piacentini, Il dialetto di Frassinoro.
