Mela Lavina

Frutto · Emilia-Romagna

Mela dell’Appennino modenese-reggiano, l’ultima a finire: si conserva fino a primavera, quando le altre sono esaurite.

La Mela Lavinapóm lavín — è probabilmente originaria dell’Appennino modenese-reggiano ed è diffusa ovunque. Il frutto cambia caratteri, soprattutto cromatici, a seconda della zona, del clima, del terreno e dell’età della pianta.

Il frutto

Frutto medio-piccolo (150-250 g), sferoidale, di colore variabile dal verde al giallo con lenticelle evidenti. La polpa è bianco-crema, compatta, croccante, piuttosto zuccherina, dolce e leggermente aromatica.

Raccolta in ottobre, si conserva bene fino a marzo: è talmente serbevole da poter essere consumata come ultima mela della stagione, in primavera, quando le scorte delle altre varietà sono esaurite.

La pianta

Albero di media vigoria a portamento espanso, con buona fruttificazione su lamburde (corte branchette che terminano con una gemma mista) e brindilli (sottili rametti flessibili, lunghi fino a 20 cm, che portano lateralmente gemme a legno; se all’apice portano una gemma mista si dicono fertili o coronati).

Impiego tradizionale

Si adatta bene sia al consumo fresco — speciale se accompagnata da un pezzo di pane — sia alla cottura, in forno a legna o nella stufa, che ne accentua la gustosità essendo molto dolce. Si usava anche disidratata, seccata al sole o nel forno e tagliata a fettine sottili: sono le schiàp o schiapèl, da cui si otteneva un decotto medicamentoso da bere nelle affezioni virali del cavo orale, come bechico espettorante ed emolliente per le mucose irritate.

Testimonianza

Se vuoi trovare una pianta di laveini non devi fare tanta strada a piedi, perché se ne trovano ancora ovunque. Al póm lavìn era sicuramente una delle qualità più utilizzate in passato, perché la pianta cresceva molto bene in queste zone, e la frutta era ed è tuttora molto molto buona e si conserva tranquillamente in una stanza fresca e buia per tantissimo tempo. Riuscivamo a consumarla nüäter cristiän prima che marcisse e diventasse cibo per gli animali. In più era una qualità che fruttificava abbondantemente ogni anno.

Testimonianza raccolta dalla ricerca CIPA nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna

CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, ricerca sui frutti antichi della Comunità Montana Appennino Modena Ovest (valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna); titolo e anno del catalogo da precisare. Vedi l’approfondimento Il giardino dei frutti antichi di Montefiorino.

Descrizione pomologica

Origine. antica varietà dell’Emilia, coltivata a lungo in Provincia di Modena. È stata abbandonata già da qualche decennio.

Albero. vigoria elevata, portamento espanso, ramo a frutto rami misti e brindilli, fioritura tardiva, produttività elevata e costante

Frutto. dimensione media, peduncolo medio-corto, forma tronco-conica, buccia gialla-verde chiaro, lenticelle poco evidenti, leggermente cerosa, polpa bianca, compatta, succosa dolce, poco acidula, sapore gradevole Raccolta fine settembre, maturazione autunnale

Sensibilità alle avversità. relativamente poco soggetta a ticchiolatura e resistente a manipolazioni e trasporto

Valutazione d’insieme. mela autunno-invernale storica dell’Emilia; ha resistito nei vecchi impianti modenesi fino agli anni ‘80. Sporadicamente ancora presente nei mercati locali, apprezzata non per la bellezza dei frutti giallo-verdastri, ma per le caratteristiche organolettiche e sensoriali. Discreta serbevolezza sia in frigo sia in fruttaio dove però tende a raggrinzire. Si può conservare fino all’inizio dell’inverno. Si può riprendere in considerazione all’insegna dei vecchi sapori per i mercati locali.

Fonte: Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani (coord. C. Fideghelli), CREA, monografia «Melo», scheda a cura di C. Buscaroli, R. Gregori, S. Sansavini. Bibliografia citata dalla scheda: Breviglieri e Solaroli, 1950; Baldini, 1967; Sansavini e Grandi, 2011, Liang et al., 2015 Profilo molecolare Liang et al., 2015.

  • CIPA — ricerca sui frutti antichi dell’Appennino Modena Ovest
  • Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani (CREA, 2016)