
Mela Ciocca Romella
Frutto · Emilia-Romagna
La mela che suona come un sonaglio: i semi si staccano nella cavità e ballano. La più saporita da fresco dell’Appennino modenese.
La Ciocca Romella — ciòca rumèla, ciòca armèla, sunàja nei dialetti locali — è una mela dell’Appennino modenese, dove è stata a lungo considerata «la varietà, tra tutte le mele, più saporita e la migliore per il consumo fresco».
Il frutto
Frutto di medie dimensioni, leggermente allungato, ellissoidale. La buccia è verde con striature evidenti di rosso intenso, ancor più pronunciate dalla parte esposta al sole; la superficie è coperta da lenticelle non molto marcate ma percettibili al tatto. La polpa è consistente, con tendenza al farinoso, di colore bianco-crema sfumata di rosa verso la buccia; il sapore è «piacevole e stuzzicante», con una tendenza all’acidulo.
La raccolta va dalla seconda decade di settembre fino a novembre; conservata in buono stato, la mela si protrae fino a dicembre-gennaio senza alterazioni dei caratteri organolettici.
La pianta
Albero di elevata vigoria e portamento espanso, con buona fruttificazione, non sempre costante nel corso degli anni.
Ambiente
Diffusa e conosciuta in tutto l’Appennino modenese, soprattutto nelle zone di bassa altitudine. Predilige i luoghi riparati ed esposti al sole; teme il clima particolarmente freddo e umido.
Impiego tradizionale
Oggi questa mela «non si trova quasi più sulle nostre tavole», ma resta nei ricordi di chi gustava al póm piö bùn che gh’éra. Non veniva quasi mai cotta: si mangiava fresca, ed era «eccezionale accompagnata con un boccone di pane», che ne tamponava la leggera acidità esaltandone il gusto zuccherino.
Testimonianza
La ciòca armèla era la mela più buona che noi avevamo nelle nostre zone! Se la cuocevi potevi rovinarne il gusto, e così la si consumava quasi sempre come frutta fresca dopo il pasto o a merenda. Un póm ch’l’éra ’na canunäda! Da piccoli la mangiavamo sempre, e il nostro divertimento principale era quello di andarle a rubare al contadino senza farci scovare… in realtà poi, l’ho imparato crescendo, sapevano benissimo che eravamo noi i responsabili del furto! Durava tutto l’inverno.
Testimonianza raccolta dalla ricerca CIPA nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna
Il nome
Fra i nomi dialettali che la ricerca del CIPA registra per questa mela c’è anche sunàja, cioè «sonaglio»: altrove la stessa mela è detta mela della nonna o batocchia, dal battente della campana. Il nome viene da una caratteristica precisa: i semi si staccano dentro una cavità interna particolarmente ampia, e la mela suona come un sonaglio quando la si scuote. Era il gioco dei bambini nelle campagne. Condivide il carattere con la mela cavicchia (cavécc) del Modenese. Oltre alla collina emiliana la sunaia ebbe una certa diffusione nelle Marche, nelle valli dei Sibillini e del Nera, e fino a Perugia, dove prima degli anni Cinquanta se ne facevano le paccucce: quarti di mela lasciati asciugare al sole su graticci di salice e poi infornati per conservarli.
Il racconto sul blog: La mela della nonna.
Diffusione e antichità
Oltre all’Appennino modenese la varietà è diffusa in Emilia, Romagna, Marche e Umbria. I primi riferimenti storici risalgono al Seicento, ma si tratta con ogni probabilità di una cultivar ben più antica.
CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, ricerca sui frutti antichi della Comunità Montana Appennino Modena Ovest (valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna); titolo e anno del catalogo da precisare. Vedi l’approfondimento Il giardino dei frutti antichi di Montefiorino.
- CIPA — ricerca sui frutti antichi dell’Appennino Modena Ovest

