
Sorba Domestica
Frutto · Emilia-Romagna
Frutto del sorbo domestico, commestibile solo ammezzito; dalle sorbe si faceva la «cervesia» dove la vite non arrivava.
La Sorba Domestica (Sorbus domestica L., Rosaceae) — in dialetto curbèla — è il frutto del sorbo domestico, albero che cresce spontaneo in tutto l’Appennino modenese, soprattutto nei boschi di querce caducifoglie.
Il frutto
Frutto giallo sfumato di rosso, punteggiato di lenticelle chiare e rugginose, con 2-3 semi dal tegumento duro e legnoso. I frutti si riuniscono in mazzetti di 5-10, di forma variabile da sferico-appiattita (maliforme) ad arrotondata-allungata (piriforme): è la distinzione per cui in passato si classificavano due varietà botaniche, pomifera e pyrifera.
La maturazione fisiologica è in settembre, ma il frutto diventa commestibile solo dopo ammezzimento: la polpa, chiara e astringente sull’albero, si fa bruna e liquescente, acidula, con un particolare gusto di fermentato. Data l’altezza della pianta si aspettava la caduta naturale: la raccolta si faceva da terra.
La pianta
Albero alto da 12 a 30 metri, a chioma aperta e arrotondata, corteccia a scaglie rettangolari, foglie composte imparipennate con 6-10 foglioline verde scuro sopra e biancastre sotto. Fiori piccoli, bianchi sfumati di rosa, riuniti in corimbo, tra fine aprile e metà maggio. È specie longeva, che può superare i 200 anni, ma lentissima a entrare in produzione: anche quindici anni.
Le altre sorbe
Sulle colline emiliane si riconoscono altri sorbi, che non sono varietà del domestico ma specie distinte:
- Sorbus aucuparia L., il «sorbo degli uccellatori», così detto perché i suoi frutti sono cibo per tordi e altri volatili;
- Sorbus torminalis (L.) Crantz, detto «Ciavardello», «Baccarello» o «pero cerbone», per la forma dei frutti simile a piccole pere;
- Sorbus aria (L.) Crantz, meno frequente, detto «sorbo montano», «farinaccio» o «sorbo bianco» per la pagina inferiore grigio-biancastra delle foglie.
Impiego tradizionale
Le sorbe erano note fino a una trentina d’anni fa nelle zone collinari e montane, apprezzate per le proprietà diuretiche e rinfrescanti e soprattutto per l’alto potere astringente. Si destinavano a marmellate, a sciroppi zuccherini, a sidro e bevande alcoliche. Il consumo fresco era minore: al momento della maturazione naturale «i ligäven in bóca» — per l’alto contenuto di tannini risultavano acide e fortemente astringenti — e perciò, su consiglio degli anziani, si lasciavano riposare sotto la paglia.
Il legno
Il legno di sorbo è pesante, duro e compatto, a grana finissima, di alta resistenza meccanica e stabile una volta essiccato: ottimo al tornio, se ne facevano ingranaggi, cunei, manici di utensili, strumenti musicali e statue. Oggi l’interesse residuo per il sorbo è più forestale, per i rimboschimenti, che alimentare.
Storia
Per Pietro Andrea Mattioli «sono le sorbe frutti volgarissimi in Italia, e conosciuti da ciascuno»; distingueva le domestiche dalle salvatiche, e fra le domestiche «uno è maschio e l’altro è la femmina», cioè i frutti tondi e più dorati da quelli «come piccoli peri, al gusto più aspri». Le sorbe si raccoglievano immature d’autunno, si legavano in mazzi e si appendevano in casa, «overo che si distendono in terra sopra la paglia».
Virgilio, nelle Georgiche, ricorda come si fabbricava la «cervesia», bevanda alcolica simile al sidro ottenuta facendo fermentare nell’acqua le sorbe schiacciate insieme al grano: si produce ancora in alcuni luoghi dell’Europa centrale, e fino all’ultimo dopoguerra la si faceva anche sulle colline modenesi, là dove non era possibile coltivare la vite, per offrire agli ospiti o nelle occasioni importanti — come la trebbiatura — qualcosa da bere che non fosse acqua.
Come il nespolo, il sorbo è simbolo di prudenza, per il modo lento e robusto in cui cresce; e di pazienza, per la lentezza con cui i frutti maturano.
Testimonianza
Il legno di sorbo è il migliore, il più duro, quello che ha meno nodi ed è quindi facile da lavorare. Una volta lo usavano per fare, oltre agli attrezzi comuni, anche le bocce da gioco, che risultavano quasi indistruttibili dal gran che erano compatte. Sì, la frutta la si raccoglieva da terra di solito, perché le piante erano troppo alte e pericolose… poi si lasciavano maturare per qualche mese, così come per le nespole, e poi si mangiavano.
Testimonianza raccolta dalla ricerca CIPA nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna
CIPA — Centro di Istruzione Professionale Agricolo, ricerca sui frutti antichi della Comunità Montana Appennino Modena Ovest (valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna); titolo e anno del catalogo da precisare. Vedi l’approfondimento Il giardino dei frutti antichi di Montefiorino.
- CIPA — ricerca sui frutti antichi dell’Appennino Modena Ovest

