Melone Banana di Lentigione

Ortiva · Emilia-Romagna

Melone invernale del gruppo Inodorus, dalla forma allungata e dal gusto che ricorda la banana, tipico della bassa reggiana.

Melone Banana di Lentigione

Il Melone Banana di Lentigione (Cucumis melo L., Cucurbitaceae, gruppo cultivar Inodorus) prende nome dalla frazione di Lentigione, nel comune di Brescello (Reggio Emilia); è iscritto al Repertorio volontario regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna e all’Anagrafe nazionale della biodiversità, con riproduzione a cura dell’Istituto Tecnico Agrario A. Zanelli di Reggio Emilia.

Storia

I meloni «banana» erano ampiamente diffusi nelle aree della Pianura Padana dedite alla coltivazione del melone, dal cremonese al mantovano, dal parmense al reggiano, probabilmente in ecotipi diversi accomunati da forma ellittica, dimensioni grandi, colore giallastro, buccia sottile e un gusto che ricorda quello della banana.

Tutti gli anziani agricoltori intervistati lo hanno ritenuto uno dei meloni tradizionali reggiani, coltivato a livello familiare; alcuni ne collocano la diffusione in epoca successiva a quella dei meloni «rospa» e «ramparino», quindi presumibilmente nell’immediato secondo dopoguerra. L’accessione conservata dall’Istituto Zanelli è stata rinvenuta nel 2008 a Cadelbosco Sotto, presso un’azienda agricola che lo coltivava su area limitata per uso familiare.

Tradizioni

Era tradizione, raccogliendo i meloni ben maturi, rimuoverne la buccia sottile a frutto intero, sbucciandoli come fossero banane.

Morfologia

Gruppo Inodorus: frutti non climaterici, che si conservano a lungo in inverno; forma da sferica a ellittica, buccia bianca o verde scuro, polpa bianca, dolce ma scarsamente aromatica. Il frutto del Banana di Lentigione a maturazione ha buccia verde, liscia, tondeggiante e lievemente schiacciato ai poli, con solchi appena accennati; la polpa è di spessore più che medio e poco aromatica.

Note e curiosità

Predilige terreni di medio impasto, ma ha dato buoni risultati anche in terreni pesanti e argillosi, in linea con l’adattamento alle condizioni della bassa reggiana. Conservabilità discreta, circa dieci giorni se refrigerato; è ritenuto reintroducibile nei mercati locali e in filiera corta, come dimostrato da alcune aziende del gruppo degli agricoltori custodi.

Bibliografia

  • G. Rossi, F. Perri, M. Fontana, M.V. Landoni, F. Ferrari, M. Scalora, A. Bertoncini, S. Lodetti, Atlante delle ortive locali dell’Emilia-Romagna, Università di Pavia, MASAF, Regione Emilia-Romagna – Univers Edizioni, Pavia, 2023