Per tre secoli il Comune di Sanremo fu l’unico «produttore» di limoni della città — e i contadini non potevano neppure raccogliere i propri frutti
Immaginate un’economia agricola in cui il proprietario del terreno non ha il diritto di cogliere ciò che vi cresce. È esattamente quello che accadeva a Sanremo, dove per secoli il Comune gestì la coltivazione dei limoni come un monopolio pubblico.
Un sistema fuori dal comune
Il Comune di Sanremo curava raccolta, cernita e vendita all’asta dei limoni cittadini; era, di fatto, l’unico «produttore» sul mercato, e fissava i prezzi in modo da garantire un guadagno ai contadini e assicurare le entrate fiscali alla città. Al proprietario del fondo restava solo il compito di innaffiare, concimare, potare — e incassare quanto il Comune decideva di corrispondergli. Il sistema, attestato fin dagli Statuti del 1435, resse per secoli: nel 1662 Sanremo produceva fra 20 e 25 milioni di limoni; nel 1756 contava da sola 40-50.000 piante.
L’acqua dovuta
Il problema di fondo era l’irrigazione. Le estati del Ponente, lunghe e siccitose, imposero regole strettissime, le «aighe in deveu» — letteralmente «acqua dovuta»: i turni si scandivano sui rintocchi del campanile di San Siro, che suonava anche i quarti d’ora lungo tutte le ventiquattro ore. Nel Levante, più piovoso, non ce n’era bisogno: a Rapallo prevaleva invece la coltura promiscua, senza la monocoltura specializzata del Ponente.
Una rete di città agrumarie
Il modello sanremese si irradiò lungo la costa. Bordighera ne copiò gli statuti nel 1776; Ventimiglia, a metà Ottocento, raccoglieva 3 milioni di limoni l’anno; oltre confine, Mentone riceveva limoni proprio da Ventimiglia per la propria festa dei limoni. A Vallebona, sul finire dell’Ottocento, si scoprì un mercato ancora più insolito: non i limoni, ma i loro fiori, venduti in gran parte a Roma per i bouquet nuziali.
Perché durò così a lungo
La qualità dei limoni «bignetta» — così si chiamavano localmente — spiega in parte la fortuna del sistema: raggrinzivano ma non ammuffivano durante il trasporto, una qualità rara e preziosa per un frutto che doveva raggiungere i porti di mezzo Mediterraneo in ceste foderate di paglia. Oggi di quell’economia restano solo esemplari sparsi negli orti del Ponente: la pianta si è fatta rara, ma la sua storia — un intero comune trasformato in azienda agricola — resta uno dei casi più singolari dell’agricoltura ligure.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.