Categoria: Frutti Antichi

  • San Valentino, il santo che benedice gli agrumi: la festa di Vico del Gargano

    San Valentino, il santo che benedice gli agrumi: la festa di Vico del Gargano

    A Vico del Gargano, patria dell’arancia Duretta e del limone Femminello, San Valentino non è il patrono degli innamorati ma il protettore degli agrumeti. Fin dal Seicento la tradizione lo lega alla coltura che ha fatto la fortuna — e in parte la rovina — di questo angolo di Puglia.

    Ogni anno, il 14 febbraio, una processione porta per le vie del paese la statua del Santo adornata non di fiori ma di arance e limoni, raccolti proprio nei giorni della festa. Chi vi partecipa porta con sé frasche di alloro benedette, da custodire poi nei propri giardini come protezione per l’anno a venire. Una filastrocca dialettale, tramandata oralmente, accompagna ancora oggi il rito: «Sant’ Valantìn’ arricùghij e mitt’ ’nzìn, arricùghij i rancitèdd’ e mitt’ ’nzìn’ u bambinèdd’» — raccogli e metti in grembo, raccogli le arancine e mettile in grembo al Bambino. Un proverbio meteorologico legato alla stessa festa recita: «Sant’ Valentìn’ aggròggn’u dìt’» — se il Santo abbassa il dito, sta per arrivare la neve.

    Il legame fra il Santo e gli agrumi non è solo devozionale. Nei documenti commerciali di fine Ottocento la festa segnava anche una scadenza economica: nella vendita «sull’albero», i grossisti concordavano con i proprietari un abbuono del 10% in frutti regalati ogni cinquecento pezzi, valido fino al giorno di San Valentino — una consuetudine che intrecciava calendario liturgico e calendario del raccolto.

    Fonte: N. Biscotti, Storie di agrumi e paesaggi.

  • Quando un Comune vendeva i limoni all’asta: il caso di Sanremo

    Quando un Comune vendeva i limoni all’asta: il caso di Sanremo

    Per tre secoli il Comune di Sanremo fu l’unico «produttore» di limoni della città — e i contadini non potevano neppure raccogliere i propri frutti

    Immaginate un’economia agricola in cui il proprietario del terreno non ha il diritto di cogliere ciò che vi cresce. È esattamente quello che accadeva a Sanremo, dove per secoli il Comune gestì la coltivazione dei limoni come un monopolio pubblico.

    Un sistema fuori dal comune

    Il Comune di Sanremo curava raccolta, cernita e vendita all’asta dei limoni cittadini; era, di fatto, l’unico «produttore» sul mercato, e fissava i prezzi in modo da garantire un guadagno ai contadini e assicurare le entrate fiscali alla città. Al proprietario del fondo restava solo il compito di innaffiare, concimare, potare — e incassare quanto il Comune decideva di corrispondergli. Il sistema, attestato fin dagli Statuti del 1435, resse per secoli: nel 1662 Sanremo produceva fra 20 e 25 milioni di limoni; nel 1756 contava da sola 40-50.000 piante.

    L’acqua dovuta

    Il problema di fondo era l’irrigazione. Le estati del Ponente, lunghe e siccitose, imposero regole strettissime, le «aighe in deveu» — letteralmente «acqua dovuta»: i turni si scandivano sui rintocchi del campanile di San Siro, che suonava anche i quarti d’ora lungo tutte le ventiquattro ore. Nel Levante, più piovoso, non ce n’era bisogno: a Rapallo prevaleva invece la coltura promiscua, senza la monocoltura specializzata del Ponente.

    Una rete di città agrumarie

    Il modello sanremese si irradiò lungo la costa. Bordighera ne copiò gli statuti nel 1776; Ventimiglia, a metà Ottocento, raccoglieva 3 milioni di limoni l’anno; oltre confine, Mentone riceveva limoni proprio da Ventimiglia per la propria festa dei limoni. A Vallebona, sul finire dell’Ottocento, si scoprì un mercato ancora più insolito: non i limoni, ma i loro fiori, venduti in gran parte a Roma per i bouquet nuziali.

    Perché durò così a lungo

    La qualità dei limoni «bignetta» — così si chiamavano localmente — spiega in parte la fortuna del sistema: raggrinzivano ma non ammuffivano durante il trasporto, una qualità rara e preziosa per un frutto che doveva raggiungere i porti di mezzo Mediterraneo in ceste foderate di paglia. Oggi di quell’economia restano solo esemplari sparsi negli orti del Ponente: la pianta si è fatta rara, ma la sua storia — un intero comune trasformato in azienda agricola — resta uno dei casi più singolari dell’agricoltura ligure.

  • Giorgio Gallesio, il conte che catalogò gli agrumi d’Europa

    Giorgio Gallesio, il conte che catalogò gli agrumi d’Europa

    Un magistrato ligure, una villa sperimentale a Finale, e il primo tentativo scientifico di ordinare il genere Citrus

    C’è un conte ligure che, fra un incarico di giudice e uno da segretario di legazione, ha trovato il tempo di scrivere il primo trattato scientifico sugli agrumi d’Europa — e di farlo leggere, sessant’anni dopo, a Charles Darwin.

    Un magistrato con la passione degli agrumi

    Giorgio Gallesio nasce a Finale Ligure nel 1772. Fa il giudice a Savona, il deputato del Dipartimento di Montenotte, il sottoprefetto, il segretario di legazione al Congresso di Vienna: una carriera pubblica densa, fra il governo francese e la Restaurazione. Ma dal 1801, ereditati i possedimenti di famiglia nell’entroterra finalese, comincia ad annotare ogni giorno osservazioni agronomiche e climatiche in un Giornale di Agricoltura. È l’inizio di un’ossessione che durerà tutta la vita.

    La villa sperimentale di Finale

    Gallesio chiama la sua tenuta «la mia villa sperimentale»: vi innesta, incrocia, osserva la riproduzione delle piante, mette a confronto varietà di agrumi arrivate da ogni parte d’Italia. Per trent’anni, nel Giornale dei Viaggi, annota le colture di agrumi, fruttiferi, viti e olivi incontrate nei suoi spostamenti — dal Piemonte a Napoli — confrontandole sempre con quanto cresce a Finale.

    Il Traité du Citrus e la scoperta di Darwin

    Nel 1811, a Parigi, pubblica il Traité du Citrus: primo tentativo organico di classificare il genere Citrus, con una tavola sinottica che separa per la prima volta gli aranci amari (Citrangoli) da quelli dolci (Melangoli). Aveva commissionato le tavole illustrative al pittore Antoine Poiteau; l’atlante completo non vide mai la luce, ma le tavole sono oggi conservate e pubblicate. Il libro gli valse l’ingresso in mezza dozzina di accademie scientifiche europee — e un lettore d’eccezione: Charles Darwin possedeva una copia del Traité, la annotò di suo pugno, e la citò diciassette volte nella Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico.

    L’eredità

    L’opera più ambiziosa di Gallesio resta la Pomona Italiana, pubblicata a fascicoli fra il 1817 e il 1839: un catalogo illustrato dei fruttiferi italiani che anticipa di un secolo i moderni atlanti varietali. Morì a Firenze nell’ottobre del 1839, pochi giorni dopo aver presentato a Pisa, alla prima riunione degli scienziati italiani, l’ultimo aggiornamento dei suoi studi. Riposa a Santa Croce, fra i grandi d’Italia — e nelle schede di Cornucopia dedicate al Chinotto di Savona e all’Arancio Pernambucco, dove il suo Traité del 1811 torna a essere una fonte di prima mano.

  • Il bergamotto e l’Acqua di Colonia: come un agrume calabrese profuma l’Europa dal 1750

    Il 1750 è l’anno in cui, secondo le fonti sul bergamotto, si riconobbero le proprietà dell’essenza di questo agrume per l’industria della profumeria — proprio quando Paolo Feminis, “il primo grande profumiere italiano”, mise a punto l’Acqua di Colonia. Da allora una striscia di costa calabrese, larga poche centinaia di metri e lunga appena sessanta chilometri, è rimasta l’unico luogo al mondo dove il bergamotto industriale (Citrus bergamia) si coltiva con profitto: un tentativo di introdurlo in Sicilia, dove le condizioni ambientali non erano troppo diverse, non riuscì.

    Prima di allora il bergamotto era una pianta quasi ignorata: fino al 1688 compare solo in qualche inventario di farmacia. Poi, in pochi decenni, diventa la materia prima di un profumo che avrebbe attraversato l’Europa intera — e la sua coltivazione, concentrata da Villa San Giovanni a Marina di Gioiosa Ionica, si trasforma in un’industria che nel Novecento avrebbe dato lavoro, nella sola stagione della raccolta (da novembre a febbraio-marzo, detta dai contadini “stagiuni du bacamortu”), a buona parte della popolazione agricola del Reggino.

    L’essenza, ricavata per abrasione della scorza, ha una resa che non arriva all’1% del peso del frutto: eppure bastava, negli anni Cinquanta, a rifornire le maison profumiere di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, oltre a diverse aziende italiane di Venezia, Parma, Roma, Milano e Napoli. Dal 1946 il Consorzio del Bergamotto di Reggio Calabria ammassa per legge l’intera produzione nazionale, ne certifica la qualità e ne gestisce la vendita: un caso più unico che raro di un intero settore agricolo regolato attorno a un solo, piccolissimo agrume.

    Oggi il bergamotto resta legato soprattutto al profumo — ma le fonti storiche ne ricordano anche gli usi in liquoreria, in enologia e, nella medicina popolare calabrese, come antisettico e cicatrizzante. Una parte della produzione, ancora negli anni Cinquanta, veniva lavorata direttamente a Reggio Calabria in essenze dai nomi che sono già un piccolo racconto: “Fiori del Sud”, “Fiori di Calabria”, “Calabresella”.

    Fonte: D. Novembre, La coltura del bergamotto nella provincia di Reggio Calabria, in “Bollettino della Società Geografica Italiana” (dati aggiornati al 1958-59).

  • Comizio Agrario Cornucopia su Agrumi e Pomacee

    Comizio Agrario Cornucopia su Agrumi e Pomacee

    Domenica 17 novembre, assieme all’Associazione Culturale Circolo Contadini Custodi coordinerò un nuovo Comizio Agrario che si terrà all’Agriturismo Grimandi, in via Bastarda 9/11, a Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia, MO). Questo evento speciale sarà dedicato alla scoperta degli agrumi resistenti al freddo e delle antiche varietà di frutti dell’Emilia, simboli preziosi della nostra biodiversità e della tradizione agricola locale.

    Dettagli dell’evento:

    • Data: Domenica 17 novembre
    • Orario di inizio: ore 14:00
    • Luogo: Agriturismo Grimandi, via Bastarda 9/11, Piumazzo, Castelfranco Emilia (MO)
    • Posizione: Visualizza su Google Maps

    Relatori di rilievo:

    • Per. Francesco Casalini, agronomo e collezionista appassionato di antiche varietà di fragole e piccoli frutti, noto per il suo impegno nella salvaguardia della biodiversità.
    • Prof. Enzo Melegari, esperto con oltre 30 anni di esperienza nella conservazione e ricerca di frutti antichi, avendo catalogato più di 700 varietà tra mele, pere e altre piante storiche.

    Momenti speciali: Durante il Comizio Agrario, i partecipanti potranno non solo approfondire la conoscenza delle antiche varietà frutticole e degli agrumi ma anche assaporare spremute fresche preparate al momento, un’occasione unica per gustare sapori autentici e ormai rari.

    L’evento è gratuito e aperto a tutti coloro che vogliono scoprire e sostenere la ricchezza della nostra tradizione agricola e frutticola.

    Per maggiori informazioni e contatti:

    Vi aspettiamo per una giornata dedicata alla riscoperta del nostro patrimonio agricolo e alla celebrazione della biodiversità! 🍓🍋✨