Uva Canina Nera

Vitigno · Emilia-Romagna

Con termine Canina o Canèna, si devono intendere
sia il vitigno che un tipo di vino (Canèna nova) tipico
della tradizione contadina della bassa Romagna, da non
confondere con la “Cagnina” che si ottiene a partire dal
vitigno Terrano o Refosco.
Sinonimi accertati: Canina, Canèna, Cannina
Sinonimie errate: Cagnina, Terrano, Canaiolo, C. nero, C. toscano,
Canino, Canino toscano
Denominazioni dialettali locali: Canèna (Ravennate)
Rischio di erosione: elevato

In passato era piuttosto diffusa nella pianura tra il Ravennate e il Forlivese,
in particolare nei comuni di Russi, Cotignola e Bagnacavallo. L’analisi
molecolare (tabella profili genetici) suggerisce relazioni con numerose altre
varietà locali avvalorando il suo legame stretto con il territorio. La scalarità
di maturazione di quest’uva ha portato ad un lento e inesorabile declino:
il Censimento dell’agricoltura del 2000 rilevava 66 ettari di Canina nera
coltivati in Emilia-Romagna, passati a circa 15 col Censimento del 2010 e
5,85 ettari nel 2021 (dati RER). Ad oggi è conservata da alcuni agricoltori
di Russi e Cotignola e viene impiegata per fare vino per consumo personale
o per la “Fira di set dulur”, sagra paesana che si tiene a Russi (RA).

Nel Dizionario Etimologico Italiano (Battisti e Alessio, 1950) si legge che il
termine “Canīnus come aggettivo di fitonimi, per es. ūva canīna”, si dovrebbe
intendere come “bastardo, selvatico, di qualità inferiore” e non come indicano
alcuni autori “relativo a cane”. Segue questa teoria anche il più importante
studioso della lingua romagnola, l’austriaco Friedrich Schürr, che
confuta l’origine da “cane”, proponendo quella da “canna”, per via del modo
speciale di piantare i vitigni ossia le viti che si usa nella pianura romagnola. Si
tratta di «viti disposte in fila» (Morri), ossia di un «diritto e lungo filare di viti
legate insieme con pali e pertiche» (Mattioli) o piuttosto canne, filare che forma
una specie di siepe (la lazera ‹ laquearia, lacciaia, così a Faenza, Forlì, Cesena)
attorno ai campi” (Schürr, 2003).
Con termine Canina o Canèna, si devono intendere sia il vitigno Canina
nera che un tipo di vino (Canèna nova) tradizionalmente preparato per la
Fiera che si tiene a Russi, dal 1876, nella terza domenica di settembre; esso
deriva da un uvaggio composto per almeno il 50% dal vitigno Canina nera
e per il resto da una serie di uve a maturazione abbastanza precoce (Marzemino,
Ancellotta, Cornacchia, Romanino, uve da colore, tinturie, ecc.).

Anche lo studioso Giovanni Manzoni, facendo una sintesi delle notizie reperite su vari documenti antichi in merito
alle uve e ai vini di Romagna, evidenzia la confusione tra Canina e Cagnina (Manzoni, 1977). Anche se è difficile
spingersi alle origini di questo vitigno, vi sono comunque tracce documentali precise della sua coltivazione nella
“Bassa Romagna” almeno dal 1800.
Esce nel 1809 uno scritto del medico ravennate Gaetano Grassetti che riporta i principali vitigni coltivati nel “suolo
Ravennate”, osservando come “in parecchj di que’ morbi, che nascono da diatesi astenica in particolar modo molesta allo
stomaco, il vino Ravennate e massime la Cannina opera effetti meravigliosi, ed è da malati stessi desiderato a preferenza
di qualunque altro vino che dicesi di Monte” (Grassetti, 1809).
La Canina poi è protagonista di diversi componimenti poetici, come il ditirambo “Il Bacco in Romagna” dell’Abate
Piolanti (1818), o il “Brindisi ad un esimio bevitore” di Jacopo Landoni (1836): “… di bere non agogna/ lo Sciampagna,
od il Borgogna,/ ma al palato suo combina/ l’adorabile Cannina”.
Come si può notare, queste fonti romagnole dell’Ottocento utilizzano di preferenza il termine “Cannina”, che
richiama “canna” piuttosto che “cane”.
Con Gallesio (1839) inizia la distinzione in due tipologie, a raspo verde e rosso, della Canina (Baldini, 1995),
ripresa poi nel “Bullettino ampelografico”, fascicolo X (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1876),
dal prof. Dotti (1927), da Marzotto (1925). La citano, poi, Antonio Targioni Tozzetti (1858), Domenico Ghetti
(Casadio, 1999) e Luigi Biffi (1880).
Marzotto, a inizio Novecento, parla della Canina come di un “vitigno rinomato specialmente della bassa Romagna; dà
vino ben tannato, pregevole da pasto; fu giudicato ottimo il vino prodotto anche con la sola Canina” (Marzotto, 1925).
Nel 1927, in un articolo del Georgicus, si legge che “la Canina dà vino povero di alcool, povero di tannino e di acidità
volatile, secco, senza doti brillanti di colore, mediocremente serbevole”.
In tempi più recenti, Luigi Veronelli, sulla guida “I vini d’Italia” (1961), per la provincia di Ravenna cita i vini
Albana, Canina, Sangiovese, Trebbiano e Filtrati bianchi di Romagna, e alla voce Canina riporta: “Colore rosso granato,
odore vinoso. Sapore secco, franco, neutro, leggero. Tenore d’alcol 8-9°, acidità totale 7‰. Simpatico vino da pasto.
Servirlo a temperatura ambiente. Faenza, Lugo, Russi”.
Nonostante i consigli per migliorarne la gradazione del dott. Mario Neri di Imola, entusiasta della «Canèna» tanto
da chiamarla l’«Aramon» della Romagna (vinificazione della prima raccolta con il Merlot e della restante con l’«Uva
d’oro»), e alcuni nuovi impianti, a metà degli anni ’60 la Canina aveva già perso molta della sua importanza (Dolcini
et al., 1967).

Caratteristiche del vitigno
Foglia. Medio-piccola, cuneiforme, con 5 o 7 lobi, seno peziolare con base a V, aperto, ma
talora anche chiuso. Seni laterali superiori con base a parentesi graffa e, talora, anche a U, con
lembi leggermente sovrapposti. Denti a lati convessi. Lembo contorto, con pagina superiore
mediamente bollosa e con nervature principali pigmentate fino alla prima biforcazione. Pagina
inferiore con tomento coricato mediamente denso e nervature principali ricoperte di peli eretti
con elevata densità.
Grappolo. Conico, con una o due ali, medio-grande, da medio a compatto, con buccia di
colore blu-nero, mediamente pruinosa, e polpa molle, non colorata.
Caratteri agronomici ed enologici. Presenta epoca di germogliamento, fioritura e maturazione media. Predilige la potatura
lunga, è sensibile alle gelate tardive e matura scalarmente, mostrando anche alternanza di produzione.
È sensibile a peronospora e botrite, meno all’oidio.
Viene normalmente impiegata in uvaggio per la produzione della “Canèna nova” di Russi e talora anche in purezza,
originando vini leggeri da consumare giovani.

Scheda ampelografica (repertorio RER)

Foglia. Medio-piccola, cuneiforme, con 5 o 7 lobi, seno peziolare con base a V, aperto, ma talora anche chiuso. Seni laterali superiori con base a parentesi graffa e, talora, anche a U, con lembi leggermente sovrapposti. Denti a lati convessi. Lembo contorto, con pagina superiore mediamente bollosa e con nervature principali pigmentate fino alla prima biforcazione. Pagina inferiore con tomento coricato mediamente denso e nervature principali ricoperte di peli eretti con elevata densità. Grappolo. Conico, con una o due ali, medio-grande, da medio a compatto, con buccia di colore blu- nero, mediamente pruinosa, e polpa molle, non colorata.

Fenologia. Presenta epoca di germogliamento, fioritura e maturazione medi, mentre l’invaiatura è tardiva (A, L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI

Comportamento agronomico. Presenta scalarità di maturazione e alternanza di produzione (O, A, L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI

Sensibilità alle patologie. Sensibile a peronospora e botrite, meno all’oidio (O, A, L). Sensibile alle gelate tardive (L). Predilige la potatura lunga (O, A). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’

Utilizzo. Viene normalmente impiegata in uvaggio per la produzione della “Canèna nova” di Russi e talora anche in purezza, originando vini leggeri da consumare giovani (O, A, L).

Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008), scheda RER (Reg. naz. 050). Rischio di erosione: elevato.

Bibliografia

Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:

  • Baldini E. (1995) – Giorgio Gallesio. I giornali dei viaggi. Trascrizione, note e commento di Enrico Baldini. Firenze, Nuova stamperia Parenti.
  • Battisti C., Alessio G. (1950) – Dizionario Etimologico Italiano. G. Barbera Editore, Firenze.
  • Biffi L. (1880) – Memoria intorno alle condizioni dell’agricoltura e della classe agricola nel Circondario di Faenza. Dalla tipografia di Pietro Conti, Faenza (RA).
  • Calò A., Scienza A., Costacurta A. (2006) – Vitigni d’Italia. Edagricole, Bologna.
  • Casadio C. (1999) – L’agricoltura faentina ai tempi di Oriani : la memoria inedita dell’Inchiesta agraria Jacini di Domenico Ghetti (1879). In: I Quaderni del Cardello, n. 9. Longo Editore, Ravenna. Dolcini A., Simoni T., Fontana G.F. (1967) – La Romagna dei vini. Alfa Editore, Bologna.
  • Dotti F. (1927) – La viticoltura e l’enologia nell’Agro Lughese. II Congresso nazionale di frutticoltura, Lugo. Giornata del vino. Società tipo-editrice ravennate e mutilati, Ravenna.
  • Fontana M. (2003) – Alla riscoperta della Canèna, un “rosso” dei nostri nonni. Agricoltura n.12.
  • Georgicus (1927) – Viti e vini della Romagna. Numero speciale dedicato alla Romagna rurale. L’Italia Agricola n. 12, 797-809.
  • Grassetti G. (1809) – Dell’aria ravennate. Dai torchj di Antonio Roveri, Ravenna.
  • Landoni J. (1836) – Passatempi satirici/di Jacopo Landoni ravennate. Ravenna presso Antonio Roveri e figli.
  • Marzotto N. (1925) – Uve da vino. Volume I. Tipografia commerciale, Vicenza. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1879) – Bullettino Ampelografico, fascicolo X. Tipografia eredi Botta, Roma.
  • Piolanti G. (1818) – Il Bacco in Romagna. Ditirambo dell’abbate Giuseppe Piolanti offerto dal medesimo al signor conte Girolamo Saffi e alla signora Mariuccia Romagnoli ambo di Forlì nel giorno delle acclamatissime loro nozze concluse nell’autunno del 1818. Faenza: presso Montanari e Marabini.
  • Schürr F. (2003) – Sui nomi dei vitigni romagnoli. La ludla n. 5.
  • Targioni Tozzetti A. (1858) – Dizionario botanico italiano. P. Guglielmo Piatti, Firenze.
  • Veronelli L. (1961) – I Vini d’Italia. Canesi editore, Roma.

Un tempo diffusa nella pianura fra Ravennate e Forlivese (Russi, Cotignola, Bagnacavallo), la Canina nera è legata strettamente al territorio; da non confondere con la «Cagnina», che si ottiene dal Terrano (Refosco). La scalarità di maturazione ne ha causato il declino: dai 66 ettari del 2000 ai circa 15 del censimento successivo.1

Composizione analitica del vino

Secondo una tavola analitica storica dei vini emiliano-romagnoli, la Canina (Cagnina) del Ravennate presentava: alcool 6,0-9,5% vol., acidità 5,5-11,5‰, estratto 15,5-28,0‰, ceneri 1,7-3,7‰.

Fonte: tavola analitica dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia (rilevazione di fine XIX / inizio XX secolo; anno esatto da precisare con la fonte). Vedi il dossier La composizione dei vini dell’Emilia-Romagna per provincia.

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022. ↩︎