Uva Gradesana

Vitigno · Emilia-Romagna

Foto Cristian Bruno

La foto qui sopra è stata presa a luglio 2024 di quella che pensiamo sia la Gradigiana descritta da Aggazzotti.

Gradesana, è uva cattiva per far vino, perché non ha buon gusto, ed è facile a guastarsi, benché poi faccia vino forte. Ha grappolo grande né denso, ne raro: grana lunghe e grosse, come la Dalloro: non è molto dolce al gusto, né tanto saporita. Il colore è giallo, ma tira al bianco, e nello staccare il grano lascia attorno al picciuolo un certo duro coperto di polpa dell’uva, che vi resta attaccata. Sarebbe uva piuttosto forte che tenera; ma per non esser buona, si pregia solamente per uva da serbare per l’Inverno1.

A queste parole dell’Annotatore del Baccanale il Paltrinieri oppone la seguente osservazione: Poco, è vero, era apprezzata (la Gradesana) prima che il signor Giuseppe Zuccoli Modenese di felice memoria avesse insegnato il modo d’usarla; ed è, metterne due mastelli in una navazza d’uva nera forte: questa la tinge, e riesce un vino spiritoso e buono, e le dà un sapore acquavitino, che in se ritiene: ed è uva che rende assai nella bollitora, e non teme così facilmente l’aspro freddo2.

Secondo Ramazzini, solitamente coltivata maritata all’albero, era presente in località S. Cataldo a Modena. Scarsa di glucosio e di bassissima acidità, anch’egli la descrive a buccia molto sbiadita. Pare che solo Paltrinieri ne avesse capito le potenzialità2.

Nei Ducati la gradesana, uva bianca poco pregiata («che per vin non vuolsi prendere»), è rilevata nel censimento Du Tillot del 1771 nel Parmense, a Colorno, Torrile e Coltaro.3

Nel dialetto reggiano la varietà è detta «gradsàna».4

Descrizione (Francesco Aggazzotti, 1867)

Grappolo grande, voluminoso, a piramide tronca allungata; graspetti ben pronunziati con decrescenza regolare all’estremità del grappolo; peduncolo abbastanza sodo, di color verde paglia. Acino grande, sferico, trasparente. Buccia grossetta, di color giallo dorato, e qualche volta rossiccia, traslucida. Sugo abbondante, fluido, dolce-zuccherato, inaromatico; serve bene ad allungare i vini densi e aromatici, purché sia bene appassita, ed anche meglio se conservata a lungo in ambienti chiusi e riparati.

Uva d’insigne merito come mangereccia, che si conserva fino a primavera avanzata; di un bellissimo aspetto e di un grato dolce-zuccherato, tanto migliore quanto più lungo il tempo di sua prolungata conservazione, rendendosi companatico salubre ed appetitoso per la colazione, sia ai fanciulli che ne sono sempre ghiotti, sia agli adulti. Alcuni tentarono di far con quest’uva un succedaneo al notissimo vino di Champagne, ma, quantunque non difettassero in sapore, non poterono mai sostenere quella inalterabile limpidezza, specialità di quell’estraneo vino. Il vino di Gradigiana non cessa però di avere un merito assoluto: ne assaggiai del buonissimo, ottenuto dagli avanzi mezzo guasti di quella che fu guardata fino alla quaresima sulle stuoie per uso mangereccio.

La vite è di facilissima ed ordinaria coltivazione, molto estesa nella provincia, specialmente nelle ville della bassa pianura, ove è meno stimata che nel piè di colle, ma quivi dà frutto anche più sapido.

F. Aggazzotti, Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro, Modena, Tip. Carlo Vincenzi, 1867, scheda 26.

Aggazzotti registra anche la Redega (scheda 96): nome sotto cui, «dalle viti avute dallo Scandianese e dal Reggiano», riconosce «in pelle ed ossa» la stessa uva che i modenesi chiamano Gradigiana o Gradsana, «colla sola differenza di un millimetro circa nel diametro maggiore in questa che in quella, ma delle identiche proprietà»; rimanda perciò alla descrizione data al n. 26.

Analisi del mosto (E. Ramazzini, 1887)

Campioni raccolti a San Cataldo, da viti maritate ad alberi; buccia giallo-bianchiccia. In 100 parti di mosto: glucosio 17,4; acidità totale 0,53; bitartrato potassico 0,40; sostanze estrattive 14,19; azoto 0,007; ceneri 0,38. (Su 1000 g d’uva: 503 acini; peso acini 969,5 g, vinaccioli 31,2 g, bucce 123,0 g.)

E. Ramazzini, Uve principali della pianura modenese. Analisi, Modena, Tip. Moneti e Namias, 1887 (Quadro I).

Forma «Gradesana grossa». Ramazzini registra anche una varietà a grani grossi (buccia verde chiaro), con campioni a San Cataldo, Cittanova e Corlo: mosto con glucosio 16,0; acidità totale 1,10; bitartrato potassico 0,24; colore verde-gialliccio; sapore dolciastro; osservazione «poco nota, non è coltivata».

La Gradesana è la base, con la Forzuta e un’uva piccola gialla, del «vino spumante bianco» del ricettario Valdrighi: sgranata fresca, spremuta e torchiata, si lascia fermentare nei pestoni e s’imbottiglia a febbraio con un poco di zucchero.5

La «Redga» reggiana

Nel reggiano è documentata una varietà a bacca bianca detta Redga (dial. Rédga), la cui identità con la Gradesana modenese è discussa e ancora in corso di verifica.

Descrizione

Foglia: di taglia media, cordiforme o pentagonale, a tre o cinque lobi. Il lembo è bolloso e ha margini contorti. Non presenta pigmentazione antocianica delle nervature. I denti sono medi, a lati convessi o misti a lati convessi e rettilinei (a volte anche concavi). Il seno peziolare è chiuso (meno di 2 cm), a graffa, sprovvisto di denti. I seni laterali superiori, mediamente profondi, sono aperti, a U. La pagina inferiore è glabra, mentre le nervature sono setolose (media presenza di peli corti). Il picciolo è rosato, più corto della nervatura principale. Grappolo: medio-lungo (17-18 cm), di forma cilindrica o conica, con 1 o 2 ali, compatto. Presenta sempre un grappolo secondario di piccole dimensioni. Il peduncolo è corto (5 cm). L’acino è ellittico largo, di lunghezza media e larghezza medio-stretta. L’epidermide è verde-gialla, pruinosa. La buccia è molto spessa. I vinaccioli sono presenti. Sono presenti solo pochi ceppi, per lo più custoditi presso l’Istituto d’Istruzione Superiore «A. Zanelli», comune di Reggio Emilia. Non ancora iscritta al Registro nazionale delle varietà di vite.

Notizie storiche

Si parla di un vitigno denominato Retica già nel I secolo a.C., nelle Georgiche di Publio Virgilio Marone, e, in seguito, lo troviamo citato anche nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Citata fin dal 1805 da Filippo Re tra i vitigni a bacca bianca che si trovano frequentemente nelle aree pedecollinari, l’autore distingue una Redga grossa bianca da una Redga piccola bianca; indica poi la presenza di Redga anche in collina, sebbene con acini più piccoli. Un’analoga distinzione si ritrova nel manoscritto del 1840 di Vincenzo Bertozzi. Nel XX secolo è citata da Molon (1906) e da Casali (1915) anche con il nome di Gradesana, un vitigno minore presente nel modenese, ma l’identità tra i due vitigni non è certa (attualmente in corso di verifica): lo stesso Molon (1906) espone il dubbio che la Redga reggiana sia più simile al vitigno denominato «Luglienga bianca» piuttosto che alla Gradesana descritta dal Maini nel 1854. Nel 1928, secondo il ragionier Enzo Umberto Rossi, la Redga è coltivata soprattutto nelle zone di Scandiano, Albinea e Casalgrande. Nel secolo scorso il vitigno è stato salvaguardato dall’Istituto d’Istruzione Superiore «A. Zanelli» ed è attualmente oggetto di studio.

Usi, agronomia ed enologia

Usi tradizionali: uva a duplice attitudine, tradizionalmente conservata per le mense nella stagione invernale oppure utilizzata per la produzione di vini, anche passiti, soprattutto in uvaggio con altri vitigni. Agronomia: vitigno a media vigoria e dalla buona produttività. Predilige suoli e climi pedecollinari e collinari. Ulteriori caratteristiche agronomiche e fenologiche sono in corso di valutazione. Enologia: valutazioni enologiche ancora da eseguire.

Fonti: Virgilio, Georgiche; Plinio, Naturalis Historia; F. Re (1805); V. Bertozzi (1840); G. Molon (1906); C. Casali (1915); E.U. Rossi (1928). Identità Redga = Gradesana non accertata.

Identità genetica (2020)

L’analisi genetica (Pastore e altri, 2020) associa l’accessione reggiana «Redga» alla «Retica» dei repertori (VIVC), coerentemente con quanto discusso sopra sull’identità incerta della Redga.

Fonte: C. Pastore e altri, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna», American Journal of Enology and Viticulture, 2020.

  1. Maini, Luigi – L’Indicatore Modenese n. 11 “Catalogo alfabetico di quasi tutte le uve o viti conosciute e coltivate nelle provincie di Modena e Reggio secondo i loro nomi volgrarri con altre osservazioni relative” – 1851 ↩︎
  2. E. Ramazzini – Uve principali della pianura modenese, 1887 ↩︎
  3. Censimento Du Tillot, 1771. ↩︎
  4. Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano, Reggio Emilia, 1915. ↩︎
  5. Ricettario domestico della famiglia Valdrighi (Modena, sec. XIX), cap. 38 «Vini», ric. 38.11. ↩︎
  6. Paltrinieri, Piergiovanni – note al Ditirambo di Vicini/Pincetti sui vini del carpigiano – 1752 ↩︎

Nota etimologica

Il nome Gradesana si vorrebbe ricondotto a Gradigiana o meglio Graticciana, dal graticcio su cui l’uva si conserva per la mensa. (cfr. le note etimologiche sulle uve modenesi).

Nota di un filologo modenese (Catalogo di spropositi, n. 2, 1840), riportata in L. Maini, 1851.