Uva Molinelli

Vitigno · Emilia-Romagna

Il vitigno porta il nome del viticoltore che fin dai primi anni ’60
lo valorizzò tanto che il suo vino fu preso in considerazione nelle
“Guide” del tempo. Curiosamente è stata ritrovata traccia del
Molinelli, sotto diversa denominazione, in Veneto e in Piemonte.
Sinonimi accertati: Uvéta di Lonigo, Obi
Sinonimie errate:
Denominazioni dialettali locali:
Rischio di erosione: molto elevato

In Emilia-Romagna il vitigno è rimasto sostanzialmente confinato nelle
vigne dell’azienda Molinelli di Ziano Piacentino, mentre una maggior
diffusione pare avesse raggiunto in Veneto, ma la mancata iscrizione al
Registro Nazionale lo ha portato ad una veloce contrazione.

Quando la Direttiva 68/193/CEE, relativa alla commercializzazione dei
materiali di moltiplicazione vegetativa della vite, dispose l’istituzione, in
ogni Stato membro, del Registro nazionale delle varietà, il vitigno Molinelli
era da tempo impiegato per fare vino e ce lo dimostra anche il “Catalogo
Bolaffi dei vini del mondo” curato da Luigi Veronelli, nell’edizione 1973,
che consiglia le annate 1968, 1970 e 1971 del vino fatto con queste uve. Per
arrivare in una prestigiosa guida con l’annata 1968, il signor Molinelli doveva
sicuramente averci lavorato negli anni precedenti. Probabilmente proprio
perché coltivato solo nell’azienda “Molinelli Giuseppe e figli”, il vitigno non
fu inserito nel Registro Nazionale, ma la famiglia Molinelli continuò ad
utilizzarlo nel tempo. La descrizione dell’accessione Molinelli è presente in
un lavoro di Fregoni e collaboratori degli anni 2000 (Fregoni et al., 2002),
che rimanda ad un precedente lavoro di caratterizzazione in cui si legge: “È
un vitigno di origine sconosciuta, coltivato da molto tempo nell’azienda «Montecucco
» di Ziano; il numero di ceppi originari, individuati dal Sig. Gianni
Molinelli, è molto limitato, in quanto la sua produzione è sempre stata ridotta,
tanto che l’uva veniva mescolata a quella delle viti circostanti. Con l’applicazione
di una potatura più lunga e ricca, cioè più consona alla fisiologia del vitigno,
molto vigoroso, la produzione è diventata abbondante. È stata perciò effettuata
una vinificazione sperimentale, separata dalle altre uve, ed il vino è risultato
veramente eccezionale. Dopo alcuni anni di indagini, … il sig. Molinelli ha
deciso di propagarlo su vasta scala, impiantando alcuni vigneti razionali, che
col tempo verranno ampliati” (Fregoni, 1969). Di Molinelli viticultore, del
vitigno e del vino fu scritto anche in un articolo comparso su uno dei primi

numeri della rivista Civiltà del Bere, risalente al 1973. Giovanni Molinelli, allora 78 anni, racconta di come, all’inizio
del Novecento, nel territorio di Ziano venisse particolarmente curata l’uva da tavola. Con il declino di questa
coltura, Giuseppe Molinelli decise di incrementare la superficie ad uva da vino e solo allora si accorse che in un
podere acquistato dal padre Giovanni nel 1907 era presente quest’uva particolare. Si decise così di capire di più, ma
anche il professor Cosmo a Conegliano non seppe dare una denominazione al vitigno. Giovanni Molinelli ipotizzò
che le viti presenti nel fondo potessero avere circa 50 anni, quindi essere state piantate negli anni 20 del Novecento
e, secondo la sua esperienza, in quel periodo a Ziano il materiale vivaistico, in linea di massima, non veniva dall’estero
(Donati, 1973). Il nipote Luigi, ricorda che per ampliare la produzione del Molinelli, nei primi anni ’70, fu
commissionata ad un vivaista pavese (vivai Bardoni) la produzione di barbatelle a partire dalle piante originarie
e in quel frangente è probabile che il vitigno sia stato ceduto anche ad altri. Questo potrebbe spiegare come, da
alcune indagini, sia emerso un profilo a nove loci uguale a quello di un vitigno presente in Veneto, localmente denominato
Uvéta, che aveva raggiunto una certa diffusione (50 ha circa) negli anni ’90 del Novecento, come attesta
uno storico vivaista friulano, Ferdinando D’Andrea, che lo aveva moltiplicato. Il lavoro di moltiplicazione partì da
un’unica pianta presente in un’azienda agricola di Lonigo e quando nel 1985 la vite, che all’epoca aveva intorno ai
60-70 anni, fu gravemente danneggiata dal gelo, D’Andrea riuscì a prelevare delle gemme e a realizzare una trentina
di piante madri da cui iniziò la moltiplicazione. Lo stesso D’Andrea la definisce una varietà molto vigorosa e tollerante
la botrite, a crescita veloce, con foglie praticamente glabre e apice verde. Visto l’apprezzamento per questa
uva sconosciuta, D’Andrea preparò il fascicolo per chiederne l’iscrizione al Registro Nazionale e regolarizzarne la
moltiplicazione, ma la commissione non ritenne di iscriverla. Di conseguenza parte delle viti furono tolte e parte
sovrinnestate.
Anche Anna Schenider del CNR di Torino ha reperito un’accessione, denominata Obi, in un’azienda piemontese,
che geneticamente corrisponderebbe al Molinelli. I titolari dell’azienda riferirono che l’accessione poteva essere
arrivata in Piemonte dal Veneto. Il nome Obi deriva dalla forma di allevamento tradizionale, a pergolette, detta
appunto “Obi”, che prevede gruppi di 10 viti a 4 metri l’uno dall’altro. L’analisi del profilo molecolare di Molinelli
(tabella profili genetici), non ha permesso al momento di individuare relazioni di parentela con i vitigni locali, mantenendo
ancora sconosciute le sue possibili origini.

Caratteristiche del vitigno
Foglia. Cuneiforme, di media grandezza, pentalobata, ma con seni laterali poco profondi. Seno
peziolare a V, aperto. Seni laterali superiori leggermente sovrapposti. Lembo quasi liscio o poco
bolloso, contorto. Pagina inferiore praticamente glabra.
Grappolo. Medio-corto (12-15 cm), conico, tendenzialmente spargolo. Acino allungato (ellissoidale
largo), pruinoso, che tende a prendere una colorazione rosata quando esposto al sole.
Caratteri agronomici ed enologici. Pianta piuttosto vigorosa, con forte emissione di femminelle
e produttività non elevata. La bassa fertilità basale costringe ad una potatura mista o
lunga. Presenta germogliamento e fioritura precoci, invaiatura e maturazione medie. Mostra una bassa sensibilità al freddo
e il grappolo spargolo porta ad una buona tolleranza verso i marciumi. La famiglia Molinelli ha sempre impiegato le uve
per realizzare un vino dalle note particolari e accattivanti, con ottime capacità di affinamento, tanto che Luigi Molinelli,
per gli amici Ginetto, descrive i due prodotti che ottiene dal vitigno come segue. Molinelli versione secco: ispido, provocante,
con note aromatiche che evocano Riesling e Sauvignon senza assomigliare a nessuno dei due. Molinelli versione
passito: vino dolce, che colpisce subito per una nota muffata che richiama i sauternes francesi, dove la frutta secca si
mescola a riconoscimenti vegetali che rimandano al Sauvignon passito.

Scheda ampelografica (repertorio RER)

Foglia. Cuneiforme, di media grandezza, pentalobata, ma con seni laterali poco profondi. Seno peziolare a V, aperto. Seni laterali superiori leggermente sovrapposti. Lembo quasi liscio o poco bolloso, contorto. Pagina inferiore praticamente glabra. Grappolo. Medio-corto (12-15 cm), conico, tendenzialmente spargolo. Acino allungato (ellissoidale largo), pruinoso, che tende a prendere una colorazione rosata quando esposto al sole.

Fenologia. Germogliamento e fioritura precoci, invaiatura e maturazione medie (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI

Comportamento agronomico. Fertilità basale bassa, che costringe ad una potatura mista o lunga. Pianta piuttosto vigorosa e con produttività non elevata. Forte emissione di femminelle (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI

Sensibilità alle patologie. Tolleranza a botrite, bassa sensibilità al freddo (A). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’

Utilizzo. Uva da vino (A).

Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008). Rischio di erosione: elevato.

Bibliografia

Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:

  • Donati B. (1973) – Quell’uva strana… come chiamarla? Civiltà del bere: pp. 47-49.
  • Fregoni M. (1969) – Scheda ampelografica del vitigno piacentino “Molinelli” – Agricoltura Piacentina, n. 11: pp. 2-8.
  • Fregoni M., Zamboni M., Colla R. (2002) – Caratterizzazione ampelografica dei vitigni autoctoni piacentini. Grafiche Lama, Piacenza.
  • Veronelli L. (1973) – Catalogo Bolaffi dei vini del mondo n. 2. Giulio Bolaffi editore, Torino.

In Emilia-Romagna è rimasto confinato nelle vigne dell’azienda Molinelli di Ziano Piacentino; più diffuso in Veneto, la mancata iscrizione al Registro ne ha causato la rapida contrazione.1

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022. ↩︎