Uva Lambrusco Barghi

Vitigno · Emilia-Romagna

Uva Lambrusco Barghi

Varietà minore riscontrata in provincia di Reggio Emilia, iscritta nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 2007 e successivamente inserita nell’elenco dei vitigni idonei alla coltivazione in Emilia-Romagna (Atto dirig. 2008, APV/08/147521; Del. 192/08).

Sinonimi accertati: Barghi, Bardi
Sinonimie errate: Lambrusco di Corbelli (=Lambrusco di Rivalta = Lambrusco fiorentino; Casali, 1915)
Rischio di erosione: elevato

Ormai presente in rarissimi esemplari, dopo l’inserimento nella base ampelografica della DOC Reggiano (DM del 25-05-2009, GU del 15-06-2009), il Lambrusco Barghi ha trovato qualche estimatore, tanto che la superficie di 0,63 ettari censita nel 2010 è passata nel 2021 a circa 4 ettari, concentrati nella provincia di Reggio Emilia.

Barghi è probabilmente una denominazione relativamente recente visto che la prima descrizione significativa di un vitigno che porta questo nome è del 1992: “Di origine sconosciuta, pare coltivato per la prima volta ai primi dell’800 nella proprietà del conte Corbelli a Rivalta ed in una azienda di Castelnuovo sotto. Foglia: lembo di grandi dimensioni e notevole spessore, seni profondi. Grappolo: di forma piramidale e dimensione medio-grossa è spesso composto (alato). Gli acini blu-neri subovali hanno buccia spessa per cui si ha un basso rendimento in mosto.

Giudizio: vitigno molto vigoroso e produttivo, resiste all’oidio. Fornisce mosti ricchi di zucchero, di gusto armonico e di colore
rosso vivo anche sugli orli” (Rinaldi e Valli, 1992). Tra l’altro gli autori ripropongono la sinonimia tra Barghi e Lambrusco di Rivalta o di Corbelli, già paventata da Franceschini e Premuda nel 1922 e da Pietro Fornaciari nel 1924. Questi ultimi autori localizzano il Lambrusco di Corbelli nella zona di Rivalta, dove pare fosse coltivato in maniera quasi esclusiva. La descrizione di Rinaldi e Valli, però, non si attaglia al Lambrusco Barghi che è stato iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, che ha una foglia media o medio-piccola, tomentosa e con lobi poco incisi, che ricorda maggiormente la descrizione del Lambrusco di Rivalta fatta dal Molon: “Foglie decisamente trilobate, solo qualche rara foglia, con accenno ai seni inferiori: seni superiori non molto grandi né profondi, aperti; seno peziolare pure aperto ad U; pagina inferiore morbida, con abbondante tomento lanoso; picciuolo più lungo della nervatura mediana, un po’ striato di rosso-sbiadito, lamina in autunno chiazza ta di rosso-scuro. Grappolo semplice o bipartito, sciolto, piccolo, con molti acini abortiti; rafe erbaceo; pedicelli un po’ sottili; acino sferico, nero-bluastro, di media grandezza, pruinoso; buccia sottile; polpa vinosa” (Molon, 1906). D’altra parte, secondo le testimonianze di alcuni viticoltori reggiani, il Lambrusco Barghi, il cui profilo molecolare (tabella profili genetici) risulta differente da quello di Lambrusco di Corbelli recentemente identificato anche geneticamente, Meglioraldi et al., 2013), erano coltivati nella stessa zona, compresa tra Rivalta, Canali di Reggio Emilia e Albinea, e potevano addirittura essere compresenti nello stesso vigneto. Rimane pertanto il dubbio se fosse il Barghi piuttosto che il Lambrusco di Corbelli, quel “Lambrusco di Rivalta” (detto anche Lambrusco di Firenze) citato fin dal 1891 da Augusto Pizzi e da altri autori (Pizzi, 1892; Bellocchi, 1982). Sta di fatto che, ad oggi, il Lambrusco Barghi N. (quello iscritto al Registro Nazionale) ha una distribuzione sul territorio reggiano molto più ampia del Lambrusco di Corbelli. La varietà è ben conosciuta ed apprezzata da numerosi viticoltori che lo chiamano popolarmente anche “Bardi” o solo “Barghi”. Un’ipotesi sulla diffusione del Lambrusco di Rivalta nel reggiano ci viene dall’ampelografia del Molon (1906), in cui si legge che il vitigno sarebbe stato introdotto dal “professor Sernagiotto, che nel 1896 era insegnante nella Regia Scuola di Reggio Emilia, da Rivalta Trebbia (frazione di Gazzola, in provincia di Piacenza”. Il sinonimo indicato dal Pizzi, ovvero Lambrusco di Firenze, e la denominazione popolare di “Bardi” farebbero pensare anche ad una possibile introduzione dalla Toscana; comunque a fine ‘800 era uno dei vitigni principali della provincia di Reggio Emilia ed in particolare dell’area di Rivalta e Castelnuovo di Sotto, dove era stato introdotto e diffuso dal conte Corbelli. Malgrado venisse considerata una varietà interessante per la tolleranza alla botrite, per la ricchezza di colore e di zuccheri delle uve e per l’armonia gustativa del vino, venne abbandonata poiché la buccia spessa non consentiva di avere rese elevate in mosto.

Caratteristiche del vitigno

Foglia. Da media a medio-piccola, apparentemente pentagonale, ma più spesso cuneiforme,
pentalobata, ma con seni laterali inferiori poco profondi o appena accennati. Seno peziolare
con base a V, da poco aperto a chiuso, raramente con un dente. Seni laterali superiori a parentesi
graffa, aperti, ma anche chiusi e talora pure con lembi leggermente sovrapposti. Denti
a lati convessi, non molto pronunciati. Lembo piano, con pagina superiore piuttosto bollosa
e inferiore con una densità elevata di peli coricati tra le nervature. I peli eretti sulle nervature
sono assenti o rarissimi.
Grappolo. Grappolo conico, da medio a spargolo, di media lunghezza, piccolo. Acino sferoidale,
con buccia di colore blu-nero, pruina da media ad elevata e polpa molle e incolore.
Caratteri agronomici ed enologici. Vitigno di vigoria medio-elevata e produttività buona e costante. Il germogliamento
si manifesta mediamente nella prima decade di aprile, la fioritura nella prima decade di giugno, invaia nella seconda
decade di agosto e matura a fine settembre. Mostra buona tolleranza alla botrite, anche in virtù della buccia piuttosto
spessa e sembra abbastanza tollerante anche all’oidio.
Produce un vino di colore rosso rubino con riflessi violacei, che all’olfatto sprigiona note speziate e fruttate (more,
lamponi e ciliegia) con media intensità. Al gusto è pieno, sapido, mediamente acido, poco astringente, armonico ed
equilibrato.

Scheda ampelografica (repertorio RER)

Foglia. Da media a medio-piccola, apparentemente pentagonale, ma più spesso cuneiforme, pentalobata, ma con seni laterali poco profondi, specie quelli inferiori. Seno peziolare con base a V, da poco aperto a chiuso, raramente con un dente. Seni laterali superiori a parentesi graffa, aperti, ma anche chiusi e talora pure con lembi leggermente sovrapposti. Denti a lati convessi, non molto pronunciati. Lembo piano, con pagina superiore piuttosto bollosa e inferiore con una densità elevata di peli coricati tra le nervature. I peli eretti sulle nervature sono assenti o rarissimi. Grappolo. Grappolo conico, da medio a spargolo, di media lunghezza, piccolo. Acino sferoidale, con buccia di colore blu-nero, pruina da media ad elevata e polpa molle e incolore.

Fenologia. Il germogliamento si manifesta mediamente nella prima decade di Aprile, la fioritura nella prima decade di Giugno, invaia nella seconda decade di Agosto e matura a fine Settembre (O, L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI

Comportamento agronomico. La fertilità reale del vitigno presenta valori medi di 1,6 grappoli per gemma lasciata. La vigoria è medio-elevata e la produttività buona e costante (O, L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI

Sensibilità alle patologie. Buona tolleranza alla Botrite, anche in virtù della buccia piuttosto spessa (O, L, A). Sembra abbastanza tollerante anche all’oidio (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’

Utilizzo. Uva da vino. Produce un vino di colore rosso rubino con riflessi violacei, che all’olfatto sprigiona note speziate e fruttate (more, lamponi e ciliegia) con media intensità. Al gusto si presenta pieno, sapido, mediamente acido, poco astringente, armonico ed equilibrato.

Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008), scheda RER (Reg. naz. 404). Rischio di erosione: elevato.

Bibliografia

Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:

  • Bellocchi U. (1982) – Reggio Emilia, La provincia “Lambrusca”. Tecnostampa, Reggio Emilia.
  • Boccacci P., Torello Marinoni D., Gambino G., Botta R., Schneider A. (2005) – Genetic characterization of endangered grape cultivars of Reggio Emilia province. American Journal Enology and Viticulture, vol. 56, n. 4.
  • Casali C. (1915) – I nomi delle piante nel dialetto reggiano. Atti del Consorzio Agricolo di Reggio nell’Emilia, anno 1, n. 1. Tipografia Bondavalli, Reggio Emilia.
  • Fornaciari P. (1924) – La viticoltura reggiana nei confronti dell’Ancellotta. Tesi di Laurea.
  • Franceschini A., Premuda V. (1922) – L’organizzazione della produzione. Il contadino, Giugno.
  • Meglioraldi S., Ruffa P., Raimondi S., Storchi M., Torello Marinoni D., Vingione M., Boccacci P., Schneider A. (2013) – Conoscere il patrimonio viticolo per tutelarlo. L’informatore agrario n. 23: pp. 50-54.
  • Molon G. (1906) – Ampelografia. Ed. Hoepli, Milano.
  • Pizzi A. (1892) – Studi sulle uve e sui mosti della provincia di Reggio Emilia. Bollettino del Comizio Agrario n. 7. Reggio Emilia.
  • Rinaldi A., Valli R. (1992) – I vecchi vitigni di Reggio Emilia. Vignevini n. 10.
  • Schneider A., Torello Marinoni D. (2003) – Analisi con marcatori microsatelliti di vitigni autoctoni della provincia di Reggio Emilia. Convegno “Recupero e valorizzazione di vitigni autoctoni”, Correggio (RE), 12 Dicembre 2003.

Inserito nella base ampelografica della DOC Reggiano (2009), il Lambrusco Barghi ha trovato nuovi estimatori: dai 0,63 ettari del 2010 ai circa 4 del 2021, concentrati nel Reggiano. «Barghi» è denominazione recente: la prima descrizione significativa è del 1992.1

Descrizione ampelografica e note storiche

Notizie storiche

Non si hanno notizie storiche certe fino al 1992, quando Rinaldi e Valli ne forniscono una prima descrizione ampelografica. In tale pubblicazione, viene identificato con il vitigno «Lambrusco di Rivalta o di Corbelli», considerato come un sinonimo. In effetti, dalle testimonianze dei viticoltori, il Lambrusco Barghi e il Lambrusco di Corbelli (solo da poco identificato) erano coltivati nella stessa zona, compresa tra Rivalta e Canali di Reggio Emilia e Albinea, e addirittura compresenti nello stesso vigneto (come accertato visivamente). Sebbene poco probabile, permane quindi ancora oggi il dubbio che il Barghi, e non invece il «Lambrusco di Corbelli», possa essere il «Lambrusco di Rivalta» citato fin dal 1891 da Augusto Pizzi e poi da numerosi altri autori. Di certo, il Lambrusco Barghi ha una diffusione molto più ampia del Lambrusco di Corbelli, essendo possibile trovarlo in diverse aree della provincia, da nord a sud. La varietà è ben conosciuta ed apprezzata da numerosi viticoltori che lo chiamano popolarmente anche «Bardi» o solo «Barghi». Il vitigno è stato recentemente caratterizzato geneticamente (Boccacci e altri, 2005) e iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite grazie all’opera del Consorzio per la tutela dei vini DOC «Reggiano» e «Colli di Scandiano e di Canossa».

Leggende e curiosità

È possibile che il nome del vitigno sia da collegare alla nobile famiglia Bardi di Firenze. Malgrado sia da sempre considerato pregevole per la ricchezza di colore e di zuccheri e per il sapore armonico e l’ottima resistenza alla botrite, sembra essere stato abbandonato a causa della buccia spessa che ne riduceva la resa in mosto.

Caratteristiche agronomiche ed enologiche

Agronomia: vitigno vigoroso e dalla produttività buona e costante. Matura l’ultima decade di settembre. Vitigno rustico, dall’elevata adattabilità ai diversi ambienti; è stato infatti ritrovato in diverse aree della provincia, dalla bassa pianura alla collina. Buona tolleranza alla botrite, in virtù della buccia piuttosto spessa. Tradizionalmente impiegato per la produzione di vini.

Enologia: produce un vino di colore rosso rubino con riflessi violacei. L’aroma è complesso: emergono almeno tre tipologie di aromi ben distinti, con intense note fruttate, di prugna cotta e di frutta fresca (more, lamponi e ciliegia), note speziate di liquirizia e l’aroma tostato del caffè (Meglioraldi e altri, 2008). Al gusto si presenta pieno, sapido, mediamente acido, poco astringente, morbido, armonico ed equilibrato. Ben dotato a livello polifenolico.

Fonti: A. Rinaldi e R. Valli (1992); A. Pizzi (1891); Boccacci e altri (2005); Meglioraldi e altri (2008).

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022. ↩︎

È stato introdotto nell’azienda del conte Corbelli (Rivalta e Castelnuovo di Sotto) e ben diffuso nell’area reggiana fin dall’800, ma di probabile origine o toscana o piacentina. Oggi si coltiva principalmente nei comuni di Montecchio e Sant’Ilario d’Enza, (RE). Ciò dimostra che il vitigno manifestò in passato interessanti potenzialità enologiche, che tuttavia si sono scontrate con
un elemento negativo come la bassa resa in mosto, collegata al notevole spessore della buccia. Il miglioramento delle tecniche di macerazione della seconda metà del secolo scorso, unitamente ad una miglior progettazione dei vinificatori, potrebbe consigliare di rivedere le possibilità di questo vitigno anche in prospettiva di una maggior ricchezza della componente estrattiva del vino. In compenso tale caratteristica, unitamente al grappolo mediamente spargolo, ne fanno un vitigno con buona resistenza alla botrite. È vigoroso come nella caratteristica della famiglia e matura a fine settembre. Fornisce un vino di colore rosso rubino intenso, dai profumi eleganti di mora, lampone e ciliegia, ma di media intensità. La complessità del profumo primario può arricchirsi di note collegate ai lunghi tempi di macerazione (prugna cotta, liquirizia o caffè). Di media acidità e sapidità è caratterizzato da persistenza gusto-olfattiva discreta, ma con bassa tannicità anche per la difficoltà di condurre una corretta macerazione (squilibrato rapporto buccia/mosto).