La vite maritata: la piantata emiliana

La vite maritata è il sistema colturale in cui la vite viene «sposata» a un albero vivo che le fa da sostegno, invece che a pali o fili. Per oltre due millenni ha disegnato il paesaggio della pianura emiliana nella forma della piantata (o alberata): lunghe file di alberi tutori collegati da festoni di vite, alternate a strisce di seminativo.

Come funzionava

Gli alberi erano piantati in filari regolari; la vite vi si arrampicava e passava dall’uno all’altro formando i caratteristici festoni sospesi. Fra i filari restavano i «campi», coltivati a cereali o foraggio: era la coltura promiscua, che su una stessa superficie dava uva, legna, foglia e granaglie. Il sistema richiedeva anche piante ausiliarie: il salice, coltivato apposta in terreni umidi, forniva i «legami» per assicurare i tralci — una pratica già raccomandata da Columella.

Gli alberi «sposi»

L’albero tutore per eccellenza era l’olmo (l’ulmus maritata alla vite dei Romani). Si usavano anche l’acero campestre (l’«oppio»), il gelso — prezioso anche per la foglia da bachi da seta — il pioppo e, per i legami, il salice. Da qui i nomi locali del sistema: piantata, alberata, vite maritata «all’olmo» o «all’oppio».

Le radici romane

La vite maritata è antichissima. Gli agronomi latini descrivono l’arbustum, la vite allevata sugli alberi, e proprio nel Modenese romano se ne conserva la prova materiale: ceppi di olmo maritati alla vite recuperati a 10-15 metri di profondità sotto la città. La maglia della centuriazione organizzò questo paesaggio in filari e campi regolari. Si veda l’approfondimento La vite nella Modena romana.

Dalla continuità al declino

La piantata attraversa il medioevo e l’età moderna come struttura portante dell’agricoltura padana e del sistema mezzadrile, tanto da diventare l’immagine stessa della campagna emiliana nelle descrizioni dei viaggiatori. Il Novecento la smantella: la meccanizzazione, la specializzazione del vigneto e l’estirpazione degli alberi tutori trasformano il paesaggio, e oggi ne restano soprattutto relitti — filari residui e memorie — che conservano un valore di biodiversità, di paesaggio storico e di cultura materiale.

Sintesi storica; per le testimonianze archeologiche si rimanda al dossier sulla vite a Mutina (Bosi e Marchesini) e a Columella, De re rustica, IV. Voce da arricchire con fonti locali specifiche (statuti agrari, catasti, iconografia).