Uva Biondello

Vitigno · Emilia-Romagna

Vecchio vitigno locale tipico della provincia di Forlì-Cesena,
ormai praticamente scomparso dalla coltivazione.
Sinonimi accertati: Dorello
Sinonimie errate:
Denominazioni dialettali locali: Biundèll (Romagna)
Rischio di erosione: molto elevato

Le analisi genetiche (tabella profili genetici) non hanno, al momento, evidenziato
sinonimie con varietà note o altre accessioni collezionate, pertanto
il Biondello è stato iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, con
DM 9 giugno 2020. Ad oggi è presente in collezione e in vigneti sperimentali
finalizzati a prove di attitudine alla coltivazione per poi procedere ad un
eventuale ritorno alla coltivazione.

Nella versione latina del 1304 del Trattato dell’Agricoltura (Liber commodorum
ruralium) di Pier de Crescenzi si legge di un’uva “buiedella” (Albonetti,
1982), ma nelle volgarizzazioni successive in lingua italiana si trova: “Sono
ancora altre maniere d’uve assai buone, sì come la linodella, la quale fa buon
vino, e serbabile, che appo il Pisano massimamente si pianta” (De Crescenzi e
De Rossi, 1805). La linodella doveva essere un’uva molto popolare se è vero
che la Smorfia attribuisce a quest’uva il numero 84, ma è difficile stabilire se
sia lo stesso del Biondello diffuso nel Forlivese e di cui si trova traccia documentata
solo dall’Ottocento. Nel fascicolo X del Bullettino ampelografico
(1879), a proposito delle uve del circondario di Cesena, si legge: “Il Bianchello
è identico a quello di Rimini e somiglia al Biondello di Forlì e al Pecorino
d’Ancona”. Inoltre, in merito alle uve del Forlivese: “Il Biondello di Forlì assai
somiglia al Delupeccio di Perugia e al Bianchello di Rimini”. Infine, viene
indicato un “Dorello di Forlì” che è diverso da quello di Cesena (Ministero
d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1879).
Nel fascicolo XVI del Bollettino ampelografico, invece, vengono descritti
due vitigni del Ravennate, la Paradisa, che secondo alcuni autori sarebbe il
“Biondello grosso” e la Lanzesa, che alcuni indicherebbero come “Biondello
piccolo” (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1883).
Successivamente anche il Marzotto (1925), descrivendo la Paradisa verde,
ribadisce che secondo alcuni sarebbe il Biondello grosso.

In merito a Dorello, esiste una descrizione morfologica del Bazzocchi (1923), che riferisce di un vitigno con foglia
trilobata, con lobi poco profondi, e pagina inferiore tomentosa, che non ha nulla a che fare con l’accessione di
Biondello (o Dorello) conservata in collezione a Tebano di Faenza, che ha foglie pentalobate, con seni ben evidenti
e solo leggermente aracnoidee.
Il Manzoni (1977) scrive di un’uva Biondella o Biancale, detta anche Bionda: “Varietà di uva molto produttiva
diffusa nelle colline Riminesi e in quelle della Repubblica di San Marino che dà un vino amabile, limpido, paglierino,
asciutto, frizzante usato per l’imbottigliamento e per il consumo famigliare”. Da queste poche indicazioni si può ipotizzare
una somiglianza con il Bianchello, ovvero Trebbiano toscano, ma non si riesce a stabilire se effettivamente
si tratti di questa varietà o meno. Evidentemente le uve bianche non immediatamente ascrivibili ad un tipo noto e
che tendevano ad assumere una colorazione dorata se esposte al sole venivano indicate genericamente come Biondello
o Dorello, ma certamente esisteva un tipo ben preciso dietro la denominazione Biondello, quello che oggi
chiameremmo il true-to-type.
A seguito di una ricognizione di fine anni ’60 (tesi Cristofori) furono collezionate a Tebano una serie di accessioni di
varietà minori che stavano scomparendo, tra queste una di Biondello o Dorello, reperita in una azienda di Bertinoro
in provincia di Forlì, area tipica per questa qualità di uva, che si ritiene essere il vero Biondello (Albonetti, 1982).

Caratteristiche del vitigno
Foglia. Grande, cuneiforme, pentalobata, con seno peziolare a V o a parentesi graffa, aperto e
seni laterali superiori ad U, aperti o a lobi leggermente sovrapposti, talora anche chiusi. Sulla
pagina superiore nervature verdi o talora appena sfumate di rosa nel punto peziolare. Pagina
inferiore con rari peli coricati tra le nervature e sulle nervature peli eretti con densità da media
a bassa. Denti più spesso uncinati, talora anche convessi o un misto dei due.
Grappolo. Lungo sui 20 cm, non particolarmente grosso (250-350 g), conformato ad imbuto,
da medio a compatto, più spesso con 1-2 ali o anche più. Acino sferico, di colore verde-giallo,
abbastanza pruinoso.
Caratteri agronomici ed enologici. Vitigno vigoroso, con portamento espanso e produzione buona e abbondante. La
fertilità delle gemme basali è buona, quindi si può adottare anche la potatura corta. Germoglia nella prima decade di aprile,
fiorisce tra fine maggio e inizio giugno e invaia a fine luglio. La maturazione di raccolta viene raggiunta circa 10-12 giorni
dopo Trebbiano romagnolo. Presenta una certa sensibilità alla botrite, mentre è poco sensibile a peronospora e oidio.
Se ne ottiene un vino dal colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, che al naso si presenta delicato, fresco, con note
di fiori bianchi (acacia) e frutta (mela e pera soprattutto). Generalmente percepiti anche una spiccata nota agrumata e un
leggero sentore vegetale. Al gusto si caratterizza per una spiccata freschezza, medio-buona struttura, una certa sapidità,
una leggera nota vegetale sul finale e una buona persistenza. In effetti le analisi sul vino hanno confermato la spiccata
freschezza del vino che pur con gradazioni intorno ai 12 gradi, mantiene interessanti livelli acidici, che lo rendono particolarmente
interessante anche per la produzione di vini frizzanti e spumanti.

Scheda ampelografica (repertorio RER)

Foglia. Grande, cuneiforme, pentalobata, con seno peziolare a V o a parentesi graffa, aperto, e seni laterali superiori ad U, aperti o a lobi leggermente sovrapposti, talora anche chiusi. Sulla pagina superiore nervature verdi o talora appena sfumate di rosa nel punto peziolare. Pagina inferiore con rari peli coricati tra le nervature e sulle nervature peli eretti con densità da media a bassa. Denti più spesso uncinati, talora anche convessi o un misto dei due. Grappolo. Lungo sui 20 cm, non particolarmente grosso (250-350 g), conformato ad imbuto, da medio a compatto, più spesso con 1-2 ali o anche più. Acino sferico, di colore verde-giallo, abbastanza .

Fenologia. Germoglia nella prima decade di aprile, fiorisce tra fine maggio e inizio giugno e invaia a fine luglio. La maturazione di raccolta (10-15 di ottobre) viene raggiunta circa 10-12 giorni dopo Trebbiano romagnolo (O, L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI

Comportamento agronomico. Vitigno vigoroso, con portamento espanso e produzione buona e abbondante. La fertilità delle gemme basali è buona (primo germoglio fruttifero al primo o secondo nodo), quindi si può adottare anche la potatura corta. Il primo grappolo pende dal terzo o quarto nodo (L, O). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULLA TOLLERANZA/SENSIBILITÀ ALLE PRINCIPALI

Sensibilità alle patologie. Presenta una certa sensibilità alla Botrite, mentre è poco sensibile a peronospora e oidio (L). OSSERVAZIONI E RISCONTRI SULL’

Utilizzo. Uva da vino.

Fonte: Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie dell’Emilia-Romagna (L.R. 1/2008).

Bibliografia

Fonti citate nella scheda del repertorio regionale RER:

  • Albonetti G. (1982) – Descrizione ampelografica di alcuni vitigni minori Romagnoli. Tesi di laurea, anno accademico 1981-82. Università di Bologna, facoltà di Agraria.
  • Bazzocchi A. (1923) – Ampelografia dei vitigni romagnoli. Premiata Cooperativa Tipografica Forlivese, Forlì. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1879) – Bullettino Ampelografico, fascicolo X. Tipografia Eredi Botta, Roma. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio (1883) – Bollettino Ampelografico, fascicolo XVI. Tipografia D. Ripamonti, Roma. De’.
  • Crescenzi P., De Rossi B. (1805) – Trattato della agricoltura di Pietro de’ Crescenzi traslato nella favella fiorentina, rivisto dallo ‘Nferigno accademico della Crusca. Milano: Società tipografica de’ Classici italiani.
  • Manzoni G. (1977) – La vite, l’uva e il vino dei nostri vecchi.
  • Imola, Grafiche Galeati Marzotto N. (1925) – Uve da vino. Volume II. Tipografia commerciale, Vicenza.
  • Silvestroni O., Marangoni B., Faccioli F. (1986) – Identificazione e conservazione dei vitigni locali (Vitis vinifera L.) in Emilia-Romagna. Vignevini, supplemento al n. 12.

Le analisi genetiche non hanno evidenziato sinonimie con varietà note: il Biondello è stato perciò iscritto al Registro nazionale nel 2020 ed è oggetto di prove sperimentali per un eventuale ritorno alla coltivazione. Il nome compare già nella versione latina (1304) del Liber ruralium commodorum di Pier de’ Crescenzi.1

Identità genetica (2020)

L’analisi genetica (Pastore e altri, 2020) colloca il Biondello tra i genotipi locali unici non registrati dell’Emilia-Romagna; prove preliminari ne segnalano buoni caratteri agronomici (vigore, fertilità delle gemme basali, bassa sensibilità a peronospora e oidio) e qualità del mosto (buon tenore zuccherino, elevata acidità), adatti a basi spumante anche in clima caldo.

Fonte: C. Pastore, M. Fontana, S. Raimondi, P. Ruffa, I. Filippetti, A. Schneider, «Genetic Characterization of Grapevine Varieties from Emilia-Romagna (Northern Italy)», American Journal of Enology and Viticulture, 2020 (doi: 10.5344/ajev.2020.19076).

  1. M. Fontana, C. Pastore, F. Perri, I. Filippetti, «Le vecchie varietà locali di vite. Itinerari della biodiversità agraria in Emilia-Romagna», Regione Emilia-Romagna – Università di Bologna, 2022 (cita: Pier de’ Crescenzi, 1304). ↩︎