Seimila anni di vigna: storia della potatura e dei sistemi di allevamento della vite
La vite, nei boschi, è una liana: si arrampica sugli alberi, fruttifica in alto e vive spontanea. Il giorno in cui l’uomo ha cominciato a scegliere le viti migliori e a tagliarle per farle produrre meglio, la vite selvatica è diventata coltura: è nata la viticoltura. Potare e selezionare sono i due gesti che segnano quel passaggio, e la loro comparsa si colloca attorno a seimila anni prima di Cristo, quando l’uomo smette di essere pastore nomade e diventa agricoltore stabile.
Da allora ogni popolo ha inventato il proprio modo di allevare e potare la vite. L’Italia, per questa fantasia, è il paese più ricco al mondo di sistemi di allevamento: ogni regione, spesso ogni valle, ha la sua forma. Dietro questa varietà ci sono due grandi «scuole» antiche — quella greca e quella etrusca — che ancora oggi, senza saperlo, dividono i vigneti italiani. Questo dossier ne ripercorre la storia, epoca per epoca, seguendo la sintesi dell’agronomo Mario Fregoni.
Le origini: dal Caucaso all’Egitto (6000–2500 a.C.)
I primi a potare la vite furono i popoli del Vicino Oriente, in particolare quelli della Mesopotamia. La leggenda vuole che i grandi percorsi della vite siano partiti dal monte Ararat; di certo il tratto più antico di diffusione va dal Caucaso all’Egitto, fra il 6000 e il 2500 a.C. A quei popoli dobbiamo probabilmente due invenzioni: aver staccato la vite dall’albero del bosco e averla allevata strisciante, cioè distesa sul terreno — una forma ancora oggi diffusa in certe zone caucasiche.
Avvicinandosi all’Egitto la vite diventa una pianta eretta, che si regge da sola o su sostegni «morti» (pali e canne): è il caso delle pergole, già note al tempo dei faraoni. Furono gli egizi a insegnare a potare a molti popoli, greci compresi. Una leggenda tramandata dai dipinti delle piramidi racconta che l’idea della potatura nacque osservando le capre: dove brucavano i tralci, la vite l’anno dopo produceva uva migliore.
I Greci: l’alberello e la potatura corta (dal 2500 a.C.)
Dal 2500 a.C. fino alla nascita di Cristo la viticoltura si espande in tutto il Mediterraneo per opera dei greci, che arrivano fino a Marsiglia (l’antica Massalia). È la seconda grande migrazione della vite. La «scuola» greca è legata all’alberello: la vite tenuta bassa, a forma di piccolo cespuglio (quello greco senza pali né canne), in vigneti fitti e potati corti a sperone — lo «sperone» è un rametto lasciato con poche gemme, che costringe la pianta a produrre poco ma bene.
La qualità celebre dei vini greci nasce proprio da questo rigore della potatura. Con i greci molte varietà arrivano nell’Italia del Sud e nelle isole (la Magna Grecia), ma anche in alcune zone del Nord — Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta — per la via di Marsiglia. Molti vitigni meridionali e insulari sono di origine greca, e i greci li avevano a loro volta ricevuti dal Caucaso e dal Medio Oriente.
Gli Etruschi: la vite sposata all’albero (dal VII sec. a.C.)
Parallelamente ai greci, dal VII secolo a.C. si sviluppa in Italia la civiltà etrusca, con una filosofia della vite opposta. Per gli etruschi la vite resta una liana da far salire sugli alberi alti: la potavano di rado, solo per togliere il secco. I loro tralci lunghi e penduli sono esattamente il contrario dello sperone eretto dei greci. Il risultato erano produzioni enormi ma vini di qualità scadente, che romani e greci disprezzavano preferendo quelli del Sud.
Le due forme classiche etrusche, entrambe basate sulla vite «maritata» a un albero vivo, sono:
- Arbustum italicum: la vite su alberi bassi, con i tralci che ricadono dai rami del tutore. Da questa deriva il Testucchio, diffuso in Etruria centrale (Toscana, Lazio, Umbria).
- Arbustum gallicum: la vite su alberi alti (anche 10–15 metri, come i pioppi), collegati fra loro da «cordoni» permanenti lungo il filare o all’interno del campo, a formare quadrati e rettangoli sospesi. Diffuso in Etruria settentrionale (la Gallia Cisalpina, cioè la pianura padana) e in Campania. Ogni pianta portava una quantità enorme di gemme e poteva superare i 200 kg di uva.
I Romani: i grandi diffusori
I romani non inventarono una scuola propria: diffusero tutte le forme già esistenti — egizie, greche ed etrusche. La terza grande migrazione della vite è la loro: partendo dalla foce del Rodano, nei primi secoli dopo Cristo portano la vite nell’Europa del Nord, creando la cosiddetta «viticoltura fluviale» — quella del Rodano, del Reno, della Mosella, del Danubio.
Portarono la vite anche nella penisola iberica: nella zona del Porto (valle del Douro) restano segni romani nei terrazzamenti e nella potatura corta a cordone speronato; nella zona dei Vinhos Verdes (Portogallo del Nord) sopravvive invece l’alberata di origine etrusca. Nello stesso territorio convivono così, ancora oggi, le due filosofie.
La vite maritata e i suoi «mariti»
Nelle forme etrusche la vite viene «sposata» a un albero vivo che le fa da sostegno: il tutore vivo, o «marito». Per secoli, in pianura padana e nell’Italia centrale, la vite ha vissuto abbracciata a questi alberi, che davano anche legna, frutti e foglie. Gli alberi più usati come mariti della vite:
- Olmo (Ulmus campestris) — il marito per eccellenza della pianura padana
- Acero campestre o «oppio», «loppio» (Acer campestris)
- Pioppo bianco e nero (Populus alba, nigra)
- Frassino e orniello (Fraxinus excelsior, ornus)
- Gelso bianco e nero (Morus alba, nigra)
- Fico, ciliegio, mandorlo, noce (Ficus, Cerasus, Prunus, Juglans)
- Corniolo, tiglio, carpino, salice, quercia, olivo, cipresso
Le due scuole a confronto — e quanto pesano oggi
Le due «filosofie» hanno esiti opposti. Le forme greche (potatura corta, vite bassa, poche gemme) sono meno produttive ma più adatte alla qualità. Le forme etrusche (potatura lunga, vite espansa e alta) sono più produttive ma meno adatte a fare vini fini. Elaborando i dati dello schedario viticolo italiano, Fregoni stima che oggi in Italia le forme di ispirazione greca coprano circa il 55% dei vigneti e quelle etrusche circa il 45%.
Forme di scuola greca (le principali): Alberello (20%), Guyot (15%), Guyot doppio, Archetto semplice e doppio, Cordone speronato (semplice, bilaterale, verticale), Guyot doppio «alla piacentina», Cazenave.
Forme di scuola etrusca (le principali): Tendone (21%), Sylvoz, Capovolto doppio, Guyot a palmetta, Casarsa, le pergole, Raggi o Bellussi, Geneva Double Curtain, e le alberate. La meccanizzazione recente ha favorito le forme «greche» a spalliera e filare, più facili da lavorare a macchina.
Le forme storiche dell’Emilia-Romagna
La pianura emiliana e la Romagna sono terra classica di scuola etrusca: qui la vite ha vissuto a lungo maritata all’albero e allevata alta. Tre forme portano il nome del nostro territorio:
- Alberata modenese — è l’arbustum gallicum degli etruschi, «la forma etrusca più espansa»: la vite maritata all’olmo, distesa lungo il filare dei tutori e nell’interfilare. È la forma tradizionale del Lambrusco di pianura, tramandata per due millenni.
- Pergola emiliano-romagnola — la forma a pergola più diffusa della regione (circa l’1,9% dei vigneti italiani).
- Pergola romagnola — la sua variante romagnola.
Da segnalare, per confronto, altre forme etrusche «da record»: l’alberata casertana, la più alta del mondo; il Testucchio toscano (arbustum italicum), quattro viti con i tralci che penzolano a terra; e i Raggi o Bellussi, derivati dall’alberata veneta. Perfino il moderno tendone del Sud è, nella sostanza, una forma etrusca derivata dall’alberata.
Un patrimonio da salvare: l’«archeologia viticola»
Molte di queste forme antiche stanno scomparendo, spinte via dalla meccanizzazione e dalla ricerca della resa. Fregoni propone una vera «archeologia viticola»: un vigneto-museo che raccolga e conservi le forme di allevamento storiche, prima che si perdano. Nessun paese al mondo possiede un patrimonio simile: dall’alberello greco all’alberata etrusca, l’Italia conserva sotto gli occhi seimila anni di storia della vite. Riconoscerle e tutelarle — a partire dalle alberate e dalle pergole emiliano-romagnole — è parte della stessa cura con cui si salvano le varietà antiche.
Fonti
M. Fregoni (Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza), I percorsi storici della potatura della vite (pp. 837–845). Dati e classificazione delle forme di allevamento dallo schedario viticolo italiano elaborato dall’autore.
