Gli alberi da frutto dispersi nel fondovalle valdostano sono i testimoni di un tempo in cui la frutticoltura pesava nell’economia familiare: un’integrazione alla dieta di cereali e, insieme, una piccola moneta di scambio — mele e patate si barattavano a parità di peso.
Dalle origini ai Romani
Il melo fu tra le prime specie coltivate nelle vallate alpine dopo l’ultima glaciazione (6.000-4.000 a.C.), e in Valle d’Aosta trovò condizioni ottimali. Negli scavi della necropoli di Saint-Martin di Aosta (2.000 a.C.) sono affiorati semi carbonizzati, resti di antichi riti, classificati come semi di melo. All’epoca dei Salassi l’agricoltura aveva già un peso rilevante; con la colonizzazione romana (I secolo d.C.) i tremila pretoriani inviati a popolare la colonia intensificarono lo sfruttamento del suolo, e la frutticoltura si giovò delle tecniche romane, come la cerealicoltura e la viticoltura.
Il frutto di lusso del Medioevo
Nel Medioevo la frutta era un bene di lusso, riservato alle mense signorili e coltivato nel viridarium di nobili e prelati. Un testo del XIII secolo dalla zona di Fénis dedica un articolo alla punizione del furto di frutti. I Computa Sanctii Ursi, registri contabili della congregazione di Sant’Orso, raccontano un banchetto del 1507 — con il priore, la contessa Marguerite de la Chambre e Humbert de Challant, signore di Fénis — in cui figuravano delle pesche; e annotano le mandorle fra le rendite del convento, ancora usate nel 1570 in un piatto chiamato frumentum pistum conditum amidallis, frumento macinato con la frutta a guscio. Si conoscevano già cultivar dal nome proprio — il Pirum yvernecium, il Pirus de Sancto Regulo —, diffuse per innesto proprio come oggi. Ne resta perfino un’immagine: la lunetta del Castello di Issogne (fine XV secolo) dipinge una scena di mercato con frutta e verdura in mostra.
Dall’età moderna alla Renetta del Canada
Superata la crisi del Seicento, acuita dalla peste, il XVII secolo porta due novità — il mais e la patata — ma anche un discreto commercio con l’estero, soprattutto di mandorle e noci. A metà Ottocento fichi, mandorli, peri e meli si coltivavano soprattutto nella Bassa Valle, in impianti irregolari e consociati. Nel 1867 nasce il Comice Agricole: il suo Bulletin dell’agosto 1870 registra una produzione abbondante e l’esportazione di mele, in particolare della Renetta del Canada. Con l’École Pratique d’Agriculture (1884) la frutticoltura valdostana si modernizza definitivamente.
Fonte: Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, vol. I (coord. C. Fideghelli), CREA, 2016, capitolo Valle d’Aosta (I. Barrel, A. Barrel, P. Barrel, L. Bertignono); testo a sua volta tratto e integrato da P. Barrel, R. Esposito Sommer, Le varietà frutticole tradizionali della Valle d’Aosta, Tipografia Valdostana, Aosta, 2008.








