L’olivo in Emilia-Romagna è una frontiera storica, non un’anomalia moderna. La coltura non occupò mai la regione in modo uniforme, né ne costituì la base economica come accadde in altri territori italiani; le fonti ne attestano però una presenza antica, discontinua ma tenace, nelle nicchie microclimatiche delle colline bolognesi, faentine e brisighellesi e in alcune fasce emiliane di piede d’Appennino. È una storia di continuità vulnerabile, fatta di gelate, abbandoni e reintroduzioni.
Le testimonianze più antiche sono robuste soprattutto per il Bolognese: documenti notarili attestano oliveti sulle colline di Bologna già dall’VIII secolo, con prime tracce della coltura in età romana.1 Le schede delle cultivar iscritte al Repertorio descrivono d’altra parte una distribuzione «a macchia di leopardo», dove l’olivo sopravviveva nei pendii riparati, negli impluvi ben esposti e nei piccoli versanti favorevoli. Più che una fascia continua, una costellazione di micro-aree.
L’età moderna registra insieme memoria e declino. Agronomi cinquecenteschi come Pietro Andrea Mattioli e Castore Durante ricordavano che, rispetto alle molte olive coltivate dagli antichi, ne restavano poche di «bella e notabile grossezza»; riferimenti a Leandro Alberti (1553), a Serafino Calindri e all’abate Gian Ignazio Molina (1821) segnalano avanzi olivicoli sparsi nel Bolognese.2 L’olivo era presente, ma in forte regressione per le gelate e le difficoltà climatiche fra Seicento e Ottocento.
Il Novecento apre una stagione nuova, soprattutto in Romagna. La Cooperativa Agricola Brisighellese commercializzò il primo olio «Brisighello» nel 1975 e nel 1996 arrivò il riconoscimento della Brisighella DOP; nelle colline bolognesi, dagli anni Novanta, gli agricoltori del Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa reintrodussero l’olivo in oliveti specializzati, sostenuti dalla caratterizzazione delle cultivar locali.3 L’olivo smette di essere reliquia e torna coltura attiva, in scala selettiva e adattata al rischio climatico.
La dimensione decisiva per Cornucopia è però quella della biodiversità. Nel Repertorio regionale sono iscritte 21 varietà di olivo, di cui 9 provenienti dai territori emiliani: Bianello, Fiorano, Montelocco, Montericco, Montecalvo 2, Farneto, Montecapra, Montebudello e Oliveto.4 Il lavoro regionale non si limita alla registrazione dei nomi, ma passa per la caratterizzazione merceologica e sensoriale degli oli monovarietali: in Emilia-Romagna la tutela dell’olivo è insieme genetica, agronomica e organolettica.
Sul piano territoriale la regione si divide nettamente. Brisighella e i colli faentini sono il nucleo storico più forte, con la Nostrana di Brisighella e la DOP; il Bolognese unisce le testimonianze più antiche e le linee di recupero più intense; il Reggiano custodisce ecotipi come Bianello e Montericco; Modenese, Parmense e Piacentino hanno ruoli marginali o episodici; il Ferrarese resta fuori dalla storia dell’olivo come coltura stabile, mentre l’Appennino funziona da limite climatico con poche nicchie favorevoli. Una geografia di soglia, e proprio per questo assai leggibile.
Cronologia
- Antichità
- Presenza dell’olivo nelle colline emiliano-romagnole già in età romana.
- Medioevo
- Documenti notarili e continuità nelle nicchie collinari protette.
- Età moderna
- Memoria delle antiche cultivar e crisi dovute alle gelate.
- Ottocento
- Sopravvivenze sparse segnalate da storici e agronomi.
- Novecento
- Brisighella, cooperativa e nuova filiera; reintroduzioni collinari.
- Dalla Rivoluzione verde a oggi
- Caratterizzazione scientifica, Repertorio e nuove denominazioni.
Aree principali
- Romagna (Brisighella, colli faentini)
- Nucleo storico forte, olio identitario e DOP.
- Bolognese
- Cuore storico emiliano dell’olivo, con molte testimonianze e nuove reintroduzioni.
- Reggiano
- Cultivar locali di collina, fra cui Bianello e Montericco.
- Modenese
- Coltura di nicchia in fasce collinari e pedecollinari favorevoli.
- Parmense, Piacentino, Ferrarese
- Presenza marginale, episodica o assente come coltura stabile.
- Appennino
- Limite climatico, ma con micro-nicchie favorevoli e sopravvivenze locali.
Fonti principali
Repertoriali: schede RER delle cultivar di olivo (Farneto, Fiorano, Montecalvo, Montericco e altre) e Repertorio regionale delle risorse genetiche agrarie.
Tecniche: relazione del progetto BiOS per il numero delle cultivar iscritte e la caratterizzazione degli oli monovarietali.
Denominazioni: documentazione regionale sulla Brisighella DOP e sull’IGP Olio dei Colli di Bologna.
- Oliva Ancognano 3 ⬡
- Oliva Bianello ⬡
- Oliva Campiglio ⬡
- Oliva Capolga ⬡
- Oliva Capolga di San Leo ⬡
- Oliva Carbuncion di Carpineta ⬡
- Oliva Colombina ⬡
- Oliva Cortigiana ⬡
- Oliva Farneto ⬡
- Oliva Fiorano 1 ⬡
- Oliva Ghiacciolo ⬡
- Oliva Grappuda ⬡
- Oliva Montebudello ⬡
- Oliva Montecalvo 2 ⬡
- Oliva Montecalvo 3 ⬡
- Oliva Montecapra ⬡
- Oliva Montegibbio ⬡
- Oliva Montelocco ⬡
- Oliva Oliveto ⬡
- Oliva Orfana ⬡
- Oliva Pieve di Cusignano ⬡
- Oliva Quarantoleto ⬡
- Oliva Rossina ⬡
- Oliva Rugginelli ⬡ [Clone di Frantoio]
- Oliva Selvatico ⬡
- Oliva Vernasca ⬡ [Vernasca Alto]
Legenda — ⬡ scheda in preparazione (voce censita, non ancora consultabile) · tra [quadre] i sinonimi storici
- IGP «Olio dei Colli di Bologna» (documentazione regionale): prime testimonianze della coltura dell’olivo nell’area in età romana e documenti notarili attestanti oliveti sulle colline di Bologna dall’VIII secolo. ↩
- Schede RER delle cultivar di olivo (tra cui Montecalvo): riferimenti storici a Pietro Andrea Mattioli e Castore Durante (XVI secolo), Leandro Alberti (1553), Serafino Calindri e Gian Ignazio Molina (1821). ↩
- Regione Emilia-Romagna: Cooperativa Agricola Brisighellese, primo olio «Brisighello» (1975) e Brisighella DOP (1996); reintroduzioni dell’olivo nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa con caratterizzazione delle cultivar (anche IBIMET-CNR). ↩
- Relazione tecnica del progetto BiOS: 21 varietà di olivo iscritte al Repertorio regionale, di cui 9 dai territori emiliani (Bianello, Fiorano, Montelocco, Montericco, Montecalvo 2, Farneto, Montecapra, Montebudello, Oliveto), con caratterizzazione merceologica e sensoriale degli oli monovarietali. ↩
Le olive di Mutina, in età romana
Noccioli e pedicelli di oliva (Olea europaea subsp. europaea) compaiono in quattro dei sette siti della Modena romana indagati a livello carpologico. Potevano provenire da colture locali oppure essere un prodotto d’importazione: l’archeobotanica, da sola, non lo dirime.
Un dato però decide un’altra questione. Nel solo sito dell’ex Cassa di Risparmio sono stati rinvenuti oltre 850 endocarpi, quasi tutti integri, spesso ancora con il pedicello attaccato e con residui dei fascetti carpellari sulla superficie. Sono caratteristiche che non rimandano alla produzione dell’olio: rimandano al consumo delle olive tal quali, conciate e conservate coi metodi che Columella descrive per esteso e per i quali questo frutto si presta in maniera ottimale.
G. Bosi, R. Rinaldi, M. Bandini Mazzanti, L’alimentazione vegetale: reperti archeobotanici, sezione VIII «Sulla tavola dei Mutinenses», pp. 329-331 (titolo e anno del volume da precisare). Analisi carpologiche su 7 siti di Mutina, II sec. a.C. – VI sec. d.C. Vedi l’approfondimento La tavola dei Mutinenses (in preparazione).
