Tema: Fonti e autori

Rubrica: gli autori e le opere documentarie da cui Cornucopia trae le sue fonti.

  • Livio e Isabella Dalla Ragione e la Fondazione Archeologia Arborea

    Livio e Isabella Dalla Ragione hanno fondato a Città di Castello (PG), presso il podere di San Lorenzo di Lerchi, la Fondazione Archeologia Arborea, un vivaio-collezione dedicato al recupero delle varietà da frutto tradizionali dell’Appennino umbro-toscano.

    Un recupero sul campo

    L’iniziativa, avviata circa trent’anni prima della pubblicazione dell’Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani (2016), nasce dalla visita sistematica a poderi abbandonati, orti conventuali e ville nobiliari dell’Umbria settentrionale, alla ricerca di piante superstiti di varietà ormai fuori commercio. I fondatori hanno descritto il loro lavoro come dotato di «un carattere di urgenza, quasi di emergenza», data la rapida scomparsa degli esemplari più anziani.

    La collezione

    Il campo di San Lorenzo di Lerchi conserva circa 500 esemplari, per un totale di circa 150 varietà diverse di melo, pero, ciliegio, susino, fico, mandorlo, nespolo, cotogno e vite, molte delle quali non altrimenti reperibili in collezioni pubbliche.

    Nelle schede di Cornucopia

    Citata come fonte per varietà umbre recuperate attraverso il lavoro della Fondazione Archeologia Arborea.

  • Bartolomeo Bimbi

    Bartolomeo Bimbi (Firenze, 1648 – 1729) fu pittore alla corte medicea, autore di una serie di grandi tele che documentano per immagini centinaia di varietà di frutta coltivate in Toscana fra Sei e Settecento, oggi conservate al Museo delle Nature Morte di Villa Medicea di Poggio a Caiano.

    L’incarico mediceo

    Attivo per Cosimo III de’ Medici, Bimbi ricevette l’incarico di raffigurare con precisione naturalistica le varietà di frutta, uva e agrumi coltivate nelle tenute granducali e nei poderi toscani. Il suo biografo, Francesco Saverio Baldinucci, attesta che il pittore ritrasse «tutte le specie d’uve, nostrali e forestiere», oltre a ogni tipo di susina, fico, pesca e altra frutta.

    Un catalogo per immagini

    Le tele di Bimbi costituiscono, insieme alla Pomona Italiana di Giorgio Gallesio (1817-1839), una delle fonti iconografiche più ricche per la storia della pomologia italiana: circa 900 varietà di frutta vi sono rappresentate con dettaglio sufficiente a permettere, in alcuni casi, confronti con le cultivar tuttora coltivate. Fra i soggetti ritratti figura anche una pera Angelica, a conferma della diffusione toscana della varietà già nel Seicento.

    Nelle schede di Cornucopia

    Citato come fonte iconografica quando una scheda richiama una sua tela o la sua testimonianza indiretta tramandata da Baldinucci.

  • Giuseppe Del Viscio e il catalogo degli agrumi del Gargano (1900)

    Giuseppe Del Viscio nacque e morì a Vico del Gargano (†1919); letterato, scrittore, storico e archeologo secondo l’epigrafe tombale, fu anche lo studioso che nel 1900 pubblicò Coltivazione, malattie e commercio degli agrumi, l’opera che la storiografia successiva considera ancora oggi la fonte cardine per la storia dell’agrumicoltura garganica.

    Un catalogo di varietà scomparse

    Del Viscio, seguendo la nomenclatura di Risso e Gallesio, censì nel Gargano ventotto «varietà» di agrumi sulle centosessantanove allora note in tutta l’agrumicoltura europea, distinguendo per ciascuna un nome scientifico e un corrispondente dialettale. Fra le arance amare (melangoli) elencò il melangolo fetifero («arancio forte puzzolente»), il fiammato («arancio forte screziato»), il coronato («arancio forte “ncrunato”») e la bizzarria («Belvedere»); fra i limoni distinse almeno sei tipi, dal «chimone ca scorcia fine» destinato all’esportazione al «limone ponzino» ornamentale; fra i cedri, la «limoncella gozzosa» e la «limoncella rugosa», entrambe destinate a canditi ed essenza. Descrisse inoltre due forme che riteneva esclusive del Gargano e non presenti in nessun altro catalogo agrumario italiano dell’epoca: il Limone sanguigno, dal succo color sangue — di cui lo stesso Del Viscio notava che «nella letteratura classica sulla botanica agrumicola non si trova mai indicato un limone sanguigno» — e il Limone con calice carnoso, dal calice ipertrofico color paglierino, oggi riconoscibile nelle arance dette «a stella». Di queste forme, come dell’Arancio a Salice Piangente rinvenuto nel 1897, non è sopravvissuta alcuna pianta.

    Un’eredità di studi

    L’opera di Del Viscio rimase per decenni l’unica indagine organica sull’agrumicoltura garganica, fino alla monografia di Carlo Fratepietro (1932) e alla tesi di laurea di Raffaele Marrese (Università di Bari, 1967). Curiosamente, i trattati tecnici nazionali dell’epoca (Mancini 1897, Aloi 1900, Savastano 1900) ignorarono quasi del tutto il Gargano, pur riconoscendo — nel caso di Aloi — che «nelle Puglie i migliori frutti di esperidi si producono nella regione del Gargano».

    Fonte: G. Del Viscio, Coltivazione, malattie e commercio degli agrumi, Vico del Gargano, 1900 (rist. anast. Gerni, 2005); N. Biscotti, Storie di agrumi e paesaggi.

  • Enrico Ramazzini

    Enrico Ramazzini è l’autore della monografia I Lambruschi di Sorbara e Salamino (Modena, 1885), uno studio ravvicinato dei due vitigni più rappresentativi del Modenese.

    L’opera

    A partire dal 1879 Ramazzini intraprese lo studio sistematico delle viti della provincia, per individuare quelle più adatte al terreno e al clima locali. Concentrò poi l’attenzione sui due lambruschi che «si contendono la palma»: il Sorbara, vino da pasto, e il Salamino, uva da tavola e da taglio. Per ciascuno descrive i biotipi (a foglia rossa e a foglia verde; sferico, subferico, oliva, tenero), ne analizza terreno, clima e composizione chimica di mosti e vini, e ne ricava indicazioni pratiche per i viticoltori.

    La figura

    L’opera si apre con una vivace difesa della viticoltura di qualità contro l’abbandono e la trascuratezza dei fondi. Ramazzini annunciava inoltre un secondo lavoro, dedicato alla zona dell’Uva d’Oro, che non risulta pubblicato. Le notizie biografiche sull’autore sono al momento scarse: resta conosciuto soprattutto attraverso questo studio.

    Nelle schede di Cornucopia

    Compare come «E. Ramazzini, 1885», in particolare nelle voci Lambrusco di Sorbara e Lambrusco Salamino.

  • Andrea Bacci

    Andrea Bacci (Sant’Elpidio a Mare, 1524 – Roma, 24 ottobre 1600) fu medico, naturalista e uno dei maggiori eruditi del Cinquecento italiano. È autore del De naturali vinorum historia (Roma, 1596), considerato il primo grande trattato sui vini d’Italia.

    La vita

    Originario del Piceno, studiò lettere a Matelica e quindi medicina e filosofia. Esercitò dapprima come medico nelle Marche; trasferitosi a Roma sotto la protezione del cardinale Ascanio Colonna, nel 1567 ottenne la cattedra di botanica allo Studio della Sapienza. Nel 1587 papa Sisto V lo volle come proprio archiatra (medico pontificio), incarico mantenuto fino alla morte del papa. Uomo di vasti interessi, scrisse anche di terme e acque (De Thermis, 1571), di pietre preziose e di storia naturale.

    L’opera

    Il De naturali vinorum historia de vinis Italiae, in sette libri, tratta la vinificazione e la conservazione, il rapporto fra vino e salute, le caratteristiche dei diversi vini, gli usi degli antichi e, soprattutto, i vini delle regioni d’Italia, comprese le terre emiliane. Concepito come consiglio dietetico per Sisto V, è di fatto la più antica rassegna sistematica del vino italiano.

    Nelle schede di Cornucopia

    È fra le fonti più antiche citate nell’enciclopedia per l’inquadramento storico dei vitigni; compare come «A. Bacci, 1596».

  • Francesco Aggazzotti

    Francesco Aggazzotti (Formigine, 1811 – Modena, 1890) fu avvocato, notaio e imprenditore agricolo modenese, tra le figure più influenti della viticoltura del territorio nell’Ottocento.

    La vita

    Possidente con vasti interessi agronomici, nelle sue proprietà — in particolare a Colombaro di Formigine — coltivava e studiava un gran numero di varietà di vite. A lui si devono contributi decisivi alla definizione dei caratteri dei Lambruschi modenesi e una delle prime codificazioni delle tecniche di produzione dell’aceto balsamico.

    L’opera

    Fra il 1866 e il 1867 pubblicò a puntate, nel Bullettino del Comizio Agrario di Modena, il Catalogo descrittivo delle viti coltivate nelle sue proprietà, descrivendo oltre cento varietà con le qualità delle rispettive uve. Il catalogo divenne un riferimento per gli ampelografi successivi, a partire dal conte di Rovasenda, che ne riprese spesso le descrizioni.

    Nelle schede di Cornucopia

    Le attestazioni che risalgono a questa fonte compaiono come «F. Aggazzotti, 1867».

  • Lodovico Malavasi

    Lodovico Malavasi è l’autore del Contributo all’ampelografia modenese (Modena, Tipografia di Cesare Olivari, 1879), una delle descrizioni più accurate dei vitigni del territorio modenese nell’Ottocento.

    L’opera

    L’opera descrive circa novanta varietà di vite — quaranta bianche e cinquanta nere — osservate in gran parte di prima mano nei vigneti della Villa di Staggia, a San Prospero (Modena). Per ciascun vitigno Malavasi registra con metodo tralcio, foglia, grappolo, acino e semi, con note sull’uso enologico: un livello di dettaglio ampelografico raro per l’epoca, che ne fa la fonte dei profili più analitici presenti in molte schede vitigno dell’enciclopedia.

    La figura

    Le notizie biografiche su Malavasi sono al momento scarse: resta conosciuto soprattutto attraverso quest’opera.

    Nelle schede di Cornucopia

    Compare come «L. Malavasi, 1879».

  • Luigi Maini

    Luigi Maini (Carpi, 1823 – 1892) fu studioso e divulgatore modenese, autore del Catalogo alfabetico di quasi tutte le uve o viti conosciute e coltivate nelle provincie di Modena e Reggio (Modena, 1851; in volume nel 1854).

    La vita

    Carpigiano, si occupò di temi agronomici e di economia popolare. Oltre al Catalogo delle uve lasciò scritti minori, fra cui un opuscolo sulla mostarda di Carpi e L’acqua ridotta a vino pei bisogni del povero, nel quale riprendeva e semplificava i suggerimenti di Geminiano Grimelli.

    L’opera

    Più che descrivere le uve di prima mano, Maini compila e trasmette due fonti settecentesche: le annotazioni di Nicolò Caula al ditirambo di G.B. Vicini (1752) e il manoscritto di Piergiovanni Paltrinieri sulle uve del Carpigiano. Per questo, nelle schede dell’enciclopedia, Maini è citato come tramite («riportata in L. Maini, 1851»), mentre la paternità delle descrizioni resta alle fonti del 1752. Il Catalogo rimane una mappa preziosa della varietà coltivata fra Modena e Reggio a metà Ottocento, con nomi dialettali e sinonimie oggi in larga parte perduti.

    Nelle schede di Cornucopia

    Compare come «L. Maini, 1851».

  • Nicolò Caula

    Nicolò Caula (Modena, metà del XVIII secolo) è l’erudito modenese a cui si devono le annotazioni in prosa che accompagnano il ditirambo I vini modanesi dell’abate Giovan Battista Vicini (Modena, 1752).

    La figura

    Di Caula si conosce poco sul piano biografico: il suo nome è giunto fino a noi soprattutto attraverso queste note. L’attribuzione del commento è stata talvolta discussa, ma la tradizione lega le annotazioni al suo nome, accanto ai versi dell’abate finalese Vicini.

    L’opera

    Al poemetto bacchico di Vicini — un «baccanale d’un Accademico Dissonante» — Caula affiancò note che descrivono le numerose uve coltivate nel Modenese e i vini che se ne traevano: Lambruschi, Trebbiani, Uva d’oro, Negrette, Berzemino, Malvasie e altre, con osservazioni sul pregio e sull’uso enologico. È la più ricca testimonianza settecentesca sulla varietà modenese, fedelmente trascritta da Luigi Maini nel suo Catalogo del 1851.

    Nelle schede di Cornucopia

    Le attestazioni che risalgono a questa fonte compaiono nelle voci dell’enciclopedia come «Caula, 1752».