Alionza, il bianco dimenticato di Bologna

Imola, fine Quattrocento. La città è in fermento: Cesare Borgia ha preso possesso della rocca e le strade si riempiono di soldati, notabili e ambasciatori. Nei saloni della corte si apparecchiano banchetti sontuosi, con carni speziate, formaggi stagionati e dolci arricchiti di miele. Tra i calici che scorrono in abbondanza, uno in particolare cattura l’attenzione del duca: un vino chiaro, profumato, dal gusto fresco e rotondo. È un bianco ottenuto da un’uva che i contadini delle colline chiamano Alionza, conosciuta anche come Leonza.

Si racconta che Cesare, compiaciuto, ne inviasse botticelle a Roma, affinché anche suo padre, papa Alessandro VI potesse gustare quel nettare bolognese. È il primo riflesso di una storia lunga secoli, in cui questa vite si intreccia con la cultura agricola dell’Emilia, diventando simbolo di una viticoltura tanto radicata quanto fragile.

È proprio in questo contesto che incontriamo per la prima volta l’Alionza, un vitigno che, dal Medioevo all’età moderna, ha accompagnato la vita delle campagne bolognesi.

Le origini

Le prime tracce dell’Alionza risalgono al XIV secolo, quando Pier de’ Crescenzi, padre dell’agronomia medievale, descrive nel suo Ruralia Commoda una “uva Schiava” presente nelle colline bolognesi. Ma è nel Seicento che il nome specifico compare con chiarezza: Vincenzo Tanara, nel 1644, la cita come “Leonza” tra le varietà coltivate nel Bolognese. Nei secoli successivi le fonti abbondano: cronache agronomiche, inventari parrocchiali, registri catastali. L’Alionza era parte integrante delle vigne promiscue, intrecciata a gelsi e olmi nelle piantate tipiche della pianura e coltivata a pergola sulle colline.

Il favore dei secoli

Perché tanto apprezzata? Innanzitutto per la rusticità: resisteva alle gelate, alle malattie e garantiva grappoli anche in annate difficili. I suoi acini dorati, spesso soggetti a “acinellatura dolce”, regalavano chicchi piccoli e zuccherini che venivano consumati anche come uva da tavola. Vinificata, dava un vino fresco, floreale e profumato, di buona acidità, capace di accompagnare i piatti grassi della cucina emiliana. Non a caso, tra Sette e Ottocento, autori come Cosimo Trinci e Giuseppe di Rovasenda la citano tra le varietà di pregio. Per Bologna e il suo contado l’Alionza era un bianco identitario: non troppo aristocratico, ma elegante nella sua semplicità.

Il declino

L’Ottocento segna però l’inizio della crisi. La fillossera mette in ginocchio la viticoltura europea e, nel reimpianto, molti viticoltori scelgono varietà più produttive e costanti. L’Alionza paga la sua irregolarità produttiva dovuta all’acinellatura, che rendeva la resa incerta. La sua fama, pur luminosa nei secoli passati, comincia a sbiadire. Nel Novecento sopravvive solo in pochi filari delle colline bolognesi e modenesi, confusa a volte con altre “Schiave bianche” o sostituita da vitigni più redditizi. A poco a poco l’Alionza scivola nell’oblio, fino a rischiare la scomparsa.

La riscoperta

Oggi, grazie agli studi ampelografici e genetici, la sua identità è stata finalmente chiarita. È risultato che l’Alionza è strettamente imparentata con la Garganega, uno dei grandi vitigni bianchi del Nord Italia, e vicina al Trebbiano Toscano. La Regione Emilia-Romagna l’ha iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 1989 e la tutela come vitigno a rischio di erosione genetica. Alcuni vignaioli coraggiosi – tra i Colli Bolognesi e il Modenese – l’hanno recuperata, sperimentando vinificazioni in purezza e versioni spumante che esaltano la sua fragranza. Nomi come Cantina Erioli, custode inserito nel racconto di Cornucopia, o Gradizzolo sono oggi custodi di questo bianco dimenticato.

Il valore ritrovato

Coltivare Alionza nel XXI secolo non significa puntare a grandi numeri, ma a un patrimonio culturale. È un atto di memoria, un ponte tra i banchetti rinascimentali e i calici moderni, tra la voce di Tanara e quella dei vignaioli di oggi. Il suo vino, fresco, floreale e sapido, racconta la storia di una Bologna agricola e collinare che rischiava di sparire. Degustare un calice di Alionza significa riportare alla luce un frammento identitario, un modo di fare vino legato al territorio e alla resilienza.

E poi io non so voi, ma a me fa un certo effetto pensare di bere un vino che era lo stesso che aveva bevuto anche Papa Borgia, che era uno che di vizi a quanto pare ne sapeva qualcosa.

Il gusto ritrovato

Oggi l’Alionza accompagna con grazia i tortellini in brodo, le paste al forno, le carni bianche e i pesci delicati. Nella sua veste frizzante o spumante è perfetta come aperitivo, insieme a salumi e crescentine. È un vino che non impone, ma accompagna, e proprio in questa sua misura elegante risiede il suo fascino.

Un bicchiere di Alionza è un viaggio nel tempo: il profumo dei fiori di campo, il colore dorato dei grappoli maturi, il racconto di una viticoltura che ha rischiato di scomparire e che oggi torna a vivere. È la voce gentile del Bolognese, ritrovata in un calice.

Scheda dell’Alionza su Encyclopedia Cornucopia

Uva Alionza, Aleanzo, Leonza, Lonza
Grappolo di uva Alionza.

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